DIARIO POLITICO
Meloni-Merz: l’asse della necessità che mette in crisi i sovranisti “traditi” da Trump
Anche i più ottimisti oggi devono prendere atto che l’era dell’alleanza automatica tra Stati Uniti ed Europa è finita. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non ha solo incrinato l’asse atlantico: lo ha reso inaffidabile. E a pagare il prezzo più alto non sono solo i governi europei tradizionali, ma anche i sovranisti che su Trump avevano costruito una relazione politica e simbolica. Oggi si scoprono traditi. (…)
Le parole del presidente americano sul contributo degli alleati in Afghanistan hanno segnato una frattura difficile da ricomporre. Un attacco diretto che ha imposto anche ai suoi sostenitori più fedeli a smarcarsi. Nigel Farage, in evidente difficoltà, è stato costretto a rincorrere il premier britannico Keir Starmer per difendere l’onore dei soldati caduti. Jordan Bardella, leader emergente del Rassemblement national in corsa per l’Eliaeo, ha preso le distanze da Trump sulla Groenlandia per non lasciare il terreno al presidente francese. Alice Weidel, alla guida dell’AfD tedesca, ha fatto altrettanto, mentre Viktor Orbán – solitamente solerte nel rilanciare le posizioni dell’amministrazione americana contro Bruxelles – ha scelto il silenzio. È il segno di un corto circuito politico: Trump non è più un riferimento affidabile nemmeno per chi ne aveva fatto un totem identitario.
In questo scenario si colloca il galleggiamento di Giorgia Meloni, a lungo interpretato come tentativo di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico. Ma più che una mediazione, oggi appare una transizione.
A frenare Trump, finora, non sono stati i governi europei ma Wall Street, come dimostra il crollo dei mercati dopo la minaccia di nuovi dazi contro i Paesi che avevano inviato contingenti militari in Groenlandia. Subito dopo infatti è arrivata l’uscita sugli alleati in Afghanistan, che ha imposto anche alla premier italiana un cambio di tono, appena poche ore dopo aver evocato perfino il Nobel per Trump durante la conferenza stampa sull’intesa intergovernativa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Proprio Merz è oggi il perno del nuovo asse europeo di Meloni. Un asse che non nasce da affinità ideologiche, ma da una necessità concreta: difendere e rafforzare le due principali manifatture d’Europa, soprattutto sul fronte delle esportazioni, in un contesto di relazioni sempre più deteriorate con gli Stati Uniti.
Il via libera italiano al Mercosur va letto in questa chiave. Non a caso Merz ha sottolineato il ruolo decisivo di Roma nel raggiungimento della maggioranza qualificata.Una scelta che sul piano europeo rafforza Meloni, ma che sul fronte interno apre una frattura evidente con la Lega di Matteo Salvini. Il voto leghista a Strasburgo contro l’entrata in vigore del Mercosur certifica una distanza politica ormai strutturale. Mentre l’asse Meloni-Merz prende forma, i sovranisti europei restano senza punto di riferimento. Trump li ha spiazzati, l’Atlantico non è più un rifugio e l’Europa, per chi governa, torna a essere una necessità più che una bandiera da abbattere.