LA GIORNATA

Pil, l’Ocse lima a +0,5% la crescita. Disoccupazione, Istat: giù al 6%

  • Ue, Fitto: “Risultati della Coesione chiari, essenziale contro disparità”
  • Manovra, Lega: sull’emendamento sul Piano Casa c’è l’attenzione del governo
  • Città sostenibili, intesa tra Cdp e Agenzia del Demanio: al via il gruppo di lavoro sugli impatti della rigenerazione urbana

03 Dic 2025 di Maria Cristina Carlini

Condividi:

IN SINTESI

L’Ocse lima ancora al ribasso le stime di crescita dell’Italia e si allarga così la forbice con l’Eurozona dove, invece, la stima è in rialzo. E’ questo il quadro che emerge dall’Economic Outlook pubblicato ieri dall’orgnizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. La crescita del Pil italiano è prevista ora a + 0,5% del Pil, a cui dovrebbe seguire il + 0,6% nel 2026, attesa confermata, e un + 0,7% nel 2027. Per la crescita globale ha invece mantenuto l’attesa di un più 3,2% quest’anno, cui dovrebbe seguire una moderazione al più 2,9% il prossimo e una riaccelerazione al più 3,1% nel 2027. Per l’insieme dell’area euro stima più 1,3% del Pil nel 2025, più 1,2% nel 2026, + 1 e 2 decimi rispettivamente rispetto alle precedenti stime,  e più 1,4% nel 2027. “L’indebolimento delle esportazioni seguito ai rialzi dei dazi commerciali e l’andamento sottotono dei consumi delle famiglie, che persiste a dispetto dell’aumento dei redditi reali frenerà la crescita sul breve termine”, avverte l’Ocse. Più avanti “l’aumento degli investimenti pubblici dovrebbe sostenere l’espansione, anche sulla spinta degli esborsi (restanti) del Pnrr”. Lo scorso 23 settembre, con un aggiornamento di interim delle sue stime, l’Ocse aveva indicato un più 0,6% di crescita per quest’anno e un valore analogo per il prossimo. In Italia gli elementi di incertezza si sono in parte attenuati ma quest’ultima resta elevata, al tempo stesso “i rischi sulla crescita economica sono ampiamente bilanciati”, si legge nel capitolo sull’Italia. “Le restrizioni al commercio, l’accresciuta concorrenza con il potenziale re-indirizzamento di flussi diretti agli Stati Uniti verso l’Italia e l’incertezza possono creare maggiori zavorre rispetto al previsto su esportazioni, attività, investimenti e occupazione, amplificando i risparmi cautelari delle famiglie”.

“D’altra parte – dice l’Ocse – le riforme introdotte dal governo e gli investimenti, che vanno dalle infrastrutture allo sviluppo delle competenze, potrebbero incoraggiare le imprese investire più del previsto, facendo un miglior utilizzo dei loro bilanci e delle loro liquidità”. Secondo l’Ocse in Italia il tasso di disoccupazione calerà quest’anno al 6,2%, dal 6,5% del 2024, e poi si ridurrà ulteriormente a un minimo storico del 6% sia sul 2026 che sul 2027. L’inflazione è attesa sui livelli contenuti: 1,8% quest’anno, 1,7% il prossimo e 1,8% del 2027. Positive le valutazioni sul quadro finanziario. “I costi di indebitamento sono calati, a seguito dei tagli dei tassi di interesse nell’area euro e grazie al minore premio di rischio sull’indebitamento italiano. Le agenzie hanno rivisto al rialzo i loro rating sui titoli di Stato italiani e su alcune entità pubbliche e grandi imprese, a riflesso del miglioramento della salute delle banche – dice l’Ocse – e dei progressi sul risanamento dei conti pubblici”. L’ente parigino prevede che il deficit di bilancio torni sotto la soglia chiave del 3% del Pil – quella prevista dal Patto di stabilità e decrescita della Ue – già da quest’anno, con un 2,9%, livello che spianerebbe la strada ad una fine anticipata della procedura europea di deficit eccessivo. Il deficit è previsto ridursi ulteriormente al 2,7% del Pil nel 2026 e al 2,6% nel 2027. Il debito pubblico è atteso salire al 136,2% del Pil quest’anno, al 137,7% nel 2026 e poi limarsi al 137,4% nel 2027. Su questa dinamica continua a pesare l’eredità negativa del Superbonus sull’edilizia: “il debito pubblico supererà il 137% del Pil nel 2027 mentre i crediti sul Superbonus veè

Nel nuovo Outlook, l’Ocse sottolinea che “per sostenere la crescita è necessario ridurre l’incertezza giuridica”: una regolamentazione “eccessiva o imprevedibile può pesare sull’attività economica, norme chiare e ben concepite possono sostenere la crescita perché i quadri normativi sono stabili e lo stock complessivo di regolamenti rimane gestibile”. Pesa la giungla normativa italiana. “Ad esempio, i dati relativi all’Italia suggeriscono che la crescente complessità dei testi giuridici sembra aver generato incertezza nell’applicazione delle normative per le imprese, il che potrebbe aver ridotto il pil pro capite di oltre il 3% negli ultimi 20 anni a causa della minore crescita e degli investimenti delle imprese”.

L’Ocse, si è detto,  ha alzato le stime di crescita dell’eurozona. “La crescita nell’area dell’euro dovrebbe attenuarsi leggermente dall’1,3% nel 2025 all’1,2% nel 2026, per poi aumentare all’1,4% nel 2027, con l’aumento degli attriti commerciali compensato da condizioni finanziarie più favorevoli, dagli investimenti continui finanziati dal Recovery and Resilience Facility e da mercati del lavoro resilienti – si legge nel documento -. Si prevede che l’espansione fiscale stimolerà l’attività economica in Germania, riflettendo una maggiore spesa per la difesa e le infrastrutture, mentre il previsto consolidamento in Francia e in Italia attenuerà la crescita. Nel Regno Unito, il consolidamento fiscale e l’incertezza peseranno anch’essi sul ritmo dell’espansione, con una crescita reale del Pil prevista in lieve calo dall’1,4% nel 2025 all’1,2% nel 2026, per poi risalire all’1,3% nel 2027”.

Lavoro, Istat: disoccupazione cala al 6%, occupazione sale al 62,7%

Crescita dell’occupazione, calo della disoccupazione e sostanziale stabilità degli inattivi: è questo, in sintesi, il quadro del mercato del lavoro a ottobre tracciato dalle rilevazioni dell’Istat. L’aumento degli occupati ,+0,3%, pari a +75mila unità, coinvolge gli uomini, le donne, i dipendenti, gli autonomi e tutte le classi d’età ad eccezione dei 25-34enni che risultano in diminuzione. Il tasso di occupazione sale al 62,7% (+0,1 punti). La diminuzione delle persone in cerca di lavoro,-3,7%, pari a -59mila unità, riguarda gli uomini, le donne e tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione scende al 6,0% (-0,2 punti), quello giovanile al 19,8% (- 1,9 punti).  La sostanziale stabilità degli inattivi tra i 15 e i 64 anni, che interessa entrambi i generi, è sintesi della crescita tra i 15-34enni e della diminuzione tra chi ha almeno 35 anni di età. Il tasso di inattività è invariato al 33,2%. Confrontando il trimestre agosto-ottobre 2025 con quello precedente (maggio-luglio) si registra una sostanziale stabilità nel numero di occupati. Rispetto al trimestre precedente, diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-4,4%, pari a -71mila unità) e aumentano gli inattivi di 15-64 anni (+0,5%, pari a +61mila unità). A ottobre 2025, il numero di occupati supera quello di ottobre 2024 dello 0,9% (+224mila unità); l’aumento riguarda gli uomini, le donne e chi ha almeno 50 anni, a fronte della diminuzione nelle altre classi d’età. Il tasso di occupazione, in un anno, sale di 0,4 punti percentuali. Rispetto a ottobre 2024, cala sia il numero di persone in cerca di lavoro (-2,2%, pari a -34mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,4%, pari a -171mila unità).

“I dati Istat di oggi confermano un trend molto positivo per il mondo del lavoro del nostro paese: aumenta l’occupazione, in particolare modo quella stabile, il tasso di disoccupazione scende ed è in media europea. Cala anche la disoccupazione giovanile. Il 62,7% di occupazione è un dato che conferma la validità della strategia adottata dal governo in questi ultimi tre anni. Il nostro lavoro va avanti, per migliorare ulteriormente questi dati positivi e accompagnare sempre più persone verso il lavoro”, dichiara il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, commentando i dati. “I dati diffusi oggi dall’Istat sono in parte positivi, ma persistono squilibri generazionali, di genere e qualitativi che mettono in discussione la reale solidità del mercato del lavoro e che non possono più essere ignorati”, dichiara la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese. “I numeri più allarmanti riguardano i giovani, che registrano un calo dell’occupazione e l’incremento degli inattivi. Pertanto – ha spiegato Veronese – la disoccupazione giovanile scende anche perché aumentano i giovani che smettono di cercare un impiego. Tra l’altro, mentre le nuove generazioni faticano a entrare e a restare nel mercato del lavoro, continua a crescere l’occupazione degli over 50, indice di un mercato che trattiene le lavoratrici e lavoratori più anziani e lascia indietro le fasce più giovani. Anche le donne, pur registrando un miglioramento, restano schiacciate da un tasso di occupazione ancora troppo basso, distante da quello maschile e che continua a riflettere carichi familiari squilibrati e scarsa disponibilità di servizi. Per evitare una crescita a doppia velocità, chiediamo al Governo interventi strutturali come un piano nazionale per l’occupazione giovanile, più formazione continua, politiche efficaci per la partecipazione femminile e – ha concluso Veronese – un tavolo stabile tra Governo, sindacati e imprese per monitorare la qualità del lavoro”. Per l’ufficio studi di Confcommercio, “al netto della forte revisione al ribasso operata sul numero di occupati di settembre, il dato di ottobre sull’andamento del mercato del lavoro è un ulteriore segnale da accogliere con favore nell’ambito degli spiragli di ripresa che si stanno manifestando nei mesi finali di questo difficile 2025. La tendenza al miglioramento, pur sostanzialmente diffusa tra i diversi segmenti dell’occupazione, sta interessando in misura più significativa la componente femminile, ancora la più deficitaria in termini occupazionali, con una crescita, su base annua, di quasi un punto percentuale del tasso di partecipazione e di occupazione. Proprio questo elemento – che va decisamente confermato nel prossimo futuro – potrebbe contribuire ad attenuare molti dei timori espressi dalle famiglie in termini prospettici e favorire la tanto attesa crescita della domanda per consumi”.

