La nuova metro C di Roma
Infrastruttura e archeologia: la nuova narrazione della stazione del Colosseo. Tocci: “Opera mirabile che restituisce un’area ai cittadini”

NUOVE FERMATE METRO C PORTA METRONIA E COLOSSEO
L’incontro tra infrastruttura e archeologia è stato a lungo vissuto come un conflitto complesso e inevitabile a tal punto che nella realizzazione di un’opera si parla di rischio archeologico. Ma la nuova stazione Colosseo della Metro C rovescia radicalmente questo paradigma: non un compromesso difensivo, ma una compatibilità feconda e capace di trasformare l’opera pubblica in una narrazione viva della città e del suo passato. Qui l’archeologia non è più un ostacolo, un intralcio ma è una presenza che accompagna il movimento quotidiano, la mobilità dei cittadini che si riappropriano di parte essenziale della loro storia. A sintetizzare questa visione è Walter Tocci, già vicesindaco di Roma dal 1993 al 2001 nella giunta Rutelli, senatore del Pd e ora impegnato in prima linea con il progetto di riqualificazione del Centro Archeologico Monumentale di Roma (CArMe) su incarico del sindaco Roberto Gualtieri. Proprio ieri il Laboratorio CArMe, costituito da una trentina di professori e ricercatori di Sapienza e Roma Tre, ha organizzato una visita della nuova stazione che ha rappresentato l’occasione per illustrare le scelte estetiche ed espositive effettuate dai progettisti dell’allestimento, i docenti Andrea Grimaldi e Filippo Lambertucci. “La nuova stazione è un’opera mirabile nella quale vibra al massimo l’incontro tra antico e contemporaneo”, ha detto Tocci. La stazione Colosseo non è, dunque, soltanto un nodo infrastrutturale, ma “il più compiuto esempio di stazione archeologica: un luogo in cui la città torna a raccontarsi attraverso la stratigrafia millenaria”. E proprio laddove la collina Velia era stata sbancata durante il fascismo per aprire l’asse tra Piazza Venezia e il Colosseo — cancellando apparentemente ogni traccia del passato — il progetto ha saputo far emergere una stratificazione inattesa e potente.
“La nuova stazione archeologica – ha riferito Tocci – ha riscosso un grande successo di critica e di pubblico con un milione di visitatori in un mese e – ha sottolineato la maggioranza è di romani. Quello che sembrava un obiettivo impossibile è stato raggiunto ed era quello di riportare i romani all’area archeologica, consegnata ai turisti”. Un altro modo per creare una connessione tra centro e periferia. Tocci ha colto l’occasione per fare il punto sul progetto CArMe, che, come ha spiegato, prevede un piano strategico con una visione di lungo periodo su cosa diventerà quest’area nei prossimi dieci o vent’anni. La stazione, ad esempio, in connessione con quella di Piazza Venezia, è pensata come infrastruttura di condivisione e come leva per la progressiva pedonalizzazione del cuore archeologico della città. Ma al piano strategico si affianca un programma operativo fatto di interventi concreti: quello della Passeggiata Archeologica, concepita come un grande anello capace di ricucire paesaggio, rovine e città contemporanea, fino alle opere di riqualificazione diffuse, come la struttura ipogea del Colle Oppio, e dove l’anello più sensibile rimane il futuro della Torre dei Conti.
