IL CONVEGNO DELLA FILLEA CGIL
Cresme: costruzioni al 30% del valore aggiunto del Paese. Tutta la filiera: ora un tavolo a Palazzo Chigi
Nella stima anche attività immobiliari e settori collegati. Bellicini: “Abbiamo calcolato il reale peso del settore nell’economia nazionale in termini di surplus, apporto a ricchezza e occupazione”. Imprese e sindacati a Meloni: incontro su dopo-Pnrr ed emergenza abitativa. Di Franco: “Serve cambio di paradigma ma il Governo pensa ad altro”.
IN SINTESI
Una fetta del 30% del valore aggiunto nazionale, la casa che rappresenta non solo la ricchezza delle famiglie ma un’ampia porzione della ricchezza del Paese, un numero di occupati che arriva complessivamente fino a 3,6 milioni di addetti. I numeri della ricerca della Fillea Cgil – Cresme, che quantificano il peso reale del settore delle costruzioni nell’economia italiana, sono il carburante che spinge tutta la filiera a bussare con forza ancora maggiore alla porta del Governo al quale si chiede visione e programmazione per affrontare la fase che si aprirà, ormai in tempi sempre più ravvicinati, con lo stop al Pnrr; ad affrontare l’emergenza abitativa senza dover aspettare il 2028 per accedere alle risorse del Fondo Clima; a trovare una soluzione al problema del caro materiali che mette a rischio la sopravvivenza delle imprese e si scaricherà sulle stazioni appaltanti. Insomma, un deciso cambio di paradigma. E’ questo il messaggio che arriva dai principali attori del settore che ieri la Fillea-Cgil ha riunito tutti intorno a un tavolo nell’iniziativa “Il valore dell’industria Casa nell’economia italiana”. Le questioni in campo sono tante e tali che chiamano direttamente in causa la premier Giorgia Meloni, anche perchè è dalle costruzioni che può arrivare una spinta alla crescita del Paese, che, come mostrano le ultime stime delle previsioni d’autunno della Ue, vedono l’Italia tra i Paesi con le percentuali di incremento del Pil più asfittiche e risicate. “Casa e costruzioni sono pilastri della dinamica industriale del Paese. Un terzo dell’economia italiana dipende da quello che succede nel settore e che ruota attorno al bene casa”, sintetizza il segretario generale della Fillea Cgil, Antonio Di Franco.
“La casa e l’ambiente costruito rappresentano il nuovo paradigma per lo sviluppo e la coesione sociale del Paese. Il Governo è concentrato su altre priorità: condoni edilizi, rottamazione cartelle, attacco ai diritti dei lavoratori e ulteriori allungamenti dell’età pensionabile”, attacca Di Franco.“Miopi le politiche del Governo, che a partire dalla legge di bilancio vanno in direzione opposta alla crescita e allo sviluppo. Alla domanda di case e affitti calmierati, l’esecutivo risponde con risorse insufficienti, spiccioli per la morosità incolpevole e soprattutto con un ddl in materia di sfratti che rischia di mettere per strada migliaia di famiglie. Nessun riordino e prospettiva di lungo periodo in materia di incentivi fiscali ed efficientamento energetico”, spiega il segretario degli edili. “Tagli ad infrastrutture strategiche per la mobilità di cittadini e pendolari (metro Roma, Milano, Napoli, s.s.106 Jonica, Cispadana). Meno risorse per la difesa del suolo, edilizia scolastica e sanitaria”. E ancora “Mancato pagamento e riconoscimento di quanto previsto per il caro materiali alle imprese e difatti nessun intervento per il 2026, difatti si annuncia che a pagare saranno le stazioni appaltanti. Così l’Italia è destinata a fermarsi e anche l’indice dell’occupazione a cui si appiglia il Governo rischia di invertirsi in maniera decisa (visto che dal 2019 al 2025 il 30% della crescita occupazionale deriva dal contributo delle costruzioni)”.