Ue, Fitto: “Risultati della Coesione chiari, essenziale contro disparità”

“L’obiettivo principale della politica di Coesione continua a seguire quanto previsto dai trattati: rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale e ridurre le disparità regionali”. Lo ha sottolineato il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Raffaele Fitto, in audizione in commissione Regi al Parlamento europeo nell’ambito della procedura di discarico, l’iter di approvazione del Bilancio Ue. “La valutazione di medio termine ha rilevato che, grazie alle regole di allocazione e alla governance multilivello, i fondi garantiscono un sostegno territoriale continuativo che non avrebbe potuto essere fornito da soggetti privati o da altri enti pubblici”. Secondo il vicepresidente, “i programmi regionali sono più strettamente collegati agli attori territoriali e ai loro bisogni”, mentre la programmazione del Fesr, del Fondo di coesione e del Fondo per la transizione giusta “assicura che le sfide regionali siano considerate anche nell’ambito dei programmi nazionali, fornendo così risultati diretti per le regioni”. “Stiamo adottando varie azioni concrete per garantire che le attuali allocazioni di programma si traducano in risultati regionali misurabili”, ha aggiunto. “La Commissione è quotidianamente impegnata con le autorità nazionali e regionali per fornire consulenza, rivedere i criteri di selezione e sostenere il rispetto e il monitoraggio delle condizioni abilitanti”. Tutte le autorità di gestione, ha aggiunto, “beneficiano di un forte supporto della Commissione per sviluppare la capacità necessaria a realizzare la politica nel rispetto di tutte le norme applicabili” e Bruxelles “incoraggia tutte le autorità a utilizzare regimi semplificati per l’attuazione dei fondi”. Fitto ha evidenziato inoltre che “la revisione intermedia darà un impulso all’attuazione concreta sul territorio grazie a ulteriori flessibilità” e che essa “consentirà di reindirizzare gli investimenti e allinearli meglio alle principali priorità dell’Ue: competitività, difesa, alloggi a prezzi accessibili, acqua, resilienza e transizione energetica”.

Manovra, Lega: sull’emendamento sul Piano Casa c’è l’attenzione governo

L’emendamento alla legge di Bilancio presentato dalla Lega sul Piano casa “al momento è uno di quelli accantonati, nel senso che da parte del Governo c’è l’intenzione di attenzionare e valutare se si riescono a trovare le coperture giuste”. Così, al termine dell’incontro con l’Esecutivo, il capogruppo della Lega in Senato Massimiliano Romeo che ha spiegato come “su alcuni emendamenti ci hanno dato i pareri: molti sono accantonati” come quelli relativi a “affitti brevi, iper ammortamento, compensazione debiti-crediti, editoria, sicurezza”. Sono temi “su cui adesso dipende quali coperture trova il Governo”, ha aggiunto Romeo. “Sono tante le priorità contenute nei nostri emendamenti”, ha evidenziato: dalla “rottamazione”, passando per la “sicurezza” e le “forze dell’ordine”. Durante la riunione “non abbiamo trattato del tema” coperture, ma “abbiamo visto i singoli emendamenti: alcuni accantonati, altri considerati onerosi e altri dove c’è il parere contrario di quale ministero. Sul tema delle coperture, ha proseguito il capogruppo della Lega, “sono rimasto all’ultima riunione di maggioranza dove c’era l’idea di trattare anche questo tema parlando prima con i soggetti interessati. Non ho delle novità sulle coperture”. Intanto, sarebbe sostanzialmente chiuso l’accordo fra governo e banche, mentre sembra vicino anche quello sulle assicurazioni. Come riferiscono diverse fonti, l’intesa prevederebbe l’eliminazione dell’ulteriore aumento dello 0,5% dell’Irap, provvedimento giudicato troppo oneroso dagli istituti di credito, in cambio di una diminuzione delle deducibilità delle perdite pregresse, inasprendo così la riduzione già prevista nella legge di bilancio. Con le assicurazioni sono in corso interlocuzioni continue in un clima disteso e si dovrebbe arrivare a breve a un accordo. Su un altro emendamento sotto i riflettori, quello di Fratelli d’Italia sulle riserve auree della Banca d’Italia “è in istruttoria. Ho appreso oggi che la Banca centrale europea sta esaminando la comunicazione che è stata mandata debitamente dal Governo, conformemente alle norme. Vedremo cosa dice la Banca centrale europea: c’è un precedente del 2019 (presidente Mario Draghi) in cui, poste alcune condizioni, c’era un parere non contrario”,  ha detto il senatore e capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, Lucio Malan che ha anche aggiunto che l’emendamento non presenta profili di onerosità, visto che si tratta di “una interpretazione autentica: era già così, ma lo scriviamo in modo chiaro”.

Financial Times: “la Bce rifiuta di fornire garanzie sugli asset russi”

“La Bce rifiuta di fornire garanzie per il prestito da 140 miliardi di euro all’Ucraina”. È quanto scrive il Financial Times. Secondo diversi funzionari, la BCE “ha concluso che la proposta della Commissione europea viola il suo mandato”, scrive il giornale britannico sottolineando che “aumentano le difficoltà di Bruxelles nel raccogliere il gigantesco prestito a fronte delle attività della banca centrale russa immobilizzate presso Euroclear, il depositario belga di titoli”. “La Commissione europea continuera’ a lavorare per assicurare la liquidita’ necessaria per il prestito per le riparazioni a Kiev garantito dagli asset russi congelati”, ha dichiarato la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, nel briefing quotidiano con la stampa. “Sappiamo che questo e’ un elemento assolutamente essenziale delle discussioni: garantire la liquidita’ necessaria per eventuali obblighi di restituzione degli asset, in questo caso alla Banca centrale russa”, ha dichiarato. “Si tratta quindi di un elemento importante del prestito per le riparazioni. E’ indispensabile assicurare che l’Ue, i suoi Stati membri e i soggetti privati possano sempre adempiere ai propri obblighi internazionali. Pertanto, anche alla luce di questa posizione della Bce, stiamo discutendo su come garantire che tale liquidita’ possa essere assicurata. Stiamo quindi sostanzialmente cercando soluzioni alternative, e questo fa parte di tutto il lavoro attualmente in corso”, ha concluso la portavoce.

Città sostenibili, intesa tra Cdp e Agenzia del Demanio: al via il gruppo di lavoro sugli impatti della rigenerazione urbana

Valutare in termini rigorosi e condivisi l’impatto prodotto dalle iniziative di rigenerazione e di riqualificazione del patrimonio immobiliare che sempre più risultano attività fondamentali per lo sviluppo economico, sociale e ambientale del Paese. È con questo obiettivo che prende avvio una nuova collaborazione tra l’Agenzia del Demanio e Cassa Depositi e Prestiti, sancita dalla firma di uno specifico Protocollo d’Intesa che prevede la costituzione di un gruppo di lavoro dedicato. L’accordo tra l’Agenzia e CDP si basa sull’elaborazione di metodologie volte all’analisi degli impatti prodotti dagli interventi di recupero degli spazi urbani tramite standard di misurazione dei fattori ESG. Questi ultimi affiancano e integrano la valutazione finanziaria valorizzando ad esempio, tra le finalità sociali perseguite, quelle relative alla qualità dell’offerta residenziale e alla facilità nell’accesso ai servizi per i cittadini. L’Agenzia del Demanio e Cassa Depositi e Prestiti si impegnano anche a strutturare una piattaforma di dialogo e confronto che consenta di monitorare l’efficacia dei metodi utilizzati e poter aggiornare i modelli di indagine seguendo i principi della trasparenza e della sostenibilità. L’intesa, che conferma la solida relazione tra le due Istituzioni, è stata sottoscritta dal Direttore Strategie Immobiliari, Sostenibilità e Innovazione dell’Agenzia del Demanio Cinthia Spizzichino e dal Capo Economista e Direttore Strategie Settoriali e Impatto di CDP Andrea Montanino.

