L'ANALISI DELLA TERZA RELAZIONE ANNUALE
Piano Mattei, 13 miliardi di lavori per le imprese italiane. Sui progetti ora più trasparenza grazie al sito di monitoraggio, male ancora sul Fondo clima
IN SINTESI
In Africa, le imprese di costruzione hanno lavori in corso per circa 13 miliardi di euro. Di questi, 5,6 miliardi sono relativi al Nord Africa e 7,3 miliardi all’Africa Sub sahariana. Per un valore dell’11% delle commesse totali e un valore complessivo superiore ai 116 miliardi di euro. Sono numeri che Diario Diac è in grado di rivelare a due settimane dalla trasmissione alle Camere della terza relazione annuale del Piano Mattei.
E’ il segno di una presenza importante e crescente del mondo edile italiano nel continente, grazie anche a numerose missioni dell’associazione di riferimento, l’Ance, tanto nei paesi del programma lanciato nel 2024 dal governo Meloni quanto in Paesi non ancora coinvolti come Nigeria e Sudafrica. E chissà che il perimetro d’azione del piano non si possa ampliare proprio a questi ultimi così come a Camerun, Namibia, Gabon e Uganda.
I numeri del Piano Mattei
Nel frattempo, la terza relazione appena consegnata al Parlamento ci dice diverse cose. Intanto, che i Paesi coinvolti sono saliti da 9 a 18 (gli ultimi a entrare, a marzo, sono stati: Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia) e, viene ribadito, la logica incrementale punta allo sviluppo dell’intero continente africano. I progetti in corso sono 76, con una dote iniziale di 5,5 miliardi di euro.
Sono poi circa 1,2 i miliardi di euro deliberati dal Comitato Tecnico del Fondo Italiano per il Clima per 15 interventi in Africa, di cui 936,7 milioni nel solo anno preso in esame dalla Relazione (1° luglio 2025 – 30 giugno 2026). Ammontano, invece, a 4 miliardi di euro le garanzie concesse da Sace a sostegno di investimenti nelle nazioni del Piano e a 269 milioni di euro i crediti bilaterali italiani in corso di conversione in progetti di sviluppo, in un orizzonte decennale.
Cosa va (finalmente)
Secondo la dettagliata analisi del think tank Ecco, la relazione evidenzia dei passi avanti su diversi fronti lacunosi fino a questo momento. Per esempio, se era già stata ben accolta l’europeizzazione e l’internazionalizzazione del Piano, adesso possiamo finalmente cominciare a parlare di istituzionalizzazione. Infatti, è in crescita il coinvolgimento di enti a diverso titolo interessati e coinvolti nel Piano e nei suoi progetti. Che, spiega Ecco, “trattandosi di un Piano di interesse nazionale, l’obiettivo non è soltanto finanziare singoli progetti, ma costruire un ecosistema stabile di collaborazione tra istituzioni, imprese, enti territoriali e organizzazioni del terzo settore, capace di coordinare competenze, risorse e strumenti per tradurre gli obiettivi del Piano in interventi concreti”.
Adesso, poi, si schiarisce il quadro anche sul fronte della trasparenza dei progetti. Vengono fornite informazioni più dettagliate sia sulle risorse finanziarie destinate al Piano sia sul contributo del Fondo italiano per il clima ai singoli progetti. “Si tratta di un’evoluzione positiva, che consente di comprendere come vengono indirizzate le risorse pubbliche e quali siano le priorità di cooperazione e investimento”, commenta il think tank. Proprio in questi giorni, peraltro, è stato attivato il portale di mappatura e monitoraggio di ogni progetto, cosa che lo stesso centro studi chiedeva nell’analisi parlando di “un sito ad hoc”.
Bene, inoltre, è il maggiore livello di trasparenza nella razionale climatica dei progetti inseriti nel Piano. In particolare, spiega Ecco, viene utilizzato il Rio Makers, cioè il sistema metodologico utilizzato a livello internazionale per valutare in che misura un progetto contribuisca alla mitigazione dei cambiamenti climatici (attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra o il loro assorbimento) e all’adattamento (il rafforzamento della resilienza e la riduzione della vulnerabilità agli impatti del cambiamento climatico). “Rendere note queste valutazioni rappresenta un passo avanti importante, perché permette di comprendere meglio il valore climatico degli investimenti e di confrontare i risultati con gli standard utilizzati nella cooperazione internazionale. Non solo: questo sviluppo illustra come l’impatto climatico sia al centro di progetti appartenenti a tutte le diverse direttrici del Piano, segnando dunque un passo avanti rispetto all’integrazione della lente clima come nucleo strategico del Piano”.
E cosa non va (ancora) nel Piano Mattei
Anche se, aggiunge l’analisi, “tutti gli interventi finanziati da altre fonti dovrebbero seguire dei metodi di selezione che garantiscano l’allineamento agli obiettivi climatici. L’adozione di un sistema uniforme di disclosure consentirebbe infatti di analizzare in modo comparabile l’intero portafoglio dei progetti e di valutarne il contributo complessivo agli obiettivi del Piano e agli obiettivi climatici, migliorandone al tempo stesso trasparenza, comparabilità e accountability”. In altre parole, occorrerebbe un monitoraggio più esteso e continuo.
Infine, ma non per ordine di importanza, se da un lato il ruolo dei privati “deve produrre un valore aggiunto più ampio, ponendo al centro della cooperazione criteri e valutazioni di impatto che vadano oltre la sola logica economica”, dall’altro l’urgenza principale del Piano Mattei resta la mobilitazione delle risorse del Fic. Nell’ultimo anno è stata registrata sì una forte accelerazione nell’allocazione, ricorda Ecco, 370 milioni circa a valere sul Fic deliberati prima della costituzione del Comitato Tecnico. Ma, per Ecco, “si tratta in ogni caso di importi ancora contenuti, se si pensa che nell’impostazione originale il Fondo avrebbe dovuto assegnare 4,2 miliardi entro il 2026, di cui 70% nell’ambito del Piano Mattei”.
Insomma, bisogna accelerare i processi di identificazione e approvazione dei progetti del Fondo clima “per garantirne un’attuazione tempestiva ed efficace, il che andrebbe solo a beneficiare anche la portata strategica del Piano Mattei”. Perché non va dimenticato che la direzione dei nuovi rapporti Italia-Africa dovrà essere sempre più all’insegna di rinnovabili, tecnologie pulite e minerali critici. “Una dimensione questa ancora assente su cui rimane spazio per sviluppare la cooperazione tra le parti”.