Dal rapporto Fillea Cgil-Cresme emerge chiaramente “il ruolo centrale e determinante nell’economia recente sia degli incentivi fiscali sulla casa, del Pnrr, che degli investimenti in opere avviati dai Comuni. Praticamente tutto quello che il Governo demonizza e i cui effetti ignora scegliendo politicamente di non investirci. Infatti “Senza la liquidità del PNRR, senza un piano reale per la casa che recepisca anche la direttiva case green, a partire dall’estate 2026 è verosimile immaginare una paralisi dell’economia italiana con effetti sulla tenuta dei servizi e del welfare pubblico”, avverte Di Franco. Pertanto “è urgente una inversione di tendenza che rimetta al centro la programmazione, la rimodulazione delle risorse investite su altri capitoli (rottamazione cartelle esattoriali, flat tax, condoni edilizi vari e opere tipo Ponte sullo stretto che da solo vale 14 miliardi di euro a valere tutte sul bilancio dello stato) e la pianificazione di tutte le risorse europee, che scevre da condizionamenti ideologici, debbano essere investite per rispondere alla emergenza casa. L’ edilizia residenziale sociale (ERS) va definita dalla politica rendendo omogenei i parametri, soprattutto reddituali, su tutto il territorio nazionale”. Secondo Federcasa precisa Di Franco “sono 250.000 le famiglie aventi diritto iscritte ai bandi per l’edilizia residenziale pubblica (ERP). Sulla base di questi dati, e prendendo in considerazione un recente studio Ance- Cresme, servirebbero circa 35 miliardi di euro (250.000 per almeno 70 metri quadri con un costo di costruzione/ristrutturazione di circa 2000 al metro quadro). Nella legge di bilancio le misure per il disagio abitativo hanno provviste per 50 milioni nel 27, 50 milioni nel 28 e circa 560 milioni di euro per il tanto sbandierato piano casa. Si parla di risorse da provare ad attrarre dal c.d. Fondo sociale europeo per il clima, peccato che ammesso fossero utilizzabili al momento sembrerebbe impossibile prima di gennaio”. Alla luce di tutto questo, la Fillea, dice Di Franco, si prepara per lo sciopero generale del 12 dicembre proclamato dalla Cgil.
Ieri la Fillea ha chiamato a raccolta i rappresentanti di imprese – Ance, Confapi Aniem, Federbeton, Assolegno, Anaepa Confartigianato Edilizia – e delle altre due categorie confederali degli edili Filca-Cisl e Feneal Uil, centrando l’obiettivo di cementare la volontà di fare fronte comune e alzare l’asticella del confronto chiedendo un incontro alla Presidenza del Consiglio. Anche perché , come ha rilevato la presidente di Ance Federica Brancaccio, con almeno 40 competenze che ci sono sul tema casa è difficile individuare l’interlocutore. E’ un percorso che ora dovrà costruire proposte comuni per andare al confronto con l’esecutivo.
C’è un tema che ha surriscaldato il clima: a tenere banco è stato il dossier della vendita dell’asset ferroviario del gruppo Pizzarotti che ha visto scendere in campo le Fs e Saipem (ma solo per alcune attività) e ha registrato il passo indietro di Webuild e del gruppo Ghella. Primo a scagliarsi contro questa operazione è Di Franco. “Ma è normale che le Fs comprino un’azienda senza confrontarsi con nessuno? E’ normale se hai una visione ma il punto è che il Governo non ha un’idea e, intanto, dice alle Fs di comprare un’azienda, forse pure due. Non siamo contrari al fatto che lo Stato ha un ruolo, però vogliamo capire la visione industriale, le garanzieche ci sono per l’occupazione”. Attacca anche la presidente Brancaccio. Il nodo è sempre quello del caro materiali: “parliamo di almeno 2 miliardi e mezzo di ristori dovuti alle imprese, una cifra che in realtà è già superata. Le imprese hanno anticipato e sostenuto costi superiori a 2 miliardi e mezzo, ma nel 2025 non c’è cassa, non c’è copertura”. E in questo quadro, “la cosa più grave è la notizia della proposta di acquisto da parte delle Ferrovie dello Stato, principale stazione appaltante del Paese, del gruppo Pizzarotti. Non è tollerabile che una stazione appaltante compri un suo appaltore in difficoltà quando dice di non avere risorse per coprire il caro materiali. Sono dinamiche abnormi, che in qualsiasi altra situazione sarebbero considerate un’anomalia gravissima”.
