LA PRESENTAZIONE AL SENATO

La Carta di Parma lancia le nuove sfide dell’architettura. Occhiuto (Fi): “Sulla rigenerazione urbana puntiamo a un testo condiviso entro la fine della legislatura”

20 Mag 2026 di Maria Cristina Carlini

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Qualcosa torna a muoversi (o potrebbe) sul fronte parlamentare per l’architettura e la rigenerazione urbana. Ad aprire uno squarcio nella cappa calata da tempo sui provvedimenti in materia, è stato ieri il senatore di Forza Italia, Mario Occhiuto, che ha riacceso la speranza che non tutto potrebbe essere perduto in questa legislatura. L’occasione è stata la presentazione  della Carta di Parma, il manifesto collettivo sull’architettura italiana contemporanea, sottoscritto da oltre cento docenti e ricercatori dopo un lungo percorso coordinato dall’Università di Parma. “L’architettura ha un ruolo fondamentale nella trasformazione delle città e nella qualità della vita delle persone. L’esperienza da sindaco mi ha insegnato quanto le scelte urbanistiche e architettoniche incidano concretamente sul benessere delle comunità e quanto sia necessaria oggi una maggiore responsabilità politica e culturale sui temi della rigenerazione urbana, della sostenibilità e della qualità dello spazio pubblico”, ha detto Occhiuto, aprendo i lavori del convegno, di cui è stato il promotore, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. “Per questo – ha spiegato indicando i contenuti del disegno di legge da lui presentato, l’S863 – ritengo sia una necessità promuovere i concorsi di architettura e sostenere una visione della città capace di coniugare salute, benessere psicofisico, relazioni umane e qualità dell’abitare. In Senato abbiamo presentato una proposta di legge sulla rigenerazione urbana, oggi all’esame delle Commissioni parlamentari, con l’obiettivo di arrivare entro la legislatura a un testo condiviso ed efficace. L’architettura non è solo un fatto estetico: è uno strumento che può migliorare la vita delle persone, rafforzare il senso di comunità e costruire città più inclusive, sostenibili e contemporanee”.

Le parole di senatore forzista, che ha portato anche i messaggi del vicepremier Antonio Tajani e della ministra dell’Università e Ricerca Anna Maria Bernini, hanno offerto così una prima sponda concreta a un lavoro, quello del manifesto collettivo, che vuole portare l’architettura italiana ben oltre i confini dell’accademia e che reclama anche un quadro normativo che metta l’Italia al passo con Paesi come la Francia e, ora, anche la Spagna. . Lo ha spiegato nel suo intervento Dario Costi dell’Università di Parma. “Di fronte alle dinamiche sempre più preoccupanti che vediamo svilupparsi nelle città e nei territori c’è ancora una linea di resistenza culturale nell’architettura italiana? C’è ancora il progetto vero? C’è un’azione viva, critica e impegnata, nelle scuole di architettura? C’è ancora un sistema di valori condivisi che si distinguono dai fenomeni in atto? Questa carta collettiva, firmata da tutti coloro che dalle scuole di architettura italiana hanno partecipato al processo, è una prima risposta”. Nulla di perentorio e definitivo ma l’intento è quello di avviare un percorso di coinvolgimento di tutti gli attori in campo attorno ai principi della Carta: Vita, Cura, Teoria, Storia, Città, Politica, Ambiente (vedi Diac Diario del 18 maggio). Sette parole chiave per rilanciare  il ruolo dell’architettura italiana nel dibattito contemporaneo per affrontare questioni centrali come la rigenerazione urbana, il cambiamento climatico e l’innovazione digitale. “Abbiamo raccolto idee e esperienze nelle scuole di architettura italiane. Abbiamo raccolto quello che la nostra storia ci offre come strumento per affrontare le sfide della contemporaneità. Ma ora viene il bello. Offriamo questo raccolto. Chiediamo a tutti coloro che possono portare un contributo di portalo insieme a noi”, ha detto Costi. “L’architettura italiana ha bisogno forse proprio di questo: di un grande raccolto collettivo a cui dovranno concorrere tutti. Ognuno di noi dovrà agire in maniera non isolata ma, all’opposto coordinata e dialogante: la politica, le strutture dello Stato, le professioni, le Pubbliche Amministrazioni, gli imprenditori, la cultura, l’editoria e, ovviamente, le Università”.

A illustrare la genesi, il percorso e gli obiettivi della Carta di Parma sono stati anche gli altri componenti del Comitato scientifico della Carta di Parma: Renato Capozzi dell’Università di Napoli, Luca Lanini dell’Università di Pisa, Pasquale Miano, presidente di ProArch – Società Scientifica Nazionale dei Docenti di Progettazione Architettonica, Marco Biraghi del Politecnico di Milano e Maria Clara Ghia della Sapienza Università di Roma. Il ‘battesimo’ del manifesto ha costituito l’occasione per un primo confronto tra i principali stakeholder sulle istanze poste dalla Carta, il cui fulcro ruota intorno all restituzione di una centralità della qualità del progetto, sulla responsabilità dell’architettura verso la città e il bene comune. In un’epoca di consumo di suolo zero e trasformazioni guidate dalla tecnologia, il progetto urbano è indicato come strumento indispensabile per sottrarre le scelte di trasformazione alla banalizzazione e alla standardizzazione e restituirle a un autentico confronto democratico. Di fronte al cambiamento climatico, l’architettura è chiamata a rinaturalizzare la città e a rilanciare lo spazio pubblico come fulcro dell’abitare collettivo. La Carta ha chiamato a raccolta rappresentanti delle professioni a cominciare dal presidente Alessandro Panci, presidente del
CNAPPC – Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori; delle istituzioni culturali Lorenza Baroncelli, direttrice del Dipartimento Architettura del MAXXI; Federica Morgia, membro della Commissione Cultura della Casa dell’Architettura di Roma; Beatrice Fumarola, coordinatrice nazionale In/Arch – Istituto Nazionale di Architettura; dei rappresentanti delle amministrazioni pubbliche Maria Piccareta, dirigente del Ministero della Cultura – Direzione Generale Creatività Contemporanea e Riccardo Capecchi, esperto della Struttura Tecnica di Missione del MIT; delle imprese con il vicepresidente dell’Ance, Stefano Betti; dei territori con il vicepresidente dell’Anci, Daniele Silvetti; della comunicazione con Michele Roda, direttore de Il Giornale dell’Architettura. Voci che hanno raccontato la complessità, denunciato le difficoltà ma proiettato visioni di prospettiva,  che hanno rilanciato l’impegno e la necessità di uno sforzo collettivo e corale per riportare l’attenzione sull’architettura in Italia, riaffermandone il valore culturale, civile e strategico nel progetto del futuro delle città e dei territori.

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