MECENATE 90 - TAGLIACARNE

Città intermedie: qualità della vita, rigenerazione continua e aggregazioni. De Rita: realtà intermedie sconfitte in Italia, ma ora c’è uno spazio politico

28 Nov 2025 di Giorgio Santilli

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Città intermedie: qualità della vita, rigenerazione continua e aggregazioni. De Rita: realtà intermedie sconfitte in Italia, ma ora c’è uno spazio politico

Una “rigenerazione continua” fondata su una cassetta degli attrezzi sempre più ampia e strutturata (Ledo Prato, segretario Mecenate 90); una qualità della vita capace di competere con quella delle città metropolitane (Gaetano Fausto Esposito, direttore generale Istituto Tagliacarne); Agende urbane “corpose” utili non soltanto a progettare su priorità come l’ambiente, l’edilizia residenziale pubblica, la rigenerazione urbana, ma anche a mettere a fuoco una visione e una identità della città che lavorano per il futuro (Mariella Pacifico, coordinatrice scientifica della ricerca); la richiesta di una governance innovativa che consenta di esplicare a pieno e strutturare aggregazioni e poli fondati sulla capacità attrattiva delle città intermedie verso i comuni limitrofi (il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai e Pierciro Galeone, direttore Ifel). Sono quattro fra i tratti caratterizzanti le città intermedie emersi ieri con forza alla presentazione del  secondo Rapporto “L’Italia policentrica, Il fermento delle città intermedie”, curato da Mecenate 90 in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne. Alla presentazione anche Giuseppe De Rita, presidente del comitato scientifico di Mecenate 90,  che ha ricordato le battaglie di una vita per le realtà intermedie.

De Rita: molte sconfitte per il policentrismo ma oggi forse è possibile un discorso nuovo

“Devo riconoscere che per noi che abbiamo sempre difeso il policentrismo e le realtà intermedie, le sconfitte sono state più delle vittorie – ha detto De Rita – e penso anche alle battaglie sulla soppressione delle province e sul ridimensionamento delle camere di commercio, dove pure si è manifestata una certa capacità di resistenza. L’Italia si conferma un Paese in cui la polarizzazione vince, non solo a destra e a sinistra, ma anche in alto e in basso, perché il dibattito italiano è un dibattito di opinione. A pagare sono le realtà intermedie e il ceto medio, che pure resistono e cercano spazi. Devo riconoscere che, atterrando sulla realtà delle dieci città intermedie analizzate nel Rapporto (Caltagirone, Catanzaro, Chieti, Lecco, Livorno, Macerata, Novara, Padova, Salerno, Taranto) trovo certo fragilità antiche e nuove, ma trovo specialmente una forte tensione a crescere e una forte “soggettualità” di sviluppo collettivo. L’analogia con il primo Rapporto è che la dimensione intermedia resta fondamentale, oggi come allora, ma non viene alla luce come fattore politico rilevante; la differenza fra il primo e il secondo Rapporto è in una maggiore attenzione che oggi si presta alle realtà intermedie oggi, forse anche perché sono riemerse esigenze che proprio con la cancellazione delle province non avevano più voce: mi pare possibile un discorso nuovo su cui vale ancora la pena investire”.

Le città intermedie individuate nel Rapporto sono 157 (73 nel Nord Italia, 44 nel Mezzogiorno e 40 nelle regioni del Centro). Producono un valore aggiunto pro-capite più alto del 16% rispetto al resto d’Italia (34.154 contro 29.534 euro nel 2022); resistono in prospettiva meglio all’inverno demografico contenendo il calo della popolazione al 4,5% tra il 2024 e il 2050 a fronte di una contrazione prevista del 7,3% della media italiana; presentano un indice di qualità della vita superiore del 7,3% rispetto alle città metropolitane e di ben il 27% più alto delle altre città del Paese. “Sono – dice il Rapporto – città che ospitano imprese di eccellenza del Made in Italy e ad alto contenuto innovativo, città che esprimono dinamismo sociale, culturale ed economico e creano opportunità concrete per contrastare lo spopolamento e l’insufficiente dotazione di infrastrutture fisiche e digitali. Promuovono interventi rigenerativi per riqualificare e rivitalizzare i quartieri più degradati e sono capaci di connettere i centri urbani minori ad una rete più allargata”.