La necessità di un’azione unitaria è stata condivisa ieri dai presenti al tavolo. “Apprezziamo l’iniziativa Fillea che mette insieme tutta la filiera delle costruzioni e ci invita ancora una volta a riflettere insieme per trovare soluzioni alle difficoltà che rischiano di coinvolgere non solo il nostro settore ma l’intero sistema Paese”. ha detto Mauro Franzolini, segretario generale FenealUil. In particolare, “La casa non ha solo un valore economico ma è un tema di sviluppo sociale, di quale deve essere il futuro sviluppo del Paese” e per questo si chiede “se anche i nostri decisori politici, aldilà dei proclami, intendano affrontare la questione in maniera più complessiva”. Mettere insieme le forze e le idee per fare un documento con priorità condivise è la sollecitazione del presidente di Anaepa Confartigianato Edilizia, Stefano Crestini. A sottolineare le sfide della transizione green che sta affrontando il settore del cemento e calcestruzzo, è stato il direttore generale di Federbeton Nicola Zampella.”Il settore ha aggiornato le strategie di decarbonizzazione al 2040 e al 2050″, ha sottolineato. Ma c’è un problema di competitività che va salvaguardata su un “sentiero sempre più stretto” dove avanzano i Paesi extra europei con costi minori.
Valore aggiunto, apporto alla ricchezza e all’occupazione: la ricerca del Cresme sul peso delle costruzioni nell’economia
Al convegno della Fillea, il direttore del Cresme Lorenzo Bellicini ha presentato una ricerca che fotografa il ‘peso’ reale delle costruzioni nell’economia italiana, che va oltre l’immagine standard del settore. “I risultati presentati sono la misurazione reale in termini di surplus, apporto alla ricchezza e all’occupazione”. Innanzitutto, una considerazione generale: guardando alle serie storiche dal dopoguerra ad oggi, emerge una relazione sempre più stretta tra l’andamento del PIL e quello delle costruzioni. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, le due curve si muovono quasi all’unisono: quando le costruzioni crescono, il PIL accelera; quando il settore entra in crisi, anche la crescita economica rallenta, pur con una tenuta leggermente maggiore del resto dell’economia nelle fasi negative. Il peso delle costruzioni sul PIL è tutt’altro che marginale. Nel 2007, alla vigilia della grande crisi finanziaria, il valore della produzione nelle costruzioni rappresentava il 13,5% del PIL; nel 2014, dopo anni di recessione e tagli agli investimenti, era sceso al 10,4%. Nel 2024 è risalito al 13,7%, grazie a una stagione eccezionale: la domanda di casa esplosa con la pandemia, gli incentivi fiscali (Superbonus in testa) e l’ondata di investimenti pubblici legata al PNRR e alle leggi nazionali di spesa. Tra il 2021 e il 2024, a prezzi costanti, la spesa in costruzioni ha non solo recuperato le contrazioni del periodo 2007–2019, ma ha superato i picchi del biennio 2006–2007. In altre parole: nel giro di pochi anni il settore è passato dalla crisi più lunga del dopoguerra a una fase di espansione senza precedenti recenti.
Per misurare il valore delle costruzioni si possono usare diversi approcci, guardando sia al lato della produzione sia a quello della spesa. Dal lato della produzione, secondo la contabilità nazionale Istat, nel 2021 il valore aggiunto delle costruzioni era pari a 85,3 miliardi di euro, il 5,2% del totale. Questa quota è cresciuta negli anni successivi: 5,7% nel 2022, 6,1% nel 2023, per poi stabilizzarsi al 5,9% nel 2024. Ma questo è solo il “nucleo stretto” del settore. Se si adotta l’approccio della Banca d’Italia e si guarda all’insieme costruzioni + attività immobiliari, si scopre che nel 2021 questo comparto rappresentava il 18,4% del valore aggiunto del Paese, dato dalla somma del 5,2% delle costruzioni e del 13,2% dell’immobiliare. Nel 2024 la quota sale al 19%. Allargando ancora lo sguardo e includendo, dal lato della spesa, gli investimenti fissi lordi in costruzioni, la manutenzione ordinaria, la spesa per servizi immobiliari e i servizi finanziari collegati (mutui, leasing, credito per la costruzione e l’acquisto di immobili), il valore ottenuto è di 495,5 miliardi di euro: circa il 30,1% del valore aggiunto nazionale. In pratica, quasi un terzo della ricchezza prodotta ogni anno in Italia è in qualche modo legata alla casa e alle costruzioni.