Lavoro, Inapp: “152 mila nuove imprese nel 2024, il 93% usa finanziamenti propri per l’avvio”

Dopo un triennio in negativo, legato soprattutto al fenomeno della pandemia, si registrano segnali di ripresa nel panorama imprenditoriale italiano. Nel 2024 sono nate 152.000 nuove imprese (+5,7% rispetto al 2023), con una crescita più marcata nel Nord-Est (+9,3%), seguito dal Sud e Isole (+6,5%) e il Centro (+5,3%. Rimangono tuttavia sul tappetto diversi ostacoli che impediscono alle nostre imprese di svilupparsi nel mercato del lavoro come l’eccessivo peso della burocrazia, l’accesso diseguale al credito, i bassi livelli di competenze imprenditoriali e digitali. Al punto che dal 2010 al 2023 la propensione imprenditoriale in Italia è passata dall’1,1% allo 0,87%, posizionando il nostro Paese al 34° posto su 46 Paesi analizzati nel 2024 (Global Entrepreneurship Monitor). Sono i principali risultati dello studio Politiche di sostegno per la creazione di nuova impresa: analisi, valutazione e proposte di policy curato dai ricercatori dell’Inapp Alessandra Pedone e Domenico Barricelli. Lo studio, frutto di una ricerca triennale condotta nell’ambito del Progetto PTA 2023-2025, è stato presentato oggi presso l’Auditorium dell’Istituto con la partecipazione di rappresentanti del Ministero del Lavoro, Invitalia, Unioncamere, Censis e Federterziario. Nel 2024 il panorama della nuova imprenditorialità italiana si presenta articolato e in trasformazione. Sul fronte del genere prevale la componente maschile (74,7%), con una quota femminile del 25,3%. Uno squilibrio analogo emerge sia tra i titolari under 35 (73,1% uomini) sia tra gli imprenditori immigrati (76,3% uomini). Per livello di istruzione, il 22,6% dei nuovi imprenditori possiede una laurea e il 43,1% un titolo secondario o post-secondario; il 27,9% ha conseguito solo la scuola dell’obbligo. Gli under 35 mostrano invece il profilo formativo più elevato: quasi la metà (48,3%) ha un titolo secondario/post-secondario e uno su cinque è laureato. Le difficoltà principali nella fase di avvio riguardano le procedure amministrative (50,2%) e gli adempimenti normativi (41,3%), seguite da concorrenza (24,2%) e commercializzazione (23,9%), per quanto riguarda poi la fase di avvio il 93% delle imprese dichiara di usare finanziamenti propri per iniziare l’attività.

Permangono aree di criticità come il sistema di sostegno alla nuova impresa caratterizzato da una forte frammentazione con le oltre 40 misure nazionali e regionali, registrando divari territoriali persistenti e carenze trasversali di competenze imprenditoriali, manageriali e digitali. Lo studio – che ha coinvolto 15 stakeholder chiave tra università, agenzie di sviluppo, enti pubblici e associazioni imprenditoriali – sottolinea il ruolo strategico dell’ecosistema (dagli oltre 200 incubatori e acceleratori censiti nel 2025, alle camere di commercio) nel favorire la nascita di nuove iniziative, in particolare di giovani, donne e migranti. Programmi come Resto al Sud, Smart&Start Italia e il Fondo Impresa Femminile hanno mostrato risultati positivi, pur necessitando di maggiore coordinamento. La ricerca Inapp evidenzia la presenza di modelli di supporto imprenditoriale già operativi e con risultati misurabili. Tra le buone pratiche si sottolineano gli Sportelli digitali nazionali e camerali, reti di assistenza online e territoriale che offrono formazione, accompagnamento personalizzato e strumenti finanziari a chi avvia un’impresa, contribuendo ad aumentare la sopravvivenza delle attività soprattutto nelle aree caratterizzate da bassa natalità imprenditoriale. Inoltre, il Working Paper formula raccomandazioni concrete come l’integrazione multilivello tra fondi europei, PNRR e politiche regionali, il rafforzamento delle competenze e creazione di un osservatorio nazionale multistakeholder basato su open data e buone pratiche condivise. Per il presidente dell’Inapp, Natale Forlani: “Ci sono segnali positivi che mostrano un’inversione della tendenza. Certamente ha influito positivamente il modello degli sportelli unici e l’erogazione combinata degli incentivi per il capitale e per l’occupazione, che legano i nuovi investimenti con la crescita delle competenze dei lavoratori. Tra le buone pratiche va ricordate anche la Zona Economica Speciale (ZES) unica che concentra misure di semplificazione burocratica, incentivi fiscali e infrastrutture dedicate per la crescita delle imprese nel Mezzogiorno. Anche il Codice unico degli incentivi, prevedendo la centralizzazione e l’armonizzazione degli strumenti di sostegno, ha rappresentato una leva per semplificare l’accesso alle risorse e garantire una maggiore equità territoriale. Queste misure saranno oggetto, tra l’altro, di una prossima rilevazione dell’Inapp”.

Eni avvia in anticipo la fase 2 di Congo LNG

Con l’arrivo dell’impianto galleggiante di liquefazione Nguya FLNG, e l’introduzione del gas nel nuovo sistema di infrastrutture nell’offshore congolese, Eni annuncia l’avvio – in anticipo sui tempi previsti – della Fase 2 del progetto Congo LNG, con l’obiettivo di esportare il primo carico di LNG a inizio 2026. La nuova fase di sviluppo comprende tre piattaforme di produzione, nonché lo Scarabeo 5, dedicato al trattamento e alla compressione del gas, e la Nguya FLNG per la liquefazione ed export di volumi di gas fino a 3 milioni di tonnellate anno (MTPA), equivalenti a 4.5 miliardi di metri cubi per anno. L’assetto integrato abilita il pieno sfruttamento delle risorse gas dei campi offshore di Nené e Litchendjili, nella licenza Marine XII, e consente una gestione flessibile e progressiva dei volumi, garantendo un flusso costante verso le unità di liquefazione Tango (già operativa da fine 2023) e Nguya. La Fase 2 è entrata in esercizio in anticipo rispetto alle tempistiche previste del progetto, in soli 35 mesi dall’avvio della costruzione dell’unità Nguya FLNG, stabilendo un nuovo standard internazionale dell’industria per rapidità esecutiva ed efficienza. Questo traguardo è stato raggiunto grazie alla combinazione di innovazione tecnologica, attenta pianificazione industriale e forte coinvolgimento delle realtà locali. Una parte significativa del progetto è stata infatti realizzata interamente in Congo, valorizzando le competenze della manodopera congolese e rafforzando ulteriormente il tessuto industriale locale. La Nguya FLNG, lunga 376 metri e larga 60, impiega tecnologie avanzate per la riduzione dell’impronta carbonica ed è progettata per trattare gas con diverse composizioni, in vista del potenziale sviluppo di altri giacimenti dell’area. Anche lo Scarabeo 5, riconvertito da impianto di perforazione a unità di trattamento, separazione e compressione, incorpora soluzioni orientate alla decarbonizzazione, rappresentando un esempio concreto di economia circolare e riutilizzo industriale. Eni è presente nella Repubblica del Congo da oltre 55 anni ed è impegnata in prima linea nello sviluppo delle ingenti risorse di gas del Paese. La società fornisce gas alla Centrale Elettrica del Congo, che garantisce il 70% della capacità di generazione elettrica del Paese, e sta contribuendo al potenziamento della rete di trasmissione attraverso la riabilitazione della linea ad alta tensione tra Pointe-Noire e Brazzaville. È attiva in iniziative per promuovere la transizione energetica, come il progetto agri-feedstock che integra il Paese nella catena del valore dei biocarburanti e rappresenta una leva di sviluppo significativa per il settore agro-industriale. Inoltre, l’azienda è impegnata in numerose iniziative per migliorare l’accesso delle comunità locali all’energia, all’acqua, alla salute e alla diversificazione economica.

Enel, a 2000 metri a Livigno la cabina più alta d’italia per Milano-Cortina

Dare energia ai siti olimpici e garantire una rete elettrica più moderna e resiliente. Sono solo alcuni degli obiettivi alla base della costruzione della nuova cabina primaria Enel di Livigno, impianto inaugurato oggi alla presenza del Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, del sindaco di Livigno Remo Galli, dell’Amministratore Delegato di Fondazione Milano Cortina 2026 Andrea Varnier, del Direttore Enel Grids and Innovation Gianni Vittorio Armani e dell’Amministratore Delegato di E-Distribuzione Vincenzo Ranieri. Le cabine primarie sono snodi fondamentali della rete elettrica. La loro funzione è garantire energia al territorio ricevendo elettricità in alta tensione e trasformandola in media, condizione necessaria per poterla distribuire a imprese e attività commerciali. La presenza di un nuovo impianto di questo tipo sul territorio significa quindi avere a disposizione più energia e un servizio di maggiore qualità, garantendo il fabbisogno energetico necessario ai Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 in Alta Valtellina e il futuro sviluppo del territorio.La nuova cabina elettrica di Livigno è la più alta d’Italia: realizzata a 2177 metri slm, è stata costruita sfruttando le più avanzate tecnologie e, soprattutto, all’insegna della sostenibilità. L’impianto è stato realizzato con una struttura ipogea che favorisce la completa integrazione nel contesto paesaggistico montano, consentendo di ridurre al minimo l’impatto ambientale. L’alta sostenibilità di questo progetto è stata garantita anche dal riutilizzo di terre e rocce derivanti dalle attività di escavazione, in linea con i principi dell’economia circolare. Infatti, tale materiale (27.000 m3) è stato tutto riutilizzato per infrastrutture ad uso della comunità locale, come ad esempio il parcheggio comunale Passo Eira.

