LA DOMANDA IRRISOLTA DEL PAPER DELLA FONDAZIONE

Ifel: “Il Piano casa utilizzi l’Affordable Housing Plan europeo per fondare una politica abitativa duratura”. Ma lo sta facendo?

Analisi delle misure UE e di quelle nazionali da cui per ora si riscontrano, più che collegamenti virtuosi, possibilità di convergenze. Il giudizio di IFEL è però positivo: l’integrazione tra risorse nazionali ed europee conferisce orienta il Piano Casa verso un modello più coordinato con le più recenti iniziative promosse dalla UE”. Criticità per l’attuazione.

13 Lug 2026 di Giorgio Santilli

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Ifel: “Il Piano casa utilizzi l’Affordable Housing Plan europeo per fondare una politica abitativa duratura”. Ma lo sta facendo?

PIERCIRO GALEONE IFEL

Interessante paper dell’IFEL, “Abitazioni a costi accessibili nelle Politiche UE. Stato dell’arte e prospettive”, sull’intreccio fra lo European Affordable Housing Plan e il Piano casa italiano. Ricco di dati sul livello e sull’evoluzione dei canoni di affitto in Italia e di stime dei fabbisogni  abitativi italiani ed europei, il paper offre, però, soprattutto un quadro di raffronto fra le politiche abitative e le evoluzioni normative in Europa e in Italia. Individuate lucidamente anche le domande fondamentali di questa fase, proprio in merito a questo raccordo e alle possibili convergenze fra i due scenari. Stavolta, però, la risposta data dal paper della Fondazione diretta da Pierciro Galeone a queste domande non è né univoca, né esente da ambiguità. Certo non per demeriti dell’IFEL, quanto per il fatto che una certa indeterminatezza caratterizza ancora le iniziative UE e che confusione e incertezza restano altissime nel Piano italiano. Anche l’IFEL, con i suoi strumenti, non riesce a restituirci un quadro univoco delle relazioni fra determinanti del Piano europeo e linee di sviluppo del Piano italiano.

La questione principale che il paper pone – che anche a DIAC sembra davvero la questione centrale troppo spesso trascurata o nascosta nel dibattito pubblico – la ricaviamo da una nota di sintesi distribuita da IFEL che meglio la esprime: “Dobbiamo usare la spinta generata dal Piano europeo per l’edilizia accessibile (European Affordable Housing Plan) per definire in modo complementare e integrato una POLITICA NAZIONALE PER ABITAZIONI ACCESSIBILI E SOSTENIBILI: più spazio agli aiuti pubblici per housing sociale e accessibile, uso dei fondi di coesione e degli strumenti BEI per la casa, riconoscimento delle aree di tensione abitativa partendo dai dati, intervento su locazioni brevi, semplificazione e riforme (il corsivo è di DIAC, ndr). E’ una classica politica – continua la nota – multilivello che ha certo bisogno di un coordinamento nazionale, di una partecipazione regionale alla programmazione ma soprattutto di un ruolo centrale dei governi urbani che sanno “cosa” serve, “dove” serve e “come” mettere a valore regole nuove e risorse aggiuntive”.

Sembra una questione posta in questo modo per dire che no, il piano casa italiano non sta attuando – o almeno non sta ancora attuando – l’approccio europeo: che ci siano più aiuti pubblici non vi è dubbio (per quanto molti li considerino del tutto insufficienti per gli obiettivi posti sull’ERP) ma che siano destinati ad housing sociale e accessibile vale solo per il primo pilastro, mentre prevale il dubbio sul fatto che il terzo pilastro porti ad “alloggi accessibili”; che si metta in conto l’utilizzo dei fondi di coesione è vero, ma la seconda gamba auspica, non vincola, che le risorse recuperate all’housing dalle Regioni con la Mid Term Review vadano al Fondo Hoising Coesione gestito da Invimit; degli strumenti BEI  non c’è nemmeno l’ombra e molti si interrogano perché mai un Piano casa nazionale non abbia facilitato politiche regionali e locali prestando una garanzia statale sui prestiti BEI; non c’è alcun riconoscimento specifico, tanto meno una priorità, per le aree di alta tensione abitativa, come chiedevano i comuni metropolitani; non c’è alcun intervento sugli affitti brevi; ci sono certamente semplificazioni, ma non nella forma auspicabile di una riforma ordinaria che valga per tutti, bensì con gradazioni (anche esagerate tramite commissari) che favoriscono nella massima misura i grandi interventi dei fondi. Inoltre, alcuni strumenti, come il miliardo di euro PNRR non speso che si sarebbe dovuto dirottare al patrimonio separato di Cdp Real Asset Sgr per interventi di affordable housing in favore dei lavoratori, sono stati prima sospesi, poi archiviati (come ha scritto Diario DIAC venerdì scorso in questo articolo).

Questo è il quadro effettivo. Letta la nota di sintesi, è legittima la curiosità di leggere il testo integrale del paper che, con una certa sorpresa, dà risposte molto più nette, soprattutto nell’appendice finale che “rilegge” il Piano casa nazionale. Da queste parole si deduce che l’IFEL dà una valutazione estremamente positiva dell’impiano del Piano casa. Eccole (pagina 69): “L’insieme delle disposizioni contenute nel decreto delinea pertanto una politica dell’abitare che supera la tradizionale distinzione tra edilizia residenziale pubblica ed edilizia sociale, proponendo un approccio integrato nel quale recupero del patrimonio esistente, rigenerazione urbana, sostenibilità economica, innovazione gestionale e inclusione sociale costituiscono componenti di una medesima strategia di intervento”. E ancora: “La centralità attribuita al riuso degli immobili pubblici, alla collaborazione tra amministrazioni e soggetti privati e all’integrazione tra risorse nazionali ed europee conferisce al Piano Casa una configurazione significativamente diversa rispetto ai precedenti programmi nazionali, orientandolo verso un modello di politica abitativa maggiormente coordinato con gli strumenti di sviluppo territoriale e con le più recenti iniziative promosse dall’Unione europea”.

Si deve prendere atto, evidentemente, di una valutazione di IFEL fortemente positiva del Piano casa, anche se tutti questi raccordi virtuosi fra misure europee e misure italiane nel Paper non si trovano. Anche il PNRR housing – dice il Paper – è stato largamente ridimensionato e dopo le ultime modifiche “resta più stretto, meno espansivo e più orientato a chiudere target selezionati entro il 2026”.

Ripetiamo: la questione del raccordo fra i due piani è centrale e la domanda cui rispondere nel valutare la nascita – o meno – di una politica nazionale dell’abitare è quella giusta. Il dibattito, ovviamente, è aperto.

Un’ultima considerazione, che attenua un po’ l’entusiasmo dell’IFEL e fa sorgere qualche nube all’orizzonte, riguarda l’attuazione del Piano casa. Anche questa la riportiamo letteralmente (pagina 21): “Il principale punto critico riguarda ora l’attuazione: censimento degli immobili, disponibilità effettiva delle risorse, tempi dei progetti e capacità amministrativa degli enti locali. Alcune organizzazioni degli inquilini ritengono inoltre che il numero reale degli alloggi inutilizzabili e delle famiglie in attesa sia sensibilmente superiore agli obiettivi indicati dal Governo”. Non è poco.

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