Più nel dettaglio, cosa avviene sul lato spesa? Nelle tavole della Contabilità Nazionale le costruzioni sono inserite tra le voci degli investimenti. Nel 2021 erano pari a 177,5 miliardi che rispetto 1.644 miliardi totali del valore aggiunto nazionale rappresentano il 10,8% del valore aggiunto nazionale. Si tratta di un valore due volte superiore a quello stimato con il metodo precedente. Gli investimenti comprendono anche il valore di beni e servizi dei settori produttivi coinvolti attraverso i consumi intermedi nell’attività di investimento. Inoltre, gli investimenti in costruzioni sono costituiti dalle nuove costruzioni e dalla manutenzione straordinaria degli edifici e delle infrastrutture, ma non comprendono la manutenzione ordinaria. Le spese di manutenzione ordinaria sono i costi di natura ricorrente atte a integrare o mantenere in efficienza le immobilizzazioni e contabilmente sono addebitate nel conto economico fra i costi per servizi ed esauriscono i propri effetti nell’esercizio in cui sono sostenute. Sommando i 177,5 miliardi degli investimenti in costruzioni, con la spesa corrente in costruzioni dei settori economici, delle famiglie e della Pubblica Amministrazione derivante dalle tavole input-output ISTAT (circa 54 miliardi di euro), i 231,4 miliardi di euro che ne derivano sono pari al 14,1% del valore aggiunto nazionale. Così il peso delle costruzioni nel determinare l’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali, e quindi nella crescita economica del Paese, passa dall’essere un ventesimo se consideriamo il valore aggiunto, a un decimo se usiamo gli investimenti, a un settimo se aggiungiamo come si deve fare anche la manutenzione ordinaria agli investimenti. Sulla base di questa suddivisione gli investimenti e la manutenzione ordinaria nelle case valgono nel 2021 da soli il 7,5% della crescita economica del Paese, mentre le infrastrutture il 2,9% e l’edilizia non residenziale il 2,9%. Come è noto dal 2021 al 2024 le cose sono molto cambiate e il settore delle costruzioni ha visto crescere il suo mercato con una dinamica fortemente espansiva.
Le costruzioni non sono un mondo chiuso in se stesso. Tutt’altro: sono inserite in una rete di relazioni con quasi tutto il resto del sistema produttivo. Nel 2021, il valore della produzione del settore è pari a 240 miliardi di euro: di questi, il 35,5% è valore aggiunto (lavoro e margini), mentre il 64,5% sono consumi intermedi, cioè acquisti di beni e servizi necessari alla produzione. Su circa 155 miliardi di consumi intermedi, il 70% – all’incirca 105 miliardi – è costituito da beni e servizi acquistati da ben 59 branche su 63 dell’economia italiana: il 94% dei settori produttivi è in qualche modo coinvolto dal ciclo delle costruzioni. Solo il 7% del totale è importato dall’estero, a conferma che il settore genera soprattutto domanda interna. Fra i principali “fornitori” delle costruzioni troviamo l’industria dei prodotti trasformati e manufatti (materiali edili e impianti, per oltre 44 miliardi), i servizi professionali scientifici e tecnici (architetti, ingegneri, geometri, oltre 15 miliardi), i servizi amministrativi e di supporto, i trasporti e la logistica, l’energia, la distribuzione commerciale, i servizi di informazione e comunicazione, i servizi immobiliari, fino alla pubblica amministrazione. Ogni cantiere è quindi un nodo di una filiera articolata che moltiplica il valore ben oltre il perimetro formale del settore.