Città impegnate a creare opportunità

Le città intermedie sono “centri urbani demograficamente consistenti e funzionalmente rilevanti poiché centri di offerta di servizi, città ricche di risorse e di un prezioso patrimonio sociale e culturale. Luoghi che in molti casi sono diventati poli in grado di connettere centri urbani minori per integrarli in una rete più allargata. Città che si sono rivelate ecosistemi dinamici, alternativi alla congestione delle aree metropolitane. Città che esprimono un dinamismo sociale, culturale ed economico basato sulla consapevolezza che le sfide contemporanee richiedono un duplice impegno: interventi strutturali e governance partecipata”.

Il primo Rapporto, realizzato prima della pandemia, ha restituito profili di “città determinate a fare futuro”, con un ben definito progetto di città e percorsi necessari per realizzarlo, con modi e forme differenti nel delineare gli obiettivi e nell’attivare azioni condivise tra Istituzioni, imprese e cittadini. Il secondo Rapporto consegna profili di “città determinate a creare opportunità per contrastare le vulnerabilità dovute al progressivo invecchiamento della popolazione, allo spopolamento, all’insufficiente dotazione di infrastrutture fisiche e digitali”.

Prato: progetti ispirati a una visione del futuro

“Questi sono anni di profonde trasformazioni delle città – sottolinea il coordinatore del Rapporto di ricerca Ledo Prato, segretario generale di Mecenate 90 – l’intensità e il grado sono strettamente connessi non solo con gli investimenti del PNRR e delle altre misure adottate nell’ultimo decennio, quanto con la capacità delle Amministrazioni locali di mettere in campo progetti ispirati da una visione delle città del prossimo futuro, condivisa con i principali attori dell’economia, della cultura, del sociale. Per incidere, per lasciare un segno, sono necessarie due condizioni: una visione di futuro e la partecipazione plurale, con i cittadini al centro. Le città intermedie sembrano aver preso in mano il presente e provato a riempirlo di senso. Dove si sono accompagnate con una visione, il presente si va ponendo al servizio del futuro”.

Esposito: città in fermento, la joie de vivre fattore di competitività

Ma quali sono i punti di forza delle città intermedie oggi? Il Rapporto evidenzia “una relazionalità più intensa tra imprenditoria e dimensione istituzionale intermedia – dice Gaetano Fausto Esposito, il direttore generale del Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne – che trova nelle città intermedie livelli di qualità della vita complessivamente superiori a quelli del resto del Paese e che, in tanti casi pure nel Mezzogiorno, leggiamo anche in una maggiore disponibilità di offerta di servizi di prossimità alla popolazione. Una dimensione che si esplica in particolare nei confronti degli aspetti demografici e culturali e che rende questi luoghi un ambito in cui coltivare quella joie de vivre che è stata uno degli elementi di successo del modello di sviluppo dei distretti industriali negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso e che oggi si riconferma e sotto molti versi si rafforza, al punto da poter considerare la dimensione urbana intermedia come un vero e proprio tessuto di connessione tra i poli metropolitani e una parte consistente di altri centri cittadini.

L’ambizione di riorganizzare la governance

Nel Rapporto si affrontano i temi chiave che qualificano le pratiche di governance messe in campo. E si ravvisa un cambiamento nella cultura politico-amministrativa, con una manifesta esigenza di integrare risorse pubbliche e private e di promuovere una cultura della condivisione e della collaborazione. Sono riportati esempi di città capaci di attivare e di valorizzare risorse locali. Tra i temi condivisi primeggia la sostenibilità ambientale e la messa a sistema del patrimonio culturale, materiale e immateriale, declinando la sua valorizzazione anche con lo sviluppo del turismo. E si sta sempre più affermando la consapevolezza che l’economia globale richieda conoscenze, competenze e innovazione alimentata dall’attività di Ricerca e Sviluppo. “Abbiamo necessità di innovare la nostra governance”, ha detto il sindaco di Vicenza, Giacomo Possamai, che è anche coordinatore della Consulta dei comuni capoluogo dell’Anci. Il riferimento è soprattutto alla possibilità di creare “poli” – come li chiama il direttore dell’Ifel, Pierciro Galeone – o aggregazioni istituzionalizzate che, come sono le città metropolitane, consentano di costruire valorizzare al meglio le relazioni economiche e sociali fra i comuni di uno stesso territorio e anche i processi di partecipazione alle decisioni. “Le città metropolitane – ha detto Possamai – hanno grande capacità di rappresentarsi, mentre le città intermedie fanno fatica a relazionarsi anche con i comuni della propria area. Oggi però siamo a un punto di svolta, anche grazie al Pnrr che ha scardinato il principio che per le politiche di coesione si debba passare sempre per le Regioni e poi siano le Regioni, tramite le politiche che hanno scelto autonomamente, a far arrivare i fondi ai comuni. Il Pnrr invece, come finora solo il PON Metro aveva fatto, ha consentito ai comuni di avere un accesso diretto ai bandi e ai contributi. Ci piacerebbe allora che da qui nascesse un ragionamento sulle aree vaste: intorno ai comuni capoluogo o alle città intermedie, che fungono da fulcro, costruire aree vaste, che possano essere finanziate con le politiche di coesione o con politiche nazionali e consentano di dare alle città intermedie il ruolo di aggregatore e di registi di quello che avviene sul territorio”.

