AGENDA SUD 2030/2
La crisi energetica più pesante nel Mezzogiorno per redditi medi e diversificazione industriale bassi. Fico: qui produzione alla svolta, manca un piano nazionale. Pichetto: riapertura Hormuz una boccata d’ossigeno
Nelle ore in cui Teheran decideva, finalmente, di riaprire almeno parzialmente e temporaneamente lo stretto di Hormuz per la tregua in Libano, Europa e Italia rimangono immerse in un contesto energetico a dir poco delicato. Tanto da aver spinto in questi giorni, non senza scatenare divisoni, l’ad di Eni Claudio Descalzi ad azzardare un ritorno al gas russo. Secondo un nuovo paper della fondazione Merita presentato ieri a Napoli ed elaborato da Giuseppe Coco e Raffaele Lagravinese dell’Università di Bari “Aldo Moro”, la fragilità europea di fronte ai recenti, ennesimi, shock energetici si ripercuote particolarmente sull’Italia perché la dipendenza del nostro paese dal gas naturale ed il contributo dell’energia all’inflazione è “significativamente maggiore rispetto al resto della zona euro”. Ancor di più, questa labilità appartiene al Mezzogiorno. Per caratteristiche strutturali, infatti, le regioni meridionali sono caratterizzate da redditi medi più bassi e quindi una maggiore incidenza della spesa energetica sul bilancio familiare, e da una minore diversificazione industriale.
Spiegano Coco e Lagravinese: il Sud Italia ospita diversi poli industriali energivori (raffinazione, petrolchimico, siderurgia) e l’aumento dei costi energetici riduce la competitività di questi settori. Inoltre, esiste un problema di fragilità finanziarie ed economiche differenziali delle imprese meridionali anche in settori non energivori a causa della struttura dimensionale e più in generale della minore redditività e resilienza. Le micro-imprese sono così più esposte alla volatilità prezzuale perché dimostrano meno capacità di contrattazione dei prezzi dell’energia.
Come uscirne? Nel breve periodo, spiega il paper di Merita, l’obiettivo principale è ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e contenere l’impatto dello shock. Spingere sulle rinnovabili è la priorità e anche la strada migliore visti i progressi sul permitting raggiunti in epoca Pnrr.
Conclusioni in linea con quanto emerso, sempre ieri, dalla ricerca di Temperature Check 2026 condotta nei sette Paesi più industrializzati europei (Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Canada, Giappone) dalla società di normazione e certificazione Bsi. Secondo la quale, in ottica aziendale i rischi economici della mancata transizione sono superiori a quelli della transizione stessa. In Italia, l’81% dei leader d’impresa ha espresso preoccupazione per i costi futuri e per la capacità di tenuta del proprio business qualora non si preparasse al cambiamento climatico, mentre il 77% ha affermato che i costi della transizione sono più che compensati dai benefici a lungo termine. Il 71% concorda che il cambiamento climatico potrebbe interrompere la propria supply chain (la percentuale più bassa a livello globale), mentre tre su quattro (74%) hanno dichiarato che i propri sforzi per il net zero sono importanti per la resilienza futura. Nonostante ciò, solo la metà (51%) ha effettuato una pianificazione di adattamento ai cambiamenti climatici e la stessa percentuale (51%) ha investito nell’approvvigionamento di energia rinnovabile (dato più basso a livello globale).

Tornando al paper Merita, viene chiesto al governo di “rafforzare gli strumenti di tutela delle famiglie più vulnerabili attraverso il potenziamento del bonus sociale energetico e misure mirate di sostegno alle piccole e medie imprese più esposte ai costi energetici”. Ma anche di puntare forte su comunità energetiche e sistemi di accumulo.
Nel medio-lungo periodo, invece, occorre una strategia che guardi a costruire “un sistema energetico più resiliente e sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico”. Che significa non tradire gli obiettivi green del Pniec, potenziare le infrastrutture elettriche e del gas anche in termini multi-molecolari e rafforzare la rete di distribuzione e stoccaggio. Altre leve potranno essere quelle del nuovo nucleare (sponsorizzato ieri anche da Fatih Birol dell’Aie) e un nuovo sistema di prezzi delle quote emissive. Più nello specifico sul Mezzogiorno, invece, secondo i due accademici il sud va considerato hub strategico per la sicurezza italiana ed europea. Perché “una strategia mirata potrebbe favorire la realizzazione di nuovi investimenti integrati in rinnovabili, idrogeno verde e interconnessioni energetiche nel Mediterraneo”.
Dopo aver già tranquillizzato al mattino, all’evento Arpa Piemonte, che non c’è “alcun rischio immediato o nel prossimo” futuro di “razionamenti energetici”, il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato al convegno Merita che la riapertura dello stretto di Hormuz “è una boccata d’ossigeno” per i prezzi.
Secondo il ministro, “il Mezzogiorno ha assunto una centralità rilevantissima come primo luogo di trasferimento per molecole fossili del gas e diventato grande luogo di produzione eolica e solare. E con gli investimenti Pnrr è iniziato il percorso dell’idrogeno, che in attesa di competitività economica sarà sicuramente una nuova frontiera”.
Roberto Fico, neo presidente della Campania, ha elogiato il modello del sud sulle rinnovabili. “Io sono ottimista per il futuro, da amministratore pubblico non potrei non esserlo e credo che il Mezzogiorno abbia senza dubbio opportunità enormi”, ha detto al convegno di Merita. “Oggi si è parlato molto di energia e l’energia è uno dei punti chiave e di possibile svolta del Mezzogiorno”. Cosa fare adesso? “Prima di tutto dobbiamo elaborare, scrivere, organizzare – ha detto – piani energetici regionali, che dovrebbero accompagnare i piani energetici nazionali che però di fatto, secondo me, in questa fase non ci sono. C’è in qualche modo un arretramento rispetto alla lotta al cambiamento climatico ma noi dobbiamo costruire una regione partendo dall’efficientamento energetico, fare investimenti pubblici nelle energie rinnovabili e di conseguenza accompagnare gli investimenti privati e le energie rinnovabili”. Una notizia in conclusione è arrivata da Pier Lorenzo Dell’Orco, ad Italgas Reti e presidente Proxigas, sul prossimo avvio della prima rete resiliente al sisma, dunque a sicurezza intrinseca. Sarà a Bagnara Calabra, un ulteriore segnale che il Sud Italia continua a essere protagonista del presente e del futuro energetico.