Elva, il laboratorio delle Alpi o il banchetto del PNRR?
C’è un piccolo comune incastonato tra le pieghe alte della Val Maira, Elva. Settantanove abitanti. Una manciata di case, una comunità che si conosce per nome. E poi, come una colata improvvisa di cemento e buone intenzioni, arrivano venti milioni di euro dal PNRR. Dodici progetti. Un osservatorio astronomico, un centro studi, una scuola per “riabitare le Alpi”, una foresteria, un museo immersivo, infrastrutture energetiche, sentieri riqualificati. Un elenco che, più che un piano per un borgo alpino, sembra il programma triennale di una piccola capitale culturale. E allora la domanda, nuda e senza riguardi: servivano davvero tutte queste opere?
La narrazione è quella della rinascita. Parola elegante, quasi poetica. Ma qui il rischio è di scivolare nella scenografia. Perché costruire è un atto rapido, visibile, misurabile. Abitare, invece, è lento, fragile, ostinato. E soprattutto: chi abiterà tutto questo?
Settantanove abitanti. Vale la pena ripeterlo, come un ritornello che disturba. Settantanove. Anche immaginando un’improvvisa attrazione di studenti, turisti, ricercatori, resta una sproporzione evidente tra contenitori e contenuto. Il sospetto è che si stiano preparando stanze perfette… senza sapere chi ci dormirà dentro.
E poi c’è una questione ancora più ingombrante, che si arrampica tra i tornanti della valle: l’accessibilità. Come si raggiunge questo laboratorio alpino? Con quali tempi, con quali infrastrutture, con quale continuità? Perché se il viaggio per arrivare diventa un’impresa, il rischio è che tutto resti splendidamente isolato. Un gioiello in una teca difficile da aprire.
A quel punto la domanda diventa quasi brutale: tutte queste opere pubbliche costruite in gran fretta saranno utilizzate da chi?
Forse il nodo è a monte. E se invece di far atterrare questa pioggia milionaria tutta su un fazzoletto di territorio, si fosse pensato a un progetto sovracomunale? Una strategia di valle, capace di distribuire funzioni, servizi, opportunità. Non un unico epicentro ipertrofico, ma una rete. Più difficile da raccontare, certo. Molto meno spettacolare. Ma forse infinitamente più utile.
Così, invece, si ha la sensazione di una concentrazione eccessiva, quasi bulimica. Tutto insieme, tutto subito, tutto lì. Come se lo sviluppo fosse una questione di accumulo e non di equilibrio.
E poi arriva la parte meno fotogenica, quella che raramente finisce nei comunicati: la gestione. Perché il vero inizio di un’opera pubblica non è il taglio del nastro, ma il giorno dopo. Quando bisogna aprire, programmare, mantenere, far funzionare. Quando l’investimento smette di essere una promessa e diventa un costo.
Chi pagherà la manutenzione di questo piccolo impero in quota? Con quali risorse? Con quale struttura amministrativa tecnica?
Gli uffici comunali di realtà come Elva sono minuscoli, inevitabilmente. Poche persone, spesso chiamate a fare tutto. E qui il paradosso si fa quasi grottesco: a una macchina amministrativa grande come una stanza, si consegna la gestione di un sistema grande come un campus.
Siamo sicuri che qualcuno abbia pensato davvero a questo passaggio? O l’importante era arrivare in fondo ai cantieri, tagliare nastri, mettere bandierine sulla mappa del PNRR?
Perché è qui che la retorica della “grande occasione” rischia di trasformarsi nella grande abbuffata. Una stagione in cui si spende molto, si costruisce tanto, si inaugura in fretta. Ma senza la stessa energia nel progettare il dopo.
E allora la provocazione diventa inevitabile: non stiamo forse confondendo la quantità con l’impatto? Più opere significano davvero più sviluppo? O significano semplicemente più problemi da gestire, più costi da sostenere, più strutture da riempire?
Questo non è un processo alle intenzioni. Investire nei borghi è necessario. Ma proprio per questo dovrebbe essere fatto con chirurgica precisione, non con l’entusiasmo di chi ha appena ricevuto una grande eredità dallo zio d’America.
Forse, a Elva, sarebbe bastato meno. Meno progetti, ma più pensati. Meno edifici, ma più persone. Meno effetto annuncio, più effetto reale.
E allora viene il dubbio più scomodo, quello che resterà quando il rumore dei cantieri si spegnerà e rimarrà solo il vento tra le case: non è che stiamo aiutando questi territori a vivere, ma li stiamo accompagnando – con tutti gli onori – verso un declino (certo) più costoso?
Perché il caso Elva rischia di essere il caso di molte micro realtà locali che il PNRR ha voluto “doopare” con denaro pubblico fino a stordirle, forse fino a sfinirle. Il colpo finale non è la costruzione, ma la gestione: quel momento silenzioso in cui le opere chiedono cura, risorse, competenze. E se quelle non ci sono, il peso diventa insostenibile.
Il mantenimento di queste strutture rischia di trasformarsi in una zavorra, un lento trascinarsi verso il fondo. E a quel punto non sarà solo Elva a pagare il conto, ma tutti noi.
Il PNRR doveva essere rinascita per tutti e soprattutto per Elva. Qui, invece, somiglia pericolosamente alla cronaca di una morte annunciata.
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