DIARIO POLITICO

Per Meloni si apre la stagione degli stress test: dalle crepe leghiste alle sortite di Trump

19 Gen 2026 di Pol Diac

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Gennaio 2026 apre ufficialmente la stagione degli stress test per Giorgia Meloni. Il primo segnale è arrivato dal voto sulla risoluzione di maggioranza sugli aiuti all’Ucraina: due deputati leghisti hanno votato contro, il senatore Borghi si è sfilato. È la prima crepa visibile nella maggioranza sulla linea di politica estera del governo. C’è chi legge quel voto come un avvertimento a Matteo Salvini. Un messaggio partito dall’area più vicina al generale Roberto Vannacci, su cui continua a gravare il sospetto di un progetto autonomo, potenzialmente capace di innescare una mini-scissione nella Lega.

Ma l’interpretazione regge solo fino a un certo punto.

Vannacci nella Lega ce l’ha voluto Salvini, che lo ha anche promosso vicesegretario. E le posizioni del leader leghista su Kiev non sono poi così lontane da quelle del generale. Vannacci, più che un problema, è uno strumento: Salvini lo ha arruolato per allargarsi a destra, per rosicchiare consenso a Fratelli d’Italia.

Se qualcuno deve preoccuparsi, dunque, è la premier. Non tanto per la defezione di due leghisti — né tantomeno per l’ex FdI Pozzolo, assurto a celebrità per lo sparo di Capodanno — quanto per la difficoltà oggettiva di una fase politica dominata dalle iniziative di Donald Trump. L’ultima lo ha dimostrato: la minaccia di ulteriori dazi per il 10% contro i Paesi che hanno “osato” inviare soldati in Groenlandia.

Meloni ha preso le distanze dall’uscita del presidente Usa, ma subito dopo ha rivendicato un contatto diretto con Trump, riducendo la vicenda a un “problema di comprensione e comunicazione”. Secondo la premier, l’iniziativa degli otto Paesi europei coinvolti — Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia — non avrebbe alcuna valenza antiamericana.

Il punto è tutto qui. Meloni resta una delle principali alleate di Trump, ma non può permettersi di sfilarsi dal fronte europeo. Così pattina: un passo verso Washington, uno verso Bruxelles, cercando un equilibrio sempre più instabile. È su questo terreno che la crepa leghista può allargarsi, anche se va ricordato che nelle ultime settimane lo stesso Salvini ha preso le distanze da Trump, consapevole che il presidente Usa non gode del favore della maggioranza degli italiani. La premier confida che sulla Groenlandia si arrivi a un compromesso in sede Nato e che questo stress test rientri senza danni. Non a caso ha legato a questa prospettiva anche l’eventuale partecipazione diretta dell’Italia alla missione per la sicurezza dell’Artico.

L’altro appuntamento cruciale della prima parte del 2026 è il referendum sulla giustizia. Qui il cammino appare meno accidentato: i sondaggi danno il sì nettamente avanti. Meloni sente la vittoria vicina e per questo resta defilata. Un suo coinvolgimento diretto trasformerebbe il voto in un referendum sul governo, offrendo al fronte del no una ragione in più per mobilitare l’elettorato. Nulla è però davvero scontato. Molto dipenderà da come il paese arriverà al 22-23 marzo. E da quanti altri stress test si presenteranno prima.

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