Dentro questa cornice, la stazione Colosseo assume un valore che va oltre l’architettura: diventa uno spazio pubblico sotterraneo, un dispositivo culturale, un luogo di attraversamento in cui il viaggio quotidiano si trasforma in esperienza di conoscenza. E’ il risultato di un lungo lavoro di ricerca condotto da Grimaldi e Lambertucci, docenti della Sapienza, che da anni indagano il rapporto tra infrastrutture e archeologia. Dopo l’esperienza della stazione di San Giovanni — nella quale il loro contributo si inserì a progetto già avviato — al Colosseo hanno potuto impostare sin dall’inizio la loro visione realizzando un allestimento scientifico, sotto la direzione del Parco archeologico del Colosseo, in cui l’archeologia non è un vincolo ma una risorsa narrativa. Dal punto di vista spaziale, la stazione si articola come un’esperienza immersiva. Un primo atrio, posto sotto il livello stradale, funge da spazio civico e di introduzione alla trasformazione dell’area archeologica. Qui si trova il primo ambito di allestimento, che con video installazioni 3d e diorami, racconta l’evoluzione dell’area tra gli Auditoria di Adriano e il Colosseo, consentendo di confrontare il passato e il presente di via dei Fori Imperiali attraverso il suo sviluppo diacronico dall’età Romana a oggi. Elementi architettonici provenienti dalle collezioni storiche del Parco e materiali di archivio orientano il visitatore nella lettura di un contesto urbano di grande pregio e complessità. Siamo di fronte a un vero e proprio antiquarium, nel senso più autentico del termine: le cose sono esposte dove sono state trovate.
Oltre i tornelli si apre un grande spazio basilicale, monumentale, dominato dalla grande ‘gabbia dorata’, con scale e scale mobili che segnano la discesa verso le banchine. La metropolitana non è più un semplice tubo sotterraneo, ma un’“architettura nell’architettura”. La scelta cromatica — dominata da toni scuri — è inusuale ma pienamente compatibile con i requisiti illuminotecnici: l’effetto complessivo è quello della penombra, interrotta da accensioni luminose che evidenziano i ritrovamenti archeologici. Vi trovano spazio i pozzi di età repubblicana costruiti tra il V e il II sec. a.C., quando consentivano agli abitanti della collina Velia di attingere acqua: non lontano dal loro luogo di rinvenimento sono ricollocate le lastre di rivestimento in tufo, e ne è riproposto il loro funzionamento come strutture di captazione, grazie alla presenza di tre imponenti teche cilindriche in vetro e un video che ne racconta la realizzazione e l’uso. Al piano intermedio, vetrine e “pozzi di luce” che discendono dal soffitto o emergono da terra ripropongono le architetture e la profondità dei pozzi, valorizzando la collocazione originaria di queste strutture, e i materiali rinvenuti al loro interno, in condizioni eccezionali di conservazione: una selezione degli oggetti recuperati illustra la seconda vita dei pozzi come depositi rituali, oggetto, tra il IV e il I sec. a.C., di diverse e complesse cerimonie legate alla sacralità delle acque, al culto delle divinità ctonie e alla ciclicità delle stagioni. Sullo stesso piano, al lato opposto, è stato ricollocato il balneum privato di una delle domus riemerse in piazza del Colosseo, databile tra il II sec. a.C. e l’incendio del 64 d.C., sotto l’imperatore Nerone: la vasca con gradini e il laconicum sono stati scavati, asportati e ricollocati in stazione, offerti al pubblico con i materiali rinvenuti e spiegazioni complete di ricostruzioni che ne chiariscono l’uso e l’aspetto originario. Un oculus, una ampia vetrata posta nel passaggio di collegamento tra la Linea B e la Linea C marca l’esatto punto di rinvenimento del contesto, riproponendo la stessa vista sul Colosseo che ha accompagnato gli archeologi e gli operai al lavoro per individuarlo, documentarlo e preservarlo.
Come hanno spiegato Grimaldi e Lambertucci, le suppellettili esposte seguono rigorosamente la sequenza stratigrafica dei ritrovamenti, rafforzando l’idea di un racconto continuo, in cui il viaggio quotidiano diventa esperienza di meraviglia e conoscenza. E da tutto questo c’è una lezione che si può trarre: se si teme che una metropolitana possa distruggere il patrimonio archeologico, è anche vero che questo patrimonio lo fa ritrovare. Un’operazione drammatica ma che entrra nel ciclo vitale della storia.