“La cabina primaria Enel di Livigno – dichiara Attilio Fontana, Presidente di Regione Lombardia – garantirà un approvvigionamento energetico tanto efficiente quanto indispensabile per l’Alta Valtellina. Anche in questo caso in Lombardia registriamo un record: la cabina è unica nel suo genere ed è la più alta mai realizzata in Italia. Ulteriore motivo di orgoglio, per cui ringraziamo Enel e tutti gli attori coinvolti, è la sostenibilità di questo progetto, in linea con i principi dell’economia circolare da sempre cari a Regione Lombardia. Siamo dell’idea che gran parte del successo delle Olimpiadi sia il lascito permanente di infrastrutture innovative e strategiche come questa”. “La nuova cabina primaria di Livigno – dichiara il Direttore Enel Grids and Innovation Gianni Vittorio Armani – è un patrimonio per il territorio che va oltre i Giochi Olimpici Invernali. Un’infrastruttura che unisce innovazione e sostenibilità, abilitando la transizione energetica grazie a reti resilienti, capaci di integrare sempre più energia rinnovabile e di adattarsi ai cambiamenti climatici. È un investimento concreto su crescita sostenibile e sicurezza del territorio, in grado di rafforzare la capacità della città di accogliere nuove opportunità economiche, culturali e turistiche”. “È un orgoglio vedere come i Giochi di Milano Cortina 2026 siano acceleratori di progetti innovativi e sostenibili – spiega Andrea Varnier, Amministratore Delegato di Fondazione Milano Cortina 2026 – Questa è la legacy che resta ai territori e alle comunità. I Giochi stimolano il cambiamento, e l’inaugurazione della cabina ENEL più alta d’Italia è il risultato di una piena condivisione di intenti e visioni: dietro c’è una forte sinergia tra territori e un partner essenziale dei Giochi. L’evento sportivo ha durata limitata ma progetti di questo genere resteranno per sempre come patrimonio di luoghi riconosciuti come i più belli del mondo. Mancano meno di sette giorni ma la giornata di oggi ci ricorda che i Giochi sono già arrivati”.

La rete elettrica locale dell’Alta Valtellina è stata ulteriormente potenziata e resa più resiliente ai cambiamenti climatici grazie alla posa di 60 km di cavi interrati, favorendo l’integrazione dell’infrastruttura in aree di rilevanza paesaggistica. Inoltre, nelle aree di Livigno e Bormio, sono state realizzate 4 nuove cabine secondarie e altre 12 sono state riqualificate con un aggiornamento tecnologico a vantaggio dell’automazione di rete e del telecontrollo, ossia il monitoraggio degli impianti a distanza con la possibilità di attuare comandi da remoto real time e senza l’intervento del personale operativo sul posto. Il progetto di Enel per Livigno non garantirà quindi solo l’energia necessaria per le Olimpiadi Invernali, ma anche una qualità del servizio migliore per i residenti e abiliterà l’elettrificazione dei consumi futuri per circa 20.000 clienti.

Elgin investe in due nuovi impianti agrivoltaici in Lombardia e Sicilia, 150 milioni costi di costruzioni

Elgin, uno dei principali player europei nel settore delle energie rinnovabili e dal 2024 parte del gruppo Copenaghen Infrastructure Partners (CIP), annuncia due nuove operazioni in Italia per lo sviluppo di due impianti agrivoltaici di grande scala, in Sicilia e in Lombardia, con una capacità totale di oltre 190MW e un valore stimato per la costruzione di 150 milioni di euro. In Sicilia, Elgin prevede di sviluppare un impianto agrivoltaico da 30MW, dotato di un sistema di accumulo BESS (Battery Energy Storage system) di ulteriori 30MW, che permetterà di stabilizzare l’energia immessa in rete. Grazie a una struttura a moduli rialzati e tecnologie di monitoraggio, l’impianto consentirà di minimizzare l’impatto sul suolo e di ottimizzare le attività agricole esistenti valorizzando le potenzialità produttive dell’area e generando, allo stesso tempo, energia sostenibile. Il secondo progetto riguarda la regione Lombardia, dove Elgin proporrà un impianto agrivoltaico da 130MW, sviluppato su risaia con sistemi digitali di controllo e un’attenta gestione del terreno, che consentiranno di coniugare efficienza energetica, continuità agricola e tutela dell’ecosistema locale, nel pieno rispetto delle più recenti linee guida nazionali sull’agrivoltaico. “I due nuovi impianti rappresentano un passo fondamentale nella strategia di Elgin in Italia, che punta a sviluppare oltre 3 GW di progetti entro il 2030”, ha affermato Dermot Kelleher, CEO di Elgin. “Questi progetti, dimostreranno come sia possibile integrare in modo virtuoso produzione energetica, tutela del territorio e continuità delle attività agricole. Continueremo a investire in iniziative che portino benefici concreti alle comunità locali e che supportino il percorso di decarbonizzazione del Paese contribuendo anche alla riduzione del costo dell’energia elettrica, attualmente tra i più cari d’Europa”. Oltre a contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali ed europei in termini di produzione di energia rinnovabile, i due progetti genereranno un impatto economico significativo sui territori. La fase di costruzione attiverà, infatti, un indotto significativo, coinvolgendo imprese locali e creando nuovi posti di lavoro. A regime, gli impianti richiederanno figure dedicate alla manutenzione, alla gestione agronomica e al monitoraggio digitale. La natura agrivoltaica dei progetti permetterà inoltre agli operatori agricoli della zona di diversificare i propri ricavi, creando nuove opportunità di sviluppo rurale.

Terna presenta il piano strategico per l’inclusione delle persone con disabilità

In occasione della Giornata Internazionale delle persone con disabilità, definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite, Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, presenta il Piano Strategico 2025-2027 per l’Inclusione delle Persone con Disabilità. Il Piano definito dal Gruppo guidato da Giuseppina Di Foggia è l’espressione tangibile della volontà di promuovere un modello organizzativo accessibile, equo e sostenibile: l’obiettivo è garantire a ogni persona di Terna, indipendentemente dalle proprie condizioni o caratteristiche, di partecipare pienamente alla vita aziendale, valorizzando le proprie abilità e il proprio talento per contribuire alla costruzione di un futuro più inclusivo e innovativo per l’intero Gruppo. La strategia si fonda sull’analisi dei principali processi aziendali coinvolti, con l’obiettivo di integrare l’inclusione delle persone come dimensione strutturale e trasversale della cultura organizzativa. In questo modo, il Gruppo definisce obiettivi, azioni e indicatori misurabili, al fine di rendere l’organizzazione sempre più accessibile e capace di valorizzare l’unicità e riconoscere il merito di ogni persona. Le disabilità, spesso, possono anche essere invisibili e quindi non facilmente percepibili in un contesto lavorativo. Per Terna è quindi importante promuovere una consapevolezza aziendale in grado di abbattere barriere culturali, fisiche, digitali e sensoriali. Il Piano è elaborato dalla funzione Diversity & Inclusion (D&I) della direzione Risorse Umane del Gruppo e viene costantemente aggiornato per garantire coerenza con l’evoluzione dei processi organizzativi, delle normative e delle esigenze aziendali.

Sono quattro gli ambiti di intervento individuati dal Piano Strategico per le Persone con Disabilità: Cultura e sensibilizzazione, con percorsi di formazione e sensibilizzazione per promuovere maggiore consapevolezza e superare stereotipi e pregiudizi; Recruiting & employee journey, con policy e programmi mirati ad assunzioni inclusive di persone con disabilità e alla realizzazione dei TERNABILITY Corner, momenti individuali di ascolto e confronto con la funzione D&I del Gruppo; Comunicazione interna ed esterna, con campagne volte a informare e condividere le iniziative intraprese e la diffusione di un Disability Toolkit, per informare sui numerosi strumenti e benefici disponibili a livello aziendale e nazionale; Rete e alleanze, attraverso collaborazioni con università, istituzioni e associazioni. In particolare, sono state attivate undici collaborazioni strategiche con i maggiori atenei italiani per promuovere l’inclusione lavorativa di studenti, studentesse e persone neolaureate con disabilità, offrendo attraverso i TERNABILITY Workshop strumenti di autoefficacia e opportunità di orientamento al mondo del lavoro. Il Gruppo, già nel 2024, ha promosso TERNABILITY, il programma di innovazione sociale che, ribaltando il tradizionale paradigma, considera la disabilità non come un limite ma come un’opportunità di crescita per tutta l’organizzazione. Il programma, che è stato recentemente premiato nell’ambito dell’HRC Best HR Team Award, ha di fatto contribuito a triplicare il numero di curriculum vitae inviati alla banca dati del Gruppo. Nell’ultimo biennio, in Terna, sono state oltre 25 le assunzioni di persone iscritte al collocamento mirato ai sensi dell’articolo 1 Legge 68/99. Il programma di inclusione TERNABILITY è integrato nel Piano di Sostenibilità e quindi nel Piano Industriale di Terna 2024-2028, con obiettivi e KPI pluriennali integrati con il business. Le iniziative impattano tutto il ciclo di vita professionale delle persone con disabilità, dalla selezione alla crescita. Il programma si rivolge anche a caregiver e all’intera popolazione aziendale per creare cultura, favorire la convivenza delle differenze e la gestione di team.

Saipem rafforza la filiera energetica angolana con il progetto New Gas Consortium (NGC) Quiluma & Maboqueiro

È stato inaugurato nei giorni scorsi l’impianto onshore di trattamento gas del New Gas Consortium (NGC) Quiluma & Maboqueiro, realizzato da Saipem su incarico di Azule Energy, nell’ambito di un contratto EPC assegnato nell’ottbre 2022. Saipem raggiunge così un importante milestone nell’ambito di un progetto strategico per lo sviluppo del primo gas non associato in Angola, contribuendo alla valorizzazione delle risorse energetiche del Paese. Alla cerimonia ha presenziato il Presidente della Repubblica João Lourenço e le principali istituzioni nazionali. Il contratto assegnato a Saipem nell’ottobre 2022 prevedeva, oltre alla costruzione dell’impianto di trattamento del gas a terra a Soyo, anche la realizzazione di una piattaforma offshore. L’incarico rientra in un pacchetto di due commesse, una offshore e una onshore, che hanno sviluppato oltre 20 milioni di ore lavorate in cantiere senza infortuni, a conferma degli elevati standard di sicurezza adottati da Saipem. Il progetto NGC rappresenta il primo sviluppo di gas non associato in Angola e costituisce una tappa strategica per la sicurezza energetica del Paese. L’impianto sarà collegato al sistema Angola LNG, contribuendo a valorizzare le risorse nazionali e a rafforzare la filiera energetica. Con questo milestone di progetto, Saipem conferma la propria capacità di eseguire progetti complessi in contesti internazionali, mettendo a disposizione competenze ingegneristiche e operative maturate in decenni di attività. Saipem è presente in Angola da circa 45 anni con sedi e basi operative a Luanda, Ambriz, Soyo e Malongo. Nel Paese ha realizzato numerosi progetti offshore e onshore, attività di perforazione in acque profonde e servizi di Operation & Maintenance. Il cantiere Petromar di Ambriz, di proprietà e gestione Saipem, esteso su circa 35 ettari, è una delle realtà industriali più importanti dell’Angola: ha contribuito a grandi progetti oil&Gas e svolge un ruolo significativo nella formazione della comunità locale e nello sviluppo economico dell’area. Oggi Saipem impiega più del 70% di persone angolane nel Paese, confermando il proprio radicamento e l’impegno per la crescita sostenibile dei territori in cui opera.

