CITTA' E DEMOGRAFIA DI IMPRESA

La desertificazione accelera, in 13 anni scomparsi 156mila negozi. La denuncia di Confcommercio: così le città muoiono, patto con i sindaci per ripartire

Le economie di prossimità sono un pilastro delle città contemporanee, un bene comune da proteggere e rafforzare con un’agenda di priorità nelle politiche urbane e un patto tra le istituzioni. L’emorragia di punti vendita ha i contorni di un’emergenza sono solo economica ma sociale. Per questo, Confcommercio rilancia il progetto’Cities’ e chiama all’azione “qui e ora”

13 Mar 2026 di Maria Cristina Carlini

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La desertificazione accelera, in 13 anni scomparsi 156mila negozi. La denuncia di Confcommercio: così le città muoiono, patto con i sindaci per ripartire

Una vetrina che si spegne, una saracinesca che si abbassa, non è soltanto un negozio che chiude. Ma molto di più: è una ferita che si apre nel cuore delle città, una lacerazione nella trama del tessuto urbano. Perchè questo non rappresenta soltanto un impoverimento economico ma anche e soprattutto sociale con la prospettiva e il rischio che da qui al 2035 avremo città meno illuminate, più quartieri-dormitorio, una popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e anche un maggior degrado. Per questo, diventano sempre più preoccupanti i numeri che mostrano come la desertificazione della città acceleri e avanzi. E, intanto, altrettanto chiara è la consapevolezza che non ci sono mani invisibili se non addirittura miracoli che, da soli, possano invertire questa tendenza. Tutt’altro, serve e non può aspettare una terapia d’urto attraverso una collaborazione istituzionale tra tutti i soggetti interessati, partendo dal presupposto che una riprogettazione delle città deve avere il commercio al centro. E’ un messaggio chiaro, che unisce alla denuncia il richiamo, urgente, all’azione, quello che arriva da Confcommercio nel rapporto “Città e demografia d’impresa”.

Un messaggio non certo nuovo, visto che la lotta alla desertificazione è un cavallo di battaglia per Confcommercio, ma sicuramente assume, col passare del tempo, toni più gravi sotto il peso dei numeri, come quelli illustrati ieri il direttore del Centro Studi Mariano Bella. Tra il 2012 e il 2025, in Italia sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. Crescono solo le imprese del comparto alloggio e ristorazione (+19mila) e aumenta il numero di locali commerciali sfitti. “Il fenomeno della desertificazione commerciale, dunque, accelera a un tasso medio annuo del 3,1% nel 2025 contro il 2,2% osservato nelle precedenti analisi”, ha rilevato.  Sono i comuni del Nord che evidenziano le maggiori perdite di negozi al dettaglio (tra i primi 10, Belluno, Vercelli, Trieste, Alessandria, Savona, Gorizia con perdite di oltre il 33%), mentre al Sud si registra una maggiore tenuta. L’analisi riguarda 122 città italiane (107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo più popolosi) e “fotografa” l’andamento di 18 categorie di attività economiche, distinguendo tra centri storici e resto del territorio urbano.  Il cambiamento dei modelli di consumo continua a incidere profondamente sulla struttura commerciale delle città. Sicuramente, c’è stato l’impulso al e-commercio nelc periodo della pandemia. Un fenomeno che tiene: nel 2025 le vendite online rappresentano l’11,3% dei consumi totali di beni acquistabili online e il 18,4% dei servizi, contribuendo a ridurre il numero di negozi fisici e modificando l’organizzazione dell’offerta commerciale. Ma soprattutto, a fronte di una
variazione dell’indice di vendite al dettaglio totale, tra il 2015 e il 2025, pari a +14,4%, le piccole superfici sono completamente ferme (0,0%) mentre l’online risulta quasi triplicato (+187%). Nel 2019 il valore delle vendite online era pari a 31,4 miliardi, nel 2025 è arrivato a 62,3 miliardi. Questo processo, insieme alle trasformazioni socio-economiche e demografiche, tende a innescare un circolo vizioso: la riduzione del numero di negozi riduce l’attrattività commerciale delle aree urbane e alimenta ulteriormente la contrazione dell’offerta.

Altro aspetto che emerge dallo studio è che nel commercio e nei pubblici esercizi prosegue il contributo delle imprese a
titolarità straniera (+134mila, contro un calo di 290mila per quelle italiane nel periodo 2012-2025), che svolgono anche una importante funzione di integrazione economica e occupazionale (+194mila occupati). Allo stesso tempo, però, cresce la dimensione media delle imprese italiane, che passa da 2,4 addetti
per impresa nel 2012 a 3 addetti nel 2025, mentre quelle guidate da imprenditori stranieri restano generalmente più piccole e diffuse (da 1,9 addetti a 1,7 addetti), rappresentando una forma di ‘supplenza’ – seppur disordinata – nei contesti urbani più fragili. Rispetto alla forma societaria, crescono le società di capitale (dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) e diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), evidenziando un processo di progressiva strutturazione delle imprese del terziario, con una maggiore organizzazione imprenditoriale e una crescente ricerca di efficienza e produttività. Intanto, nelle città – sia a livello nazionale che nei 122 comuni oggetto dell’analisi – continua a cambiare la composizione delle attività economiche. Crescono le attività legate al turismo, in particolare alloggi per affitti brevi; si espandono ristorazione con e senza somministrazione; diminuiscono invece le attività commerciali tradizionali (negozi e commercio ambulante). In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione. Il risultato è una trasformazione dell’offerta economica dei centri urbani, con
effetti ancora incerti sull’equilibrio tra turismo, residenti e servizi di prossimità. A livello territoriale, nei 122 comuni oggetto dell’analisi, nel Sud si registra uno
sviluppo di attività meno ordinato nell’ambito di una maggiore vitalità: il dato più significativo è, in particolare, quello dei B&;B che risultano quasi
quadruplicati nei centri storici dal 2012 ad oggi. Il dato più evidente è il calo diffuso delle attività commerciali tradizionali, in
particolare nei settori legati ai beni non alimentari, come edicole (-51,9%), abbigliamento e calzature (-36,9%), mobili e ferramenta (-35,9%), libri e
giocattoli (-32,6%).