Fragilità sociali e forme innovative di welfare

Mariella Pacifico ha dato una lettura dei fenomeni che attraversano le dieci città prese in considerazione. Nel Rapporto si legge che non sono svincolate dalle tante fragilità sociali che affliggono molte altre città del nostro Paese, quali l’invecchiamento della popolazione e una persistente denatalità, l’emergenza abitativa, l’aumento delle persone in stato di povertà, crescenti livelli di diseguaglianze sociali, il grave disagio giovanile, la povertà educativa. In questo quadro, così come si rileva nella ricerca, le città intermedie promuovono Agende urbbane che orientano le scelte fondamentali e la visione della città per il futuro, mentre si realizzano interventi di carattere strategico, fra cui quelli rigenerativi per riqualificare e rivitalizzare i quartieri più degradati, grazie soprattutto alla presenza di un terzo Settore pro-attivo, in grande fermento, vivace e creativo, che è anche il protagonista principale dei fenomeni di co-programmazione e co-progettazione.

Il sistema di imprese tra innovazione e sostenibilità

Sul versante del tessuto produttivo, le città intermedie ospitano nel proprio territorio imprese attive nei settori produttivi definiti di eccellenza e ad alto contenuto innovativo, tra cui quelli del Design e del Made in Italy e dell’Agrifood. Anche in questo Secondo Rapporto si trova conferma della presenza di un tessuto produttivo caratterizzato da piccole e medie imprese, con una significativa capacità di innovazione e con un’importante propensione all’esportazione. In breve, il Rapporto evidenzia un dinamismo dei settori produttivi, sia pur a scala diversa a seconda della collocazione geografica delle città. Si distinguono realtà più prospere e competitive e realtà meno competitive dove, tuttavia, sono presenti imprese capaci di competere a livello internazionale.

I numeri delle città intermedie

Le città intermedie accolgono 10.690.518 residenti, il 18,1% della popolazione italiana (dati al 2024); 95 comuni capoluogo non metropolitani; 33 comuni non metropolitani con presenza o accessibilità ai servizi essenziali e un indice di offerta turistica maggiore o uguale a 4,6 posti letto ogni 100 abitanti; 29 comuni non metropolitani, con presenza o accessibilità ai servizi essenziali, Centri di un Sistema Locale del Lavoro con specializzazione produttiva prevalentemente manifatturiera.

Oltre la metà (83 comuni) ha una dimensione demografica che va dai 50mila residenti e oltre. La più grande è Verona con 255.298 residenti; seguono le città di Padova (207.502 residenti), Trieste (198.843 residenti), Brescia (198.259 residenti) e Parma (198.121 residenti).

In termini di superficie la città più grande è Ravenna con un’estensione di 651,85 chilometri quadrati di territorio mentre Riccione è la città con la minore superficie territoriale pari a 17,9 chilometri quadrati. La città più densamente popolata è Monza con 3.758 abitanti per chilometro quadrato mentre Enna è la città che registra la minore densità abitativa con 71 abitanti per chilometro quadrato.

Dal 2010 a oggi la classifica dei tassi di crescita delle imprese ha sempre visto primeggiare le aree metropolitane, così come le città intermedie. Prendendo in considerazione le 12 regioni che presentano all’interno dei propri confini almeno un’area metropolitana si nota come in ben 8 (Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Sicilia e Sardegna) le città intermedie fanno registrare un tasso di crescita superiore alle aree metropolitane.

L’articolo di Diario DIAC sul welfare di comunità e la co-programmazione del 26 novembre è scaricabile qui

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