Energia, 20 mln di euro per la transizione energetica delle aziende del Lazio. Presentato il bando

Si è svolta ieri a Roma presso WEGIL la presentazione dell’avviso “Energia Solare per le Imprese”, il nuovo bando della Regione Lazio che mette a disposizione 20 milioni di euro per sostenere l’indipendenza energetica delle imprese del territorio, favorendo investimenti in impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo. L’iniziativa, finanziata nell’ambito del Programma FESR Lazio 2021-2027, è gestita da Lazio Innova e ha l’obiettivo di promuovere l’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ridurre i costi energetici e rafforzare la competitività delle aziende laziali, in linea con la strategia europea per una crescita più verde e sostenibile. Il bando è rivolto alle imprese di qualsiasi dimensione e con sede operativa nel Lazio. Sono ammesse anche le grandi imprese, purché l’investimento preveda una nuova potenza installata di almeno 600 kWp. La procedura è a sportello e la misura offre contributi fino a 1 milione di euro per ciascun beneficiario. Le percentuali di intensità di aiuto rispetto all’investimento complessivo variano in base alla dimensione dell’impresa e alla tipologia di spesa: dal 65% al 45% per impianti fotovoltaici, dal 50% al 30% per sistemi di accumulo e spese complementari, fino al 90% per alcune spese accessorie. I progetti ammissibili comprendono l’installazione di nuovi impianti fotovoltaici o il potenziamento di impianti esistenti; l’acquisto e l’installazione di sistemi di accumulo “behind-the-meter” per l’autoconsumo differito dell’energia prodotta. Devono essere realizzati su immobili censiti come sede legale o unità locale al Registro delle Imprese e rispettare la normativa urbanistica, paesaggistica e ambientale.

Durante l’evento sono intervenuti Roberta Angelilli, vicepresidente e assessore a Sviluppo economico, Commercio, Artigianato, Industria e Internazionalizzazione della Regione Lazio; Vinicio Mosè Vigilante, amministratore delegato di GSE (Gestore dei Servizi Energetici); Fabrizio Penna, capo dipartimento dell’Unità di missione per il PNRR del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; Vittorio Sambucci, presidente della Commissione Sviluppo Economico del Consiglio Regionale del Lazio; Valerio Novelli, componente della Commissione Sviluppo Economico del Consiglio Regionale del Lazio; Francesco Marcolini, presidente di Lazio Innova. «Con questo bando vogliamo dare un segnale concreto alle imprese laziali, sostenendo la transizione verso l’energia pulita e l’autonomia energetica. Investire nel fotovoltaico significa ridurre i costi di produzione, aumentare la competitività e contribuire alla tutela dell’ambiente. La Regione Lazio è al fianco delle aziende che scelgono l’innovazione e la sostenibilità come motore di crescita», ha dichiarato Roberta Angelilli. «Il sostegno alle imprese che investono nelle rinnovabili è una leva essenziale per accelerare la transizione energetica del Lazio e dell’intero Paese. Con questo nuovo bando, la Regione compie un passo concreto per rafforzare l’autoproduzione, ridurre i costi energetici e sostenere la competitività del sistema produttivo. Il GSE è al fianco delle istituzioni e degli operatori economici mettendo a disposizione competenze tecniche, strumenti di accompagnamento e un dialogo costante con il territorio, in piena continuità anche con il Protocollo d’Intesa siglato con la Regione. La transizione è una sfida che richiede collaborazione, visione e capacità di innovare: iniziative come questa dimostrano che il Lazio ha tutte le condizioni per essere protagonista di questo cambiamento», ha spiegato Vinicio Mosè Vigilante. Per le imprese interessate a partecipare al bado, il Formulario on line sarà disponibile su GeCoWEB Plus a partire dalle ore 12:00 del 19 gennaio 2026. Le domande potranno essere presentate, sempre sulla stessa piattaforma, dalle ore 12:00 del 3 febbraio 2026 e fino alle ore 17:00 del 31 marzo 2026.

Fincantieri e sindacati firmano un protocollo sul modello produttivivo e sistema degli appalti della filiera

Fincantieri ha sottoscritto, con le segreterie nazionali Fim, Fiom e Uilm e l’Esecutivo del Coordinamento sindacale, un Protocollo d’Intesa sul Modello Produttivo e sul Sistema degli Appalti della Filiera. Si tratta di un risultato di importanza strategica, a conclusione di un percorso avviato all’inizio del 2025, che consolida un impianto regolatorio avanzato, capace di affiancare lo sviluppo del modello produttivo del Gruppo a un miglioramento concreto delle condizioni di lavoro in materia di legalità, sicurezza, protezione e inclusione sociale. Il Protocollo valorizza le iniziative di Fincantieri volte a ridurre il mismatch occupazionale attraverso i programmi di recruiting e i processi di innovazione tecnologica. Al tempo stesso, definisce un quadro condiviso che accompagna l’evoluzione dell’indotto grazie alla semplificazione del sistema degli appalti, al rafforzamento delle verifiche e al miglioramento del sistema dei controlli. In questo ambito trovano applicazione gli accordi con ASSE.CO., il Protocollo Quadro con il Ministero dell’Interno e l’intesa con la Guardia di Finanza. L’intesa rafforza inoltre le misure di integrazione e protezione sociale attraverso il potenziamento degli strumenti dedicati ai lavoratori dell’appalto, come mediazione culturale o i corsi di lingua italiana. Sul fronte salute e sicurezza, il Protocollo consolida le iniziative del Piano di Rafforzamento delle Safety. Elemento qualificante dell’accordo è il potenziamento del modello partecipativo delle relazioni industriali, che prevede la costituzione della Commissione nazionale Sistema Produttivo e Appalti e un rafforzamento del confronto a livello di sito. L’obiettivo condiviso è monitorare in modo continuativo l’evoluzione del modello produttivo e prevenire eventuali criticità occupazionali favorendo, nel rispetto delle prerogative datoriali, la continuità lavorativa all’interno del bacino professionale della filiera Fincantieri. “La firma di questo Protocollo costituisce un passaggio fondamentale nel percorso di crescita della nostra filiera, perché rappresenta una visione condivisa che mette al centro la qualità del lavoro, la sicurezza, la legalità e la valorizzazione delle persone”, ha dichiarato Luciano Sale, Direttore Human Resources & Real Estate di Fincantieri. “L’accordo, risultato di un confronto costruttivo con le Organizzazioni sindacali, ci permette di affrontare con ancora maggiore solidità e trasparenza le sfide del nostro modello produttivo, accompagnando l’evoluzione industriale con strumenti innovativi e una gestione condivisa. È un impegno concreto per un sistema di appalti più qualificato, più sicuro e più sostenibile.”

Porti, Rixi: “con la riforma una società pubblica unica, sugli investimenti aperti ai privati”

“All’inizio apriremo con un’azienda pubblica e capitale totalmente pubblico. Poi sul tema degli investimenti all’estero siamo assolutamente favorevoli all’apertura ai privati anche perché i soldi li dobbiamo trovare sul mercato; per farlo dobbiamo fare progetti che siano in grado di generare ricchezza”. Lo ha detto il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi parlando, nel suo intervento a ‘Infrastruttura 2026. L’ultimo miglio del Pnrr” promosso dal Mit, della riforma del sistema portuale voluta dal governo che prevede la creazione di una società unica. ”Dobbiamo partire dal fatto che siamo malati in Europa, perché siamo l’unico continente che non cresce e non penso che siamo meno intelligenti degli altri continenti, ma semplicemente abbiamo delle regole che hanno creato un mercato unico e noi ci siamo illusi che commerciando tra di noi potessimo soddisfare una crescita industriale infinita. In realtà la visione continentale dell’Europa ha portato un certo punto alla stagnazione del sistema europeo. Tra cinque anni vedo allora che se l’Europa e l’Italia in particolare riuscirà a cogliere le sfide e l’opportunità che sta generando il mondo. E tra le opportunità metto tutto, anche i dazi di Trump che stanno cambiando gli equilibri dei mercati mondiali e stanno aprendo in alcuni territori dove noi non eravamo presenti con opportunità incredibili. Però bisogna saperle cogliere”, ha detto Rixi che è intervenuto anche all’assemblea annuale di Alis. ”Dobbiamo rischiare e agguantare nuovi mercati -spiega RIXI- e magari avere meno percentuali di mercato nord americano, ma molte più ercentuali di mercato in India, piuttosto che nel continente africano. Sono potenzialmente alla nostra portata di mano’ E allora dobbiamo tornare una potenza marittima. Quindi o decidiamo di giocarci una leadership a livello mondiale in alcuni settori, oppure condanniamo le prossime generazioni a perdere il reddito e alla diminuzione dei servizi che lo Stato può dare ai nostri cittadini”.