Se questi sono i numeri, il problema, come ha sintetizzato Paolo Testa, responsabile delle Politiche di Rigenerazione urbana di Confcommercio , è “cosa possiamo fare qui e ora”, “quali sono gli interventi che già da oggi ci fanno avere città diverse”. “Non è solo un problema di dove andiamo a fare la spesa ma è un tema sociale: di convivenza, di capacità di stare insieme”. Il punto sta nel vincere quella “resistenza a fare un salto culturale”. Già tre anni fa Confcommercio ha lanciato un progetto ‘Cities’ che punta a dare risposte concrete per contrastare il fenomeno della desertificazione, visto nelle sue molteplici implicazioni in termini di vivibilità urbana, sicurezza e coesione delle comunità locali. “La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica”, ha detto il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli.

Il fulcro di Cities sta in un protocollo firma con l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani. Da qui nasce anche la richiesta rivolta ai sindaci e agli assessori di aprire un confronto costruttivo su alcune priorità operative. Il primo passo è riconoscere le imprese di prossimità non solo come attività economiche, ma come veri e propri attori del governo urbano. In questa prospettiva, Confcommercio propone di includere formalmente le imprese e le associazioni territoriali tra i soggetti che possono partecipare ai Regolamenti per l’amministrazione condivisa e ai Patti di cittadinanza, strumenti sempre più utilizzati dai Comuni per migliorare la qualità della vita urbana, rafforzare la sicurezza e prendersi cura delle comunità locali.

Un secondo fronte riguarda il coordinamento delle politiche pubbliche. L’idea è integrare in modo più efficace sviluppo economico e pianificazione urbanistica, evitando che commercio e città procedano su binari separati. Per questo si propone di attribuire le relative deleghe a un’unica figura politica o a una cabina di regia interassessorile, in modo da collegare gli strumenti urbanistici con la programmazione commerciale. In questa cornice potrebbe nascere una vera e propria “mappa delle polarità di prossimità”, accompagnata da un documento programmatico pluriennale capace di dare continuità e coerenza agli interventi nel tempo. Un altro nodo centrale è quello delle informazioni. Per orientare meglio le scelte pubbliche, Confcommercio suggerisce di istituire un Osservatorio permanente sul tessuto economico urbano. L’obiettivo è integrare le tradizionali fonti amministrative con nuovi strumenti di analisi, come i dati sui flussi pedonali nelle vie del commercio raccolti attraverso Cities Analytics, così da indirizzare gli investimenti dove servono davvero e poter valutare nel tempo i risultati delle politiche adottate. C’è poi il tema dell’equilibrio dell’offerta commerciale nelle aree più delicate delle città, a partire dai centri storici. Secondo Confcommercio, i Comuni dispongono già di strumenti normativi utili — come il decreto SCIA 2 e la legge sulla concorrenza del 2022 — che consentono, in presenza di specifiche condizioni, di limitare o subordinare ad autorizzazione l’insediamento di attività considerate incongrue rispetto al contesto urbano. L’obiettivo non è restringere il mercato, ma tutelare la diversità commerciale e la vivibilità dei quartieri nell’interesse dei residenti. Infine, un capitolo fondamentale riguarda la gestione dei locali sfitti, uno dei segnali più evidenti della desertificazione commerciale. Anche in questo caso la proposta è puntare su forme strutturate di governance locale, che coinvolgano attivamente le associazioni territoriali di Confcommercio e strumenti come i Distretti del commercio. Attraverso queste reti si possono avviare interventi concreti: censire gli spazi vuoti, promuovere iniziative temporanee come i temporary store, abbellire e digitalizzare le vetrine inutilizzate, e favorire accordi tra proprietari e imprenditori per riattivare il mercato delle locazioni.

L’intesa con Anci è un primo passaggio, spiega Confcommercio, e il programma futuro di Cities prevede diverse linee d’azione. Innanzitutto, grazie alle Associazioni territoriali di Confcommercio, l’obiettivo è quello di lavorare alla costruzione di una rete tra le città che stanno sperimentando soluzioni innovative: sono diversi i casi di percorsi di contrasto alla desertificazione che, nonostante il quadro di generale peggioramento, mostrano che invertire la rotta è possibile con un approccio integrato e di lungo periodo. L’idea è creare strumenti, interventi sul campo e momenti di confronto strutturati, in modo che le buone pratiche diventino patrimonio condiviso e replicabile. C’è poi il dialogo con le Regioni, che hanno competenza primaria sulla normativa commerciale. Alcune hanno consolidato negli anni e stanno aggiornando i quadri normativi sui Distretti del Commercio e, sottolinea la confederazione, “vogliamo portare alla discussione di questo livello di governo le evidenze che emergono dalle nostre analisi e dal lavoro sul campo, perché i nuovi dispositivi regionali incorporino le lezioni dei casi più avanzati. Resta sempre fondamentale il lavoro costante di relazione e confronto con le Istituzioni e di proposta legislativa a Governo e Parlamento per la costruzione delle condizioni abilitanti che possono consentire alle nostre città di essere vive e vitali come tutti le vogliamo”.

 

 

 

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