IL MANIFESTO DI MERITA
Sud, eredità Pnrr da difendere con risorse e governance
Il Sud a un bivio. Da un lato, il rischio concreto di disperdere quanto costruito con il Pnrr. Dall’altro, la possibilità di fare un salto di qualità definitivo: consolidare gli investimenti, rafforzare il sistema produttivo, rendere permanente una pubblica amministrazione più efficiente.
Il Pnrr è stato “un inizio positivo, molto positivo ma solo un inizio e dire che la questione meridionale è superata, ce ne vuole”. Non poteva essere più efficace la sintesi fatta dal presidente emerito della Fondazione Merita, Claudio De Vincenti, nel tracciare un bilancio di quello che, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha rappresentato per il Sud. Bilancio sicuramente positivo ma che pone, proprio mentre sta per chiudersi la stagione, vari ordini di questioni e interrogativi. Come non disperdere l’eredità di questi anni che hanno rappresentato per il Paese e il suo Mezzogiorno “una scommessa senza precedenti” perché il Piano ha costituto un esperimento istituzionale basato su un impianto metodologico di obiettivi e scadenze rigorose con una forte strutturazione della governance incentrata su una forte interazione tra Ue, governo e soggetti attuatori, Regioni Comuni, città metropolitane. È su questo tema che Merita ha promosso a Napoli, in partnership con Cassa Depositi e Prestiti e Intesa Sanpaolo, una ‘due giorni’ dal titolo “Agenda Sud 2030: il Mezzogiorno dopo il Pnrr”.
La prima giornata di ieri ha preso le mosse dalla presentazione del position paper di Merita, curato, oltre che da De Vincenti, da Maria Ludovica Agrò e Amedeo Lepore.Dopo anni di programmazione, cantieri e riforme, l’Italia — e soprattutto il Mezzogiorno — si trova davanti a un passaggio decisivo: trasformare una stagione straordinaria di investimenti in crescita strutturale. Il rischio, tutt’altro che teorico, è invece quello di assistere a un ritorno alla normalità precedente: bassa spesa in conto capitale, debolezza amministrativa, sviluppo intermittente. Come ha spiegato De Vincenti, ci sono due questioni sul tavolo strettamente intrecciate tra loro: la sostenibilità della finanza pubblica e la tenuta della nuova governance degli investimenti. Da come verranno affrontate dipenderà il destino dell’eredità del Piano.
Uno dei principali risultati del Pnrr è stata la ripartenza degli investimenti, riportati su livelli che l’Italia non vedeva da anni. Dal 2–2,5% del PIL del periodo pre-pandemia si è passati a circa il 3,5%. Un salto significativo, reso possibile dall’intervento europeo. “L’interrogativo che è lecito porsi ora – ha sottolineato De Vincenti- è se la gestione della finanza pubblica realizzata in questi anni , che ha avuto il merito di riportare il disavanzo verso il 3%, sia sufficiente a garantire gli spazi di bilancio necessari a mantenere nei prossimi anni la spesa in conto capitale sul nuovo livello raggiunto con il Pnrr”. Insomma, come andrà finanziato lo sviluppo futuro per consentire al sud di colmare ritardi infrastrutturali storici, rafforzare il capitale produttivo, attivare nuova crescita. Senza continuità negli investimenti, questi obiettivi restano incompiuti. Il punto, secondo Merita, non è solo la quantità delle risorse, ma la loro composizione. E qui emergono i nodi più difficili.Negli ultimi anni si è consolidata una struttura della spesa pubblica che lascia poco spazio agli investimenti: una spesa corrente elevata e rigida, un peso crescente della componente pensionistica, scelte fiscali che hanno ridotto il gettito senza favorire davvero la crescita. Il risultato è un bilancio che fatica a liberare risorse per la spesa in conto capitale. Ma c’è un effetto ancora più insidioso: questa struttura rischia di compromettere anche il funzionamento futuro delle infrastrutture realizzate con il PNRR. Asili nido, mense scolastiche, servizi sociali: sono opere che richiedono personale, gestione, continuità. Senza adeguata spesa corrente, restano contenitori vuoti.
C’è poi un’altra contraddizione che pesa sul futuro del Mezzogiorno: l’incertezza sulle politiche industriali. Negli ultimi anni strumenti come Transizione 4.0 e i crediti d’imposta hanno dimostrato di funzionare. Hanno attivato investimenti privati, sostenuto l’innovazione, moltiplicato l’impatto delle risorse pubbliche. Eppure, continuano a essere trattati come misure temporanee, rifinanziate a fatica e senza continuità. Il confronto con il Superbonus è inevitabile. A fronte di una misura costosa e distorsiva, si registra oggi, rimarca il position paper di Merita, una certa diffidenza verso strumenti molto più mirati ed efficienti. Il risultato è una politica economica che fatica a distinguere tra ciò che genera crescita e ciò che produce solo spesa.
Se sul piano finanziario prevalgono le incognite, sul fronte amministrativo il bilancio è più incoraggiante. Ma è su questo terreno che Merita pone un secondo cruciale interrogativo. Quale la governance delle politiche di sviluppo dopo il Pnrr? Il piano ha introdotto un cambio di paradigma: non più spesa da certificare, ma risultati da raggiungere. Milestone, target, monitoraggio continuo: parole che sono entrate nel lessico della pubblica amministrazione e che hanno prodotto effetti concreti. I dati mostrano una riduzione drastica dei tempi di progettazione e affidamento delle opere. Le amministrazioni locali, tradizionalmente considerate l’anello debole, hanno migliorato la propria capacità operativa. Le città — anche quelle medie — sono diventate centri dinamici di attuazione.