Porti, sindacati e associazioni datoriali: al via il tavolo su fondo prepensionamento portuali

“Si è convenuto di istituire un tavolo permanente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con Inps, Ministero dell’Economia e Ministero del Lavoro per individuare soluzioni necessarie a dare attuazione alle esigenze rappresentate e al disposto normativo per la costituzione del Fondo prepensionamento lavoratori portuali”. A riferirlo unitariamente Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e le associazioni datoriali Ancip, Assiterminal, Assologistica e Uniport, a seguito dell’incontro alla presenza del viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, tenuto in concomitanza del presidio delle lavoratrici e lavoratori portuali presso il Mit. “Abbiamo rappresentato – sottolineano le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali – l’esigenza di comprendere meglio i motivi che hanno impedito finora la realizzazione del fondo di accompagno all’esodo. Non sono di natura politica né tantomeno riconducibili alle parti datoriali e sindacali che hanno sottoscritto l’accordo contenuto nel contratto nazionale. Congiuntamente abbiamo rappresentato le specificità e la regolamentazione del settore portuale nonché l’esigenza di procedere a dare attuazione allo strumento per efficientare il lavoro portuale, attraverso un turnover generazionale non più procrastinabile”. “Ora lavoreremo – affermano infine Filt, Fit, Uiltrasporti, Ancip, Assiterminal, Assologistica e Uniport – affinché ci siano tutte le condizioni per rendere attuativo il fondo e chiediamo che il tavolo, già convocato il 15 gennaio 2026, sia alla presenza di tutti gli attori coinvolti che hanno preso atto dell’urgenza di trovare una soluzione, ciascuno per quanto di propria competenza”.

Rigassificatore Piombino, Giani: Toscana contraria al prolungamento

“La Regione Toscana è contraria al prolungamento del periodo di stanziamento del rigassificatore a Piombino oltre i tre anni dell’attuale autorizzazione”. A ribadirlo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che aggiunge: “Oggi al consiglio comunale sul tema che si è tenuto in città ha partecipato in mia vece il dirigente all’ambiente Andrea Rafanelli, da me delegato perché io ero impegnato a Firenze con la seduta del Consiglio regionale ed altri appuntamenti istituzionali. Rafanelli ha espresso le dovute considerazioni tecniche, ma voglio ribadire anche la posizione politica mia e della Giunta regionale: siamo decisamente contrari al prolungamento del termine dei tre anni perché è giusto che il porto di Piombino venga liberato e che la banchina possa essere utilizzata per il rilancio dell’attività siderurgica”.

“Il Governo attuale non ha realizzato nessuna delle misure compensative che avrebbe dovuto fare secondo quanto concordato con il Governo Draghi, che allora si rapportò con me. Di conseguenza non ci sono le condizioni, tre anni dopo, per fidarsi, anche se venissero legate all’ordinanza di autorizzazione nuove misure compensative. Invito fin d’ora il Governo a prevedere un’altra destinazione per il rigassificatore, in modo che al prossimo mese di luglio, quando scadrà l’autorizzazione, la nave sappia dove spostarsi”.

Itabus amplia il network internazionale,  tra le nuove mete Parigi, Barcellona e Montpellier

Prosegue la corsa internazionale di Itabus, società di trasporto su gomma a lunga percorrenza, facente parte del gruppo Italo. Dopo le prime tratte estere avviate verso Lubiana, Zagabria, Chambery e Lione, e l’introduzione ad ottobre dei nuovi servizi per Austria e Svizzera, ora Itabus apre nuovi mercati. I bus della società dal 4 dicembre arriveranno a Parigi (4 viaggi giornalieri, 2 attivi da subito e ulteriori 2 dal 18 dicembre) Barcellona (2 collegamenti al giorno), Grenoble (2 servizi quotidiani),
Perpignan (2 connessioni al giorno) e Montpellier (2 servizi ogni giorno). In questo modo, dopo Croazia, Slovenia, Austria e Svizzera, anche la Spagna entra nel network
Itabus, e la Francia vede potenziati i collegamenti con 4 nuove destinazioni. Le nuove mete saranno collegate con le città italiane di Torino, Milano, Venezia, Verona e
Padova, oltre che con lo snodo aeroportuale di Orio al Serio (Bergamo). Anche per le città estere già servite, saranno potenziati i servizi ed aperte nuove linee:
raddoppieranno i collegamenti per Lione e Chambery, da 4 a 8 al giorno, e saranno connesse con ulteriori città italiane quali Venezia, Verona, Padova e con l’aeroporto di Orio al Serio (ad oggi sono raggiungibili da Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Caserta e Napoli). Non solo estero però, Itabus rafforza la capillarità anche sul territorio nazionale. Sulla trasversale Torino-Milano-Venezia si passa da 4 a 10 servizi giornalieri, mentre saranno introdotti 2 nuovi viaggi che collegheranno Trieste con Milano, Torino, Verona, Orio al Serio e Venezia (in aggiunta ai 4 già attivi per il centro-sud Italia). “Confermiamo l’espansione del network internazionale, come annunciato nei mesi scorsi, e consolidiamo la presenza sul territorio italiano. Servire nuove tratte dall’Italia verso città quali Parigi e Barcellona rappresenta uno step cruciale nel nostro processo di crescita, in linea con la strategia aziendale” commenta Francesco Fiore, amministratore delegato Itabus.

Cybersecurity, I-Com: “Imprese italiane sotto pressione tra adempimenti normativi e carenza di competenze”

In Italia gli adempimenti previsti dalle normative in materia di cybersicurezza possono impattare in maniera significativa sulla competitività aziendale: a incidere sono principalmente gli investimenti tecnico-organizzativi necessari alla compliance nonché la molteplicità degli oneri burocratici e amministrativi richiesti, oltre che l’innalzamento delle barriere all’ingresso. La maggior parte delle imprese assegna tra il 3-5% del budget IT alla cybersecurity, solo una minima parte ne alloca più del 15%, mentre il 51% ha deciso di aumentare le risorse destinate alla sicurezza informatica e un 37% sta ancora valutando un eventuale incremento. Ad ostacolare il processo di compliance sono la mancanza di competenze idonee, sia interne che sul mercato del lavoro, seguita dalla moltiplicazione di prescrizioni che impongono adempimenti diversi, tanto che l’80% delle aziende ritiene che si debba puntare sulla consapevolezza e sulla formazione del personale in maniera diversificata per ruolo e competenze. Proprio sul piano dell’offerta formativa si osserva nel territorio nazionale un crescente interesse per queste tematiche da parte degli atenei, con 807 tra corsi e insegnamenti relativi alla cybersicurezza nell’anno accademico 2025/2026, in aumento del 4% rispetto ai 774 dell’anno precedente.

Sono questi alcuni dei principali elementi che emergono dal Rapporto “Verso una cybersicurezza a portata di competitività. Le sfide della sicurezza informatica tra innovazione, semplificazione e nuove regole” realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e presentato in occasione del convegno pubblico annuale che si è tenuto oggi alla Camera dei Deputati presso la Sala del Refettorio nell’ambito delle attività dell’Osservatorio I-Com sulla Cibersicurezza e al quale hanno partecipato numerosi tra esperti della materia, rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni. Lo studio, curato dal presidente I-Com Stefano da Empoli insieme alla vicepresidente I-Com Silvia Compagnucci e al direttore Area Digitale I-Com Alessandro D’Amato, fornisce una panoramica sullo stato dell’arte della cybersicurezza in Italia e in Europa sotto molteplici punti di vista, tra i quali figurano le strategie normative a livello italiano ed europeo, il grado di sicurezza e gli attacchi subiti da aziende e istituzioni pubbliche, i sistemi di certificazione e la consapevolezza di aziende e cittadini. I-Com ha riproposto e aggiornato un’indagine già effettuata lo scorso anno con l’obiettivo di verificare la rispondenza applicativa del quadro regolatorio europeo e nazionale in materia di cybersecurity, coinvolgendo imprese appartenenti a vari settori e avvalendosi anche del sostegno di alcune delle principali associazioni di categoria.

In particolare, tra gli adempimenti prescritti dalle normative in materia di cybersicurezza che possono impattare sulla competitività aziendale, per la maggior parte delle grandi imprese la principale criticità è legata agli investimenti tecnico-organizzativi necessari alla compliance, mentre l’opzione selezionata maggiormente da quelle di medie e piccole dimensioni riguarda la numerosità degli oneri burocratici e amministrativi richiesti. Altri aspetti ricorrenti sono la preoccupazione per l’innalzamento delle barriere all’ingresso, in particolare per le PMI, nonché la molteplicità degli oneri burocratici e l’impatto sui rapporti con la supply chain. Tra i fattori che rendono più difficoltosa la compliance rispetto alle norme in materia di cybersecurity si segnalano principalmente la moltiplicazione, a volte disorganica, di prescrizioni che impongono adempimenti diversi, seguita dalla mancanza di competenze idonee internamente e sul mercato del lavoro. Altro dato fondamentale riguarda gli investimenti dedicati alla cybersicurezza per i quali la maggior parte delle imprese assegna tra il 3-5% del budget IT alla cybersecurity, mentre solo una minima parte ne alloca più del 15%. Rispetto a un eventuale incremento delle risorse destinate alla cybersecurity il 51% delle aziende ha deciso di aumentare gli investimenti cybersicurezza, ma un corposo 37% sta ancora valutando tale possibilità. Con riferimento alle modalità con cui poter migliorare i livelli di sicurezza informatica, l’80% delle imprese ritiene che si debba puntare sulla consapevolezza e sulla formazione del personale in maniera diversificata per ruolo e competenze.

