RIGENERAZIONE UMANA / 7

Quei colori di Bari che restano oltre il muro

28 Gen 2026 di emilia martinelli

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La rigenerazione non è mai solo una questione di spazi. Non comincia dai metri quadri, né dai progetti stesi su un tavolo. Comincia da uno sguardo. Da come un luogo ti guarda, e da come tu, finalmente, ti fermi a guardarlo davvero. Ma io come potevo guardare da sola tutto quel muro? Trecento metri di muro nati per proteggere un cantiere, il futuro. Era funzionale. Ma un muro è sempre un muro, separa, esclude.

Sono una giovane street artist e l’Agenzia del Demanio mi aveva chiesto di farci un’opera su quel muro, di rigenerarlo. E allora mi sono chiesta: che faccio? Sentivo chiaramente che da sola non bastavo. La mia arte, da sola, non poteva raccontare questo spazio, questa città, questo luogo che stava per diventare Parco della Giustizia di Bari, Parco della città, un posto che si stava preparando ad essere di tutti. (…)

Dovevo allora restituire una relazione. Mettere in contatto il muro con le persone. Lasciare che fosse attraversato. Smettere di parlare al posto della città e cominciare ad ascoltarla.

I pensieri correvano, nella mia testa, veloci e insicuri, e mi ripetevo: Un luogo è vivo solo se qualcuno lo attraversa davvero, con le mani, il corpo, l’immaginazione, anche con il dubbio di non essere all’altezza. Proprio come mi sento io adesso, davanti a questo muro.
E lì, in quel momento di esitazione, ho capito: Non devo aggiungere un’immagine. Devo togliere distanza. Devo portare i pennelli dentro le scuole, sì, e nei carceri, e dagli anziani, e in tutti quei luoghi dove la vita è sospesa o fragile, sì, perché serve a far cadere altri muri.
È come dire ad una persona che abita questi spazi: “la città non è fuori da qui, da questa scuola, da questo centro, da questo carcere. La città siete anche voi. Venite fuori, attraversate il muro”.
Chissà se anche loro sentiranno la paura di fare che provo io adesso. Forse sì. Ma capiranno presto che non serve essere pronti. Basta solo esserci, così come si è. Perché ognuno conserva una traccia, anche quando non lo sa. Una memoria da lasciare.
E su questo muro il loro gesto può restare impresso. Non verrà cancellato.

E allora sono partita. Entusiasta e spaventata, sono andata.
Ho preparato il progetto. Una base appena accennata, linee semplici, ripetibili, come un respiro che può essere preso da chiunque. Inspira ed espira, le linee, una dietro l’altra, si incastravano come un puzzle. Ma i pezzi dovevano anche staccarsi, ho pensato, l’opera poteva rompersi senza crollare.
Perciò ho realizzato 375 pannelli in alluminio pressato, e preparati con una base neutra, dove tutti potevano disegnare. Potevamo portarli nelle scuole, nei carcere, nei centri e poi riportarli al muro per metterli insieme, vicini, per realizzare un’unica grande opera, capace di dialogare a suon di colori.
E così, anche una volta finito il Parco della Giustizia e tolto il muro, quei pannelli non sarebbero morti, ma avrebbero rigenerato qualcos’altro, avrebbero continuato a vivere come opera d’arte di tutta una comunità, su quel muro e poi chissà dove.

Ora non mi restava che incontrare le persone, bisognava portare i pannelli nelle mani degli artisti.
E finalmente è accaduto: li ho conosciuti, quasi uno alla volta. Nei loro occhi, nei silenzi e pure nelle tante parole, ho percepito la diffidenza di chi non è mai stato invitato a lasciare un segno. “Io non so disegnare”, me lo hanno detto tanti, come una scusa imparata da piccoli. Io guardavo le loro mani, come a dire: “Le tue mani sanno cosa fare, seguile e basta”. E così è stato.

I bambini entravano nel colore senza chiedere. Volevano dire tutto. Il cielo, la terra, l’uguaglianza, il futuro.
I ragazzi più grandi all’inizio restavano indietro, poi qualcosa cedeva e si sporcavano pure loro, senza chiedere permesso.
Con gli anziani il tempo cambiava passo. Non correva più. Si allargava. Ogni gesto diventava fragile, lento, irripetibile, come se non potesse essere rifatto una seconda volta. Chi stava perdendo la memoria non aveva un disegno da seguire. né un prima o un dopo a cui aggrapparsi. C’era solo il movimento. Il colore che scorreva sotto la mano. Il presente puro. E in quella libertà nasceva una verità crudele e dolce: il gesto conta più della forma. Perché quel gesto porta con sé una memoria antica, che non si è persa, anche quando tutto il resto vacilla.
Nel carcere l’aria era più densa. Ogni pannello diventava una lettera aperta. Non c’era bisogno di spiegare niente. Quelle tre ore ad incontro erano uno spazio diverso, fuori dalle definizioni. Quando il segno usciva da lì, usciva anche una parte di loro. Quel segno poteva prendere aria, possibilità di riscatto, non era illusione. Era un’opportunità di far uscire fuori dalle mura una parte di sé, quella più umana, quella che fa comunità.
Io raccoglievo tutto e restavo ai margini. Guardavo crescere qualcosa che non mi apparteneva più, non doveva appartenermi, era di tutta la comunità ora.

Quando abbiamo montato i pannelli, uno accanto all’altro, il muro ha preso volto, corpo, e ha smesso di essere un confine. È diventato una storia lunga, scritta da mani che non si sarebbero mai incontrate.
E quando è finito, mi sono messa a cercare le crepe, le differenze, le imperfezioni. È lì che riconosco l’opera. Rigenerare forse è stratificare. Accettare che un luogo, come una persona, porti addosso ferite, contraddizioni, errori. E decidere che valgono, che sono traccia, memoria, e perfino opera d’arte.
Il muro, alla fine, non è stato trasformato in qualcos’altro. È rimasto un muro. Ma ha cambiato pelle. Da confine è diventato soglia, racconto. Uno spazio vivo, aperto tra la gente.

La rigenerazione vera non si vede tutta subito. Non fa rumore. È lenta. È fragile. Ma, una volta avviata, non torna indietro. Resta nelle abitudini nuove: in chi si ferma, in chi torna, in chi porta qualcun altro a vedere quanti colori ci sono su quel muro. E oggi so che molti si fermano a guardare.

Un signore anziano, un giorno, fermo a guardare tutta l’opera finita, mi ha detto: “I colori mi arrivano addosso come il vento dal mare, potente e profumato. E le onde sono le tante mani che hanno disegnato. Mani piccole, mani storte, mani che tremano. Mani di bambini, e di vecchi come me. Mani di chi sta chiuso, di chi si è perso, di chi cerca ancora un posto dove stare. Centocinquanta mani, forse di più, tutte insieme. Messe una accanto all’altra, senza litigare.”
“I colori non litigano mai”, gli ho detto ridendo.
“Ma le persone sì,” ha risposto, “tranne se qualcuno gli ricorda che l’umanità può diventare arte, se ci si ascolta.”

E in quel momento ho capito davvero: Rigenerare è lasciare che la città e le persone respirino insieme, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, colore dopo colore.

Si ringrazia Chiara Capobianco, artista, e tutta la città di Bari, per aver ispirato questo racconto

 

Il racconto di emilia martinelli letto da Carlotta Solidea

 

 

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