LA CARTA DI PARMA

Una Carta per ripensare e ricostruire città, comunità e paesaggio: l’architettura come disciplina civile, critica, politica

18 Mag 2026 di Maria Cristina Carlini

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E’ un tempo difficile ma anche un tempo decisivo. In una fase in cui la società attuale è attraversata da forze dominanti di disgregazione e di sofferenza dei sistemi urbani, l’architettura italiana può, anzi deve, avere una grande opportunità. Le trasformazioni radicali innescate da crisi ambientali, disuguaglianze, perdita di identità dei luoghi ma anche dalla pressione tecnologica dell’innovazione e della quarta rivoluzione industriale, fissano in questo momento di rottura e di frattura nuovi obiettivi: l’architettura può tornare a essere una disciplina civile, critica e politica, uno strumento capace di interpretare la complessità del presente e di dare forma a una nuova idea di spazio collettivo. È da questa consapevolezza che oltre cento docenti e studiosi delle scuole italiane di architettura hanno costruito un manifesto collettivo che rimette al centro i caratteri storici e culturali dell’architettura italiana, riconoscendone l’attualità e la capacità di incidere sulle contraddizioni della contemporaneità: parliamo della “Carta di Parma. Un manifesto collettivo per l’architettura italiana oggi”, frutto di un lavoro di quasi tre anni.

Il manifesto, promosso da Dario Costi, architetto e professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana dell’Università di Parma, collaboratore di DIAC fin dalla prima ora, non guarda alla tradizione come a un repertorio da conservare, ma come a un patrimonio vivo di strumenti teorici, civili e progettuali con cui affrontare il futuro. Il filo conduttore della Carta sono sette parole chiave: Vita, Cura, Teoria, Storia, Città, Politica, Ambiente. Parole che riassumono l’essenza della sfida che l’architettura si trova davanti. Al centro c’è l’idea che l’architettura debba tornare a costruire relazioni tra le persone, generare comunità, dare forma a spazi capaci di interpretare i bisogni individuali e collettivi. Il ruolo dell’architetto è quello di intellettuale critico, radicalmente distante da quello di ‘fornitore di merce’.  In opposizione all’omologazione globale dei linguaggi, alla standardizzazione dei processi e alla riduzione dell’architettura a merce, la Carta rivendica il valore della cura: attenzione ai luoghi, alle differenze, alle stratificazioni storiche, alla specificità dei contesti.

Ci sono poi le parole chiave teoria e storia che vogliono riaffermare un tratto distintivo della cultura architettonica italiana: il legame profondo tra teoria e progetto, tra pensiero e costruzione. Una tradizione che da Vitruvio arriva fino al dibattito del secondo Novecento e che oggi viene indicata come condizione necessaria per restituire profondità culturale e responsabilità critica all’architettura contemporanea. C’è una centralità, dunque, del rapporto architettura-filosofia, così come, in questa prospettiva, anche la storia non è memoria passiva, ma uno strumento attivo di interpretazione e progetto, un campo di confronto permanente capace di orientare le trasformazioni urbane che dà linfa a una dialettica tra architettura e stora.

La Carta di Parma focalizza la centralità della città, richiamando con forza la dimensione pubblica e civile dell’architettura italiana, la sua responsabilità nei confronti del bene comune e della qualità dell’abitare. Di fronte alla transizione ecologica e alla quarta rivoluzione industriale, il progetto urbano viene indicato come strumento indispensabile per guidare processi di rigenerazione, integrare le nuove tecnologie, rafforzare lo spazio pubblico e ridefinire il rapporto tra ambiente e insediamenti umani. In questo quadro l’architettura assume e si riappropria inevitabilmente una funzione politica. Non come pratica ideologica, va subito chiarito, ma come capacità concreta di incidere sul destino delle città e sulla qualità della vita collettiva. Una capacità propositiva  capace di stimolare scelte consapevoli nella Pubblica Amministrazione. Il progetto viene posto al centro del dibattito pubblico, che reagisce alla banalizzazione delle pratiche di partecipazione e, piuttosto,  un’occasione di vero confronto democratico. Particolarmente centrale è il tema ambientale. Nel rapporto storico tra architettura italiana e paesaggio, il manifesto riconosce una possibile risposta alla crisi climatica contemporanea: un’idea di trasformazione fondata sulla rinaturalizzazione delle città, sull’integrazione tra costruito e natura, sulla restituzione dello spazio pubblico come luogo fondamentale dell’abitare comune.

Più che un documento teorico, la Carta di Parma vuol essere una presa di posizione culturale collettiva e come una proposta operativa. L’obiettivo dichiarato è costruire una rete trasversale tra università, istituzioni, professioni e soggetti pubblici per riportare la qualità dell’architettura al centro delle politiche urbane e territoriali, anche attraverso futuri strumenti normativi e legislativi, come già avvenuto in molti Paesi europei. Il manifesto sarà presentato martedì 19 maggio nella Sala Zuccari del Senato, su iniziativa del senatore Mario Occhiuto, alla presenza dei ministri Anna Maria Bernini e Antonio Tajani. “La riflessione sviluppata nelle scuole di architettura italiane viene offerta in questa occasione – sottolinea Costi –  come spunto e stimolo per tutti i soggetti che hanno a cuore l’architettura e che svolgono un ruolo importante nella valorizzazione della sua qualità. Ci auguriamo che questo momento possa rappresentare il primo passo verso la costruzione di una rete trasversale, ampia e collaborativa, capace di portare presto alla concretizzazione di azioni e passaggi legislativi, come già avvenuto in molti Paesi europei».

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