Indipendentemente dal fatto che l’impresa abbia adottato o intenda adottare una certificazione di cybersicurezza, il 74% delle aziende è d’accordo in merito al fatto che standard comunitari – come gli European Common Criteria-based cybersecurity certification scheme (EUCC) – possono incentivare le imprese a certificarsi. Rispetto al dibattito su mandatorietà o volontarietà di questi strumenti, il 37% delle imprese non ha ancora definito una posizione sul tema e un ulteriore 28% non si è ancora confrontato internamente, mentre tra quelle che hanno maturato un orientamento prevale l’approccio volontario indicato dal 25% rispetto a quello mandatorio scelto dal 10% delle aziende.

Quanto al miglioramento del quadro della certificazione di cybersecurity in Italia sono state evidenziate due priorità nette: la garanzia che il valore aggiunto dei prodotti o servizi certificati sia sostanzialmente riconosciuto – anche attraverso eventuali misure normative – indicata dal 66% delle imprese, nonché l’introduzione di agevolazioni fiscali o incentivi a supporto dell’assistenza esterna segnalata dal 60%. Sul versante normativo, il regolamento n. 881/2019, noto come Cybersecurity Act (CSA), rappresenta uno dei primi interventi organici dell’Unione europea in tema di cybersicurezza dopo la direttiva NIS del 2016, con l’obiettivo di garantire un buon funzionamento del mercato interno assicurando elevati livelli di cybersicurezza, resilienza e fiducia. Nel 2024 è stata avviata una consultazione pubblica sulla revisione del regolamento con la prospettiva di introdurre modifiche entro il 20 gennaio 2026. Per valutare i possibili sviluppi della revisione del CSA, l’Istituto per la Competitività ha svolto un’analisi sui contributi legati alla consultazione pubblica (su 99 ritenuti validi e coerenti), dalla quale risulta che il 76,1% dei partecipanti preferisce un intervento normativo mirato, cioè una modifica del CSA tramite strumenti legislativi, mentre una eventuale abrogazione e sostituzione del CSA con un quadro normativo di più ampio respiro è l’opzione meno selezionata con un 4,2% di preferenze. Molto interessante il forte interesse, mostrato da ben il 48,9% del campione, per l’introduzione di misure di semplificazione (positivamente soddisfatte, a posteriori, dal Digital Omnibus, con riguardo ad aspetti procedurali attraverso la previsione di un unico Entry Point per le notifiche) così come il rifiuto, espresso dal 65,5% del campione analizzato, di fattori non tecnici e, al contrario, la focalizzazione su elementi di natura tecnica verificabili (con importante ruolo delle certificazioni).

Dal monitoraggio realizzato da I-Com per comprendere l’evoluzione dell’offerta formativa italiana in ambito cybersecurity, appaiono segnali incoraggianti sul versante universitario. È stato rilevato infatti un crescente interesse per queste tematiche da parte del mondo accademico, con 807 tra corsi e insegnamenti relativi alla cybersicurezza offerti nell’anno accademico 2025/2026, in aumento del 4% rispetto ai 774 dell’anno precedente. Tuttavia, la distribuzione regionale dell’offerta formativa complessiva si presenta piuttosto disomogenea. Il Lazio concentra il numero più elevato tra corsi e singoli insegnamenti (208), seguito dalla Lombardia (120) e dalla Campania (65). Anche considerando esclusivamente l’offerta formativa specializzata il Lazio si conferma la regione più interessata con 30 percorsi, catalizzando buona parte dell’offerta formativa sia in termini di lauree dedicate (7 corsi di laurea), sia per quanto riguarda le specializzazioni post-laurea (7 progetti di ricerca in dottorato e 16 master). Nel complesso, l’elevato numero di master specifici sui temi della cybersicurezza (34 su tutto il territorio nazionale) indica una crescente domanda di percorsi post-laurea orientati all’approfondimento delle competenze in cybersicurezza. Quanto alla formazione superiore, un ruolo di rilievo è rivestito dagli ITS che hanno lo scopo di formare personale tecnico in aree strategiche per lo sviluppo economico del Paese. Dal monitoraggio dell’Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa (INDIRE) e da un’analisi condotta da I-Com emerge infatti che su 147 ITS attivi in Italia il 33% offre percorsi legati alla cybersicurezza, con la Lombardia in testa (11 istituti su 25 totali) seguita dal Lazio (4 su 16) e dalle Marche (4 su 4).

Tpl,  ‘Mind the gap’: In Italia funziona peggio che nel resto d’Europa, ha la metà dell’offerta, è usato fino a 6 volte meno e negli ultimi 5 anni ha perso 4 mld di fondi

Poco capillare, sottofinanziato e disomogeneo: in Italia il trasporto pubblico locale funziona peggio che nel resto d’Europa. E guardando ai finanziamenti, il TPL italiano ha perso negli ultimi 5 anni 4 miliardi di euro. Ecco cosa emerge dal rapporto “Mind the Gap” realizzato da Clean Cities, la coalizione europea di oltre 130 ONG che ha come obiettivo una mobilità urbana a zero emissioni entro il 2030. Il rapporto tra l’offerta di trasporto pubblico (espressa in posti-km pro capite) nella top 3 europea – Praga, Madrid, Varsavia – e le città del centro-sud italiano è di 1 a 8. Rapporto analogo anche per i livelli di utilizzo: per ogni utente del TPL a Napoli, Palermo, Bari o Catania, ce ne sono 8 a Varsavia, Parigi e Praga. Le grandi città del nostro Paese, inoltre, hanno la metà dell’offerta delle principali città europee se consideriamo il rapporto fra posti a sedere e km pro capite coperti e un quinto dei chilometri di infrastrutture di trasporto rapido di massa (che comprende metro, tram e filobus). Guardando ai passeggeri pro capite, ovvero quanti viaggi gli abitanti di ciascuna città compiono usando il trasporto pubblico locale, dal rapporto emerge che il risultato di queste tendenze è un livello di utilizzo del TPL molto più basso in Italia rispetto al resto d ’Europa, fino a 6 volte di meno. Il valore mediano per le città europee, infatti, considerate nello studio è di 410 passeggeri pro capite nelle città italiane del centro-nord sono meno di 300, e a malapena 70 in quelle del centro-sud. Una condizione che non può non incidere sul grado di soddisfazione che gli italiani dichiarano di avere nei confronti dei sistemi di trasporto pubblico locale. Se, infatti, le principali città europee hanno gradi di soddisfazione che vanno dal 90% di Vienna e di Praga all’80% di Berlino, Varsavia ed Amsterdam al 72% per città come Barcellona e Bruxelles, il confronto con le città italiane è impietoso. Appena 1 palermitano su 5 e meno di 1 napoletano o 1 romano su 3 si considera più o meno soddisfatto. Frequenza, affidabilità e sicurezza sono i problemi che emergono soprattutto al Sud.

Ma da cosa dipende la situazione del TPL italiano? Dal report di Clean Cities emerge che negli ultimi 10 anni l’andamento nominale del finanziamento del Fondo Nazionale Trasporti, la principale fonte di entrate per le aziende di trasporto pubblico, ha subito delle oscillazioni tra i 4,8 e i 5,3 miliardi di euro: nel 2014 erano stati stanziati 4,918,620,000 di euro, che nel 2025 sono diventati 5,345,754,000. A oggi, le previsioni per il prossimo biennio – in considerazione di quanto previsto dalla legge di bilancio 2025 – sono pari a 5,301,754,000 € per ciascuno degli anni 2026, 2027. Ma questi sono i valori nominali, ovvero considerando i prezzi correnti che non tengono conto della svalutazione dell’inflazione. Nello stesso periodo, infatti, l’inflazione del settore trasporti è stata complessivamente del 25%. Vale a dire che un euro del Fondo Nazionale Trasporti nel 2014 valeva 1,25 euro di oggi. Questo processo di erosione ad opera dell’inflazione ha generato negli ultimi 5 anni un ammanco complessivo di 4 miliardi di euro. Una cifra tutt’altro che trascurabile se si considera che il Fondo Nazionale Trasporti, copre una percentuale dei costi del TPL che nelle città più grandi oscilla intorno al 25-30%, ma che può superare anche di molto il 50% nei centri più piccoli, soprattutto al Sud.