Non è solo una questione di efficienza, è anche una cambiamento culturale che unisce responsabilità, coordinamento, orientamento al risultato. IL coordinamento verticale tra Unione europea, Stato e territor, le strutture di missione, l’assistenza tecnica di soggetti come Cassa Depositi e Prestiti e Invitalia hanno creato un ecosistema amministrativo più solido, capace di affrontare progetti complessi. Ma questa conquista non è irreversibile e non è per sempre. La chiave di volta sta nella stabilizzazione del Modello Pnrr permanenti le strutture di coordinamento, estendendo il monitoraggio per obiettivi, consolidando l’assistenza tecnica.
C’è un altro passaggio nevralgico che il position paper di Merita mette a fuoco: l’occasione per sviluppare ulteriormente l’esperienza innovativa di governance del Pnrr viene da alcune delle innovazioni prospettate dalla proposta della Commissione europea per il nuovo bilancio Ue, il Quadro Finanziario pluriennale 2028-34: in particolare dal l’estensione alle politiche per la coesione e per l’agricoltura proprio del modello di governance del Pnrr. “Un assetto di governance che, per funzionare, ha bisogno del massimo commitment politico e di tensione amministrativa”, ha dice De Vincenti. E, ha aggiunto, “sul bilancio europeo ci sarà da lottare” visto che la consistenza stessa del bilancio “lascia insoddisfatti: rinunciando nei fatti a finanziare la forte politica industriale per innovazione e competitività con un piano di emissione di debito comune europeo.
“In un Paese dove siamo un po’ allergici ai metodi, dove ognuno si sveglia la mattina e pensa da solo di poter cambiare il mondo, il lascito del Pnrr e’ piu’ grande della Napoli-Bari. Il grande lascito del Pnrr, l’insegnamento che ci ha lasciato, e’ il metodo”, che “ci ha consentito di spendere risorse che nessuno credeva fossimo in grado di impiegare”, ha detto il sindaco di Napoli e presidente Anci, Gaetano Manfredi, nel suo intervento al Convegno. Il metodo applicato, ha ricordato Manfredi, ha consentito di “eliminare due tempi morti che rappresentano la gran parte del tempo perso nella realizzazione delle opere”. Il primo riguarda lo “stallo” che solitamente intercorre tra lo stanziamento dei fondi, la programmazione degli interventi e l’impiego delle risorse, che “non si riescono a spendere se non in tempi infiniti”. Il secondo riguarda invece “i tempi della realizzazione delle gare”. “Con una reale coprogettazione e programmazione e un finanziamento diretto a chi doveva spendere i soldi – ha detto Manfredi – sono stati tagliati in maniera radicale questi tempi di intermediazione”. Inoltre, ha aggiunto, “avere centrali di committenza molto grandi ha eliminato tutta una serie di problemi che ci sono sempre stati sulle gare, riducendo in maniera enorme il contenzioso”. Ora, “L’Italia chiede un impegno del governo affinche’, laddove siano stati raggiunti gli obiettivi, le risorse che arrivano dall’Europa continuino a essere destinate al completamento delle opere che, per motivi di forza maggiore, non si sono potute concludere”.
Al post Pnrr guarda con fiducia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra. “Non vedo una sorta di apocalisse perche’ abbiamo ancora risorse da spendere, soprattutto al Sud: quelle della coesione e quelle del bilancio dello Stato”. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, intervenendo all’evento “Agenda Sud 2030”, promosso dalla Fondazione Merita in partnership con Cassa Depositi e Prestiti e Intesa Sanpaolo, in corso alle Gallerie d’Italia di Napoli, dedicato al tema “Il Mezzogiorno dopo il Pnrr”. “Nei prossimi tre anni sono gia’ programmati 10 miliardi per Transizione 5.0, nella doppia funzione della digitalizzazione e della transizione energetica”, ha aggiunto Sbarra. “Per la prima volta questo Governo supera la logica dello stanziamento anno su anno e programma nel prossimo triennio quattro miliardi di risorse sulla Zes unica”, ha proseguito. “Nel 2024-2025 – ha detto Sbarra- abbiamo registrato nel Mezzogiorno, tra autorizzazioni uniche rilasciate dallo sportello di missione e domande istruite dall’Agenzia delle Entrate, 20 miliardi di investimenti privati sulla Zes unica, a fronte di 6 miliardi di investimenti pubblici. Questo ha determinato un impatto economico complessivo sia sugli investimenti sia sull’occupazione”.
In video collegamento è intervenuto il vicepresidente della Commissione Ue, Raffaele Fitto.”Il Pnrr ha dimostrato che, con obiettivi chiari e risorse europee ben utilizzate, tutti i territori possono crescere. Ora la sfida è dare continuità a questo percorso. Le politiche di coesione e il prossimo bilancio europeo saranno decisivi”, ha detto. “Competitività e coesione devono andare insieme: è così che rafforziamo il Mezzogiorno, l’Italia e l’Europa”, ha sottolineato Fitto ricordando come la Zes unica per il Meridione sia stata “scelta importante e lungimirante”.