Uno dei punti centrali della ricerca mette in evidenza che i flussi monetari generati dalla casa non si esauriscono con la fine del cantiere. La costruzione di nuove abitazioni, la riqualificazione del patrimonio esistente e la semplice gestione quotidiana della casa producono ogni anno un’enorme quantità di reddito, imposte e consumi. Per le nuove abitazioni, nel 2024 gli investimenti edilizi ammontano a circa 21,9 miliardi di euro. A questi si devono sommare il margine del promotore immobiliare (circa 3,4 miliardi) e il valore dell’area edificabile (circa 5,9 miliardi). Il totale delle spese per le nuove costruzioni arriva quindi a oltre 31 miliardi. Chi compra una casa sostiene spese aggiuntive per renderla abitabile: imposte d’acquisto (IVA, imposte ipotecarie e catastali), parcella del notaio, spese bancarie e assicurative per l’eventuale mutuo, arredamento, trasloco, allacci alle utenze e attivazione dei servizi. Nel 2024 queste voci valgono complessivamente circa 7,5 miliardi di euro. Ogni nuova abitazione è dunque il centro di una piccola “catena del valore” che coinvolge banche, professionisti, commercio, servizi e pubblica amministrazione. Ancora più rilevante è ciò che accade sulle case esistenti. Nel 2024 la somma di rinnovo e manutenzione del patrimonio abitativo raggiunge circa 123,3 miliardi di euro, di cui 99,6 miliardi per interventi di riqualificazione e 23,8 miliardi per manutenzione ordinaria. Solo nel 2021–2023 la stagione dei bonus edilizi – fino all’apice del Superbonus – ha fatto schizzare gli importi incentivati a livelli mai visti, seguiti poi da una brusca frenata nel 2024–2025, quando l’ammontare degli interventi agevolati è tornato su valori molto più contenuti.
A questi flussi vanno aggiunti quelli connessi all’uso della casa: nel 2024 i fitti imputati – il valore figurativo dell’abitare nella propria casa di proprietà – valgono 156 miliardi di euro, mentre i fitti reali (compresi quelli delle case vacanza) superano i 20 miliardi. Le spese di gestione della casa (energia, acqua, arredi, piccole attrezzature, spese condominiali) ammontano a 87 miliardi, gli oneri fiscali e assicurativi a 25 miliardi, i costi di trasferimento della proprietà a quasi 8 miliardi, gli interessi sui mutui in essere a circa 5,4 miliardi. Mettendo insieme tutte queste componenti, la stima per il 2024 è di circa 466 miliardi di euro di flussi monetari collegati alla casa. Si tratta del 21% del PIL e di circa il 27% dell’aggregato formato da investimenti fissi lordi e consumi finali delle famiglie. Un quinto del prodotto interno lordo italiano nasce, direttamente o indirettamente, dal fatto che le famiglie abitano, acquistano, manutengono, scambiano e riscaldano le proprie case.
Il peso del costruito non si vede solo nei flussi annuali, ma anche nello stock di ricchezza accumulata. Nel 2023 la ricchezza nazionale lorda italiana è stimata in 27.600 miliardi di euro. Le attività non finanziarie dei settori istituzionali (famiglie, imprese, pubblica amministrazione, società finanziarie) ammontano a 11.287 miliardi: di questi, l’83% è rappresentato dall’ambiente costruito, per un valore di 9.356 miliardi di euro. Dentro questo aggregato: le abitazioni valgono 5.958 miliardi (64%); gli immobili non residenziali 2.217 miliardi (24%); le altre opere (infrastrutture di trasporto, reti, impianti) 1.139 miliardi (12%). Le abitazioni, da sole, hanno un valore pari a circa 2,8 volte il PIL. La quasi totalità di questo patrimonio residenziale è detenuta dalle famiglie: circa il 93–95% del valore delle case è infatti in mano ai nuclei familiari. Nel complesso, il valore dell’ambiente costruito è pari a 3,3 volte il debito pubblico e a 4,4 volte il PIL. In altri termini: gran parte della ricchezza “reale” del Paese è incorporata nella casa, negli edifici e nelle infrastrutture.
Anche sul fronte occupazionale, le costruzioni mostrano numeri di grande rilievo ed impatto. Secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro, nel primo semestre 2025 gli occupati nelle costruzioni sono 1,652 milioni, con una crescita del 24,6% rispetto al 2019. Nello stesso periodo, l’occupazione totale in Italia è aumentata di 1,07 milioni di persone: di questi, 326 mila provengono dalle costruzioni, pari a circa il 30% dell’intera crescita occupazionale. La contabilità nazionale ISTAT, che utilizza definizioni leggermente diverse, stima un numero ancora più alto: fino a 1,85 milioni di occupati nelle costruzioni nel 2025. A questi vanno aggiunti i lavoratori delle attività connesse: progettisti (architetti, ingegneri, geometri), produttori e distributori di materiali, servizi innovativi, tecnologie e macchinari per l’edilizia, attività immobiliari. Il Cresme calcola che lungo l’intera filiera costruzioni–immobiliare lavorano fra i 3,3 e i 3,6 milioni di persone.