Secondo l’analisi di Clean Cities uno dei principali effetti dell’erosione del Fondo Nazionale Trasporti è la disomogeneità del servizio sul territorio italiano. Le città italiane con maggiori risorse e dove si sono concentrati maggiormente gli investimenti infrastrutturali, infatti, sono quelle che scontano un gap significativo ma non incolmabile con le altre città europee. Quelle che non hanno voluto o potuto sopperire alla mancanza di risorse per il TPL tramite mezzi propri o attirando investimenti nazionali ed europei significativi scontano un ritardo gravissimo che mette in discussione la coesione nazionale stessa. Proprio nelle regioni a più basso reddito, abbiamo i livelli più bassi di offerta e quindi utilizzo del TPL, e conseguentemente i tassi di motorizzazione più elevati rispetto al resto d’Italia producendo una dipendenza dall’auto privata che pesa sui bilanci delle famiglie, riduce l’accesso ai servizi e peggiora la qualità dell’ambiente urbano, a partire dall’aria. Un fenomeno che gli economisti dei trasporti chiamano forced car ownership. Secondo i dati dell’Osservatorio Stili di Mobilità IPSOS analizzati nel report, infatti, negli ultimi anni tre italiani su dieci hanno dovuto rinunciare ad almeno una di queste attività per difficoltà negli spostamenti: lavoro (28%), studio (17%), visite mediche (19%) o relazioni sociali (25%). Le situazioni più critiche si registrano a Napoli (34%) e Roma (33%), mentre in città come Milano e Bologna la quota di popolazione “a mobilità precaria” scende al 20-21%. “Risulta quindi chiaro come un trasporto pubblico più efficace avrebbe il potenziale di aumentare la coesione, ridurre i livelli di esclusione sociale e accrescere le opportunità economiche e lavorative nonché l’accesso a servizi fondamentali quali salute e studio” dice Claudio Magliulo, Head of Italy Campaign di Clean Cities. Aumentare di 1,2 miliardi di euro le risorse del Fondo in Legge di bilancio. “Investire nel trasporto pubblico locale non significa soltanto potenziare un servizio di mobilità per i cittadini – spiega Claudio Magliulo, Head of Italy Campaign di Clean Cities – ma anche sostenere il tessuto produttivo e contribuire alla competitività complessiva del Paese, garantendo a milioni di cittadini la possibilità di spostarsi in modo sicuro e accessibile, riducendo le disuguaglianze e assicurando pari opportunità di accesso a scuola, lavoro e servizi essenziali”. Secondo Clean Cities, quindi, sarebbe necessario aumentare le risorse per il Fondo Nazionale Trasporti fino a raggiungere un livello di trasferimento verso le regioni almeno pari ai livelli del 2009. Ad oggi, questo comporterebbe un incremento di circa tre miliardi di euro all’anno, L’obiettivo minimo, da raggiungere già nella legge di bilancio 2026, dovrebbe essere quello di riportare la dotazione del Fondo Nazionale Trasporti ai livelli reali del 2010-2011, pari a circa 6,5 miliardi di euro a prezzi attuali, con uno stanziamento che porti a un maggior finanziamento del fondo per 1,2 miliardi di euro. “Si tratta di investimenti significativi- conclude Magliulo – ma sulla stessa scala di quanto messo a disposizione per l’ecobonus dei veicoli privati. Va inoltre considerato che le casse dello Stato continuano a sostenere il peso di sussidi ambientali dannosi, il totale ammontare dei quali è stimato in un range che va dai 24,2 miliardi di euro catalogati dal Ministero dell’Ambiente ai 78 miliardi di euro individuati dalle associazioni ambientaliste”.

Insieme alla pubblicazione del briefing “Mind the gap”, è partita ieri anche l’omonima campagna nazionale di Clean Cities per chiedere a Governo e Parlamento una significativa iniezione di risorse nel TPL: non solo Fondo Nazionale Trasporti, ma anche risorse dedicate per nuovi investimenti in infrastrutture di trasporto rapido di massa e nell’elettrificazione degli autobus. La campagna prevede una raccolta firme e flash mob nelle principali città italiane. Aderiscono alla campagna: AIFVS – Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, Associazione Lorenzo Guarnieri, EPMC – Associazione Esperti Promotori Mobilità Ciclistica, ETSC – Consiglio europeo per la sicurezza dei trasporti, Euromobility – Associazione dei mobility manager, FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta, Fondazione Mobilità in Città, ISDE – Associazione Medici per l’Ambiente, Kyoto Club, Legambiente, Movimento Diritti dei Pedoni, Rinascimento Green. La campagna è promossa all’interno della Rete Italiana Mobilità Equa.

Digitale: Polimi, +1,8% investimenti 2026 ma 44% imprese indica scarsita’ risorse

Gli investimenti digitali delle imprese italiane cresceranno dell’1,8% nel 2026 rispetto al 2025. E’ quanto emerge dalla ricerca degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, i cui dati mostrano “un andamento confortante che pero’ non rappresenta ancora una svolta decisiva”, si legge in una nota, in un contesto macroeconomico che vede un Pil italiano stimato in aumento dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. A trainare la spesa digitale sono ancora una volta le piccole imprese (+3,3%) e soprattutto le medie (+5,2%), sostenute dalle misure del Pnrr. Ma lo studio segnala un punto critico: il 44% delle imprese indica la scarsita’ di risorse economiche come il principale ostacolo alla trasformazione digitale. Sul fronte delle priorita’ di investimento, tra le grandi imprese la cybersecurity resta in testa (65%), mentre l’intelligenza artificiale (AI) sale al secondo posto (57%), grazie all’interesse crescente per AI generativa e agentica. Seguono big data e business intelligence (49%) e cloud (35%). Le Pmi, invece, concentrano la spesa su sicurezza informatica (45%), industria 4.0 (37%), cloud (32%) e software gestionali Erp (30%). L’86% delle grandi imprese italiane ha avviato iniziative di open innovation, una quota stabile negli ultimi anni “che potrebbe indicare il raggiungimento di un plateau”, afferma la ricerca. Sul piano organizzativo, solo una grande impresa su tre possiede una strategia formale di innovazione, mentre il 40% ha istituito una “Direzione innovazione”. Piu’ della meta’ ha introdotto la figura dell’innovation manager e inizia a diffondersi quella dell’open innovation manager. Tuttavia, solo il 21% delle grandi aziende ha definito linee guida strutturate per l’uso dell’AI, e i principali freni sono la carenza di competenze specifiche (48%) e le difficolta’ nel garantire un’adozione “sicura e sistematica” nelle aziende.

‘Tra le imprese e le startup italiane e’ ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, ma mancano ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacita’ per mettere a terra questa convinzione’, afferma in una nota Alessandra Luksch, direttrice degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Thinking, che sollecita ‘un cambio di passo’ basato su investimenti, formazione inclusiva e consolidamento degli ecosistemi di innovazione. Secondo Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy, il punto ‘di maggiore criticita” restano i budget: ‘Per adottare un approccio realmente maturo le imprese devono innanzitutto definire budget dedicati’. Corso richiama anche la necessita’ di investimenti culturali, sviluppo delle competenze e processi agili, superando le barriere che rallentano il passaggio ‘dalla sperimentazione alla messa in produzione delle iniziative’.

Asvis, barometro del Futuro: solo il 22% degli italiani è ottimista 

Il 46% degli italiani (quasi uno su due) è pessimista sul futuro del Paese e solo il 22% immagina un’Italia migliore nei prossimi dieci anni. Un giudizio severo che si affianca a un paradosso evidente: il 79% degli italiani, soprattutto i più giovani, dichiara di pensare al domani, ma il 63% continua a sentirsi “ancorato” al presente. Questa è la fotografia che emerge dal “Barometro del Futuro”, l’indagine demoscopica presentata oggi dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e realizzata dall’Istituto Piepoli, nel corso dell’evento “Un patto sul futuro, anche nell’interesse delle future generazioni”, svoltosi all’Auditorium del Museo dell’Ara Pacis a Roma, in occasione della Giornata Mondiale dei Futuri dell’UNESCO.
“Come mostrato dall’indagine, gli italiani chiedono futuro, ma la gran parte di loro ritiene che nessuno se ne stia occupando seriamente, tanto meno i politici – ha commentato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS –, tant’è vero che solo il 25% degli intervistati pensa che i governi agiscono anche nell’interesse delle future generazioni e il 65% ritiene che in Italia non si parli abbastanza di futuro. Ecosistema Futuro intende invertire questa tendenza, in linea con il ‘Patto sul Futuro’ approvato dall’ONU un anno fa, portando l’educazione ai futuri nelle scuole e nei musei, promuovendo riforme politiche come la Valutazione d’Impatto Generazionale delle nuove leggi, valorizzando la ricerca orientata al futuro e dando maggiore spazio alle giovani generazioni nelle scelte politiche”.
Il “Barometro del futuro”, presentato da Livio Gigliuto, Presidente dell’Istituto Piepoli, evidenzia un divario profondo tra percezione personale e collettiva: il 37% degli italiani è ottimista riguardo al proprio futuro, ma il 34% percepisce un vuoto di visione sul futuro del Paese. La politica è considerata orientata al futuro solo dal 4% dei rispondenti, la scuola dal 7%, con un pessimismo più marcato nel Centro e nelle Isole, e più attenuato nel Nord Ovest. Tra le preoccupazioni principali emergono l’aumento del costo della vita e delle diseguaglianze (44%), l’intelligenza artificiale (36%), i rischi globali per la sicurezza e la pace (32%) e la crisi climatica (30%). La fiducia degli italiani si concentra nella scienza (80%), mentre scende drasticamente per istituzioni (29%), media tradizionali (24%) e social media (21%). Il Barometro evidenzia inoltre una chiara domanda di giustizia intergenerazionale: sette italiani su dieci chiedono una Legge sul Clima e quasi due su tre sostengono un’imposta sulle grandi ricchezze per finanziare i giovani.
“Attuare il Patto sul Futuro in Italia vuol dire trasformare il modo in cui il sistema Paese prende le decisioni – ha commentato Luca Miggiano, responsabile del progetto Ecosistema Futuro –. Per realizzare tale obiettivo è necessario confrontarsi sull’Italia che vogliamo nel futuro, migliorare i processi politici e creare una cultura orientata al futuro per navigare la complessità del presente. Ecosistema Futuro è nato per contribuire a creare un Paese per giovani, dando voce a chi già oggi lavora concretamente sul futuro e alle giovani generazioni, schiacciate tra debito climatico, precarietà e incertezze economiche”.
Nel corso della mattinata sono anche intervenuti: due innovatori Eugenio Russo (Conthackto) e Viviana Pinto (Discentis), che hanno presentato esperienze concrete di didattica agli studenti e formazione ai docenti orientata ai futuri; Bianca Arrighini (Factanza) e Alberta Pelino (Young Ambassador Society), che hanno portato il punto di vista delle nuove generazioni, chiedendo politiche più lungimiranti e orientate al domani; Ilaria Miarelli Mariani (Musei Civici di Roma) e Lucia Villanova (MUSE di Trento), che hanno presentato il punto di vista degli operatori culturali.

 

 

 

Argomenti

Argomenti

Accedi