Il Blue Book

16 Apr 2026 di Francesca Mazzarella e Rosario Mazzola

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Il servizio idrico italiano si trova oggi in una fase di transizione cruciale, sospeso tra il rafforzamento della propria capacità industriale e la necessità di affrontare criticità strutturali che ne condizionano efficienza e sostenibilità. È questo il quadro che emerge dal Blue Book 2026, la monografia realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, a cui hanno contribuito in quest’ultima edizione Enea, il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, l’Istituto Superiore di Sanità, le sette Autorità di bacino dei distretti idrografici, la Scuola Superiore Sant’Anna, la Fondazione Cima e The European House – Ambrosetti. Il volume restituisce una fotografia aggiornata di un settore sempre più centrale nelle politiche di sviluppo del Paese, chiamato a confrontarsi con sfide ambientali, regolatorie e industriali di crescente complessità.

Al centro dell’analisi emerge con particolare evidenza il tema degli investimenti, che negli ultimi anni hanno rappresentato il principale fattore di discontinuità rispetto al passato. La spesa per investimenti dei soggetti industriali nel periodo 2021-2028 si attesta su una media di circa 90 euro annui per abitante, con un picco nel biennio 2025-2026 legato all’attuazione del PNRR. Si tratta di un’accelerazione significativa, che ha consentito non solo di incrementare il volume complessivo delle risorse destinate al settore, ma anche di migliorare la capacità di pianificazione, progettazione e realizzazione degli interventi.

Uno degli elementi più rilevanti riguarda proprio il rafforzamento della cosiddetta “messa a terra” degli investimenti. Storicamente, il settore idrico italiano ha sofferto non tanto per la carenza di risorse programmate, quanto per la difficoltà di trasformarle in opere effettivamente realizzate. In questo senso, il ciclo del PNRR ha rappresentato un banco di prova importante, contribuendo a sviluppare competenze operative, semplificare procedure e consolidare modelli organizzativi più efficienti. Il risultato è un sistema che appare oggi più maturo e meglio attrezzato per sostenere programmi di investimento di lungo periodo.

La fase successiva al PNRR sarà caratterizzata da una fisiologica riduzione dei livelli di spesa, stimata intorno al 10% rispetto agli anni di massima intensità. Tuttavia, il dato più significativo è che anche in questo scenario il livello degli investimenti resterà stabilmente superiore ai valori pre-PNRR, con un incremento di oltre il 20% rispetto al 2021. Questo andamento segnala un riposizionamento strutturale del settore, che sembra aver superato una fase di sotto-investimento cronico per avviarsi verso una traiettoria più stabile e coerente con i fabbisogni infrastrutturali.

A questo rafforzamento della capacità di investimento si accompagna però una crescente complessità sul piano finanziario. Il Blue Book evidenzia infatti uno scarto medio di circa 20 euro per abitante tra l’anticipazione degli investimenti e l’effettiva erogazione dei contributi pubblici. Questo disallineamento temporale, legato alle dinamiche di rendicontazione e trasferimento delle risorse, genera tensioni di cassa che richiedono una gestione finanziaria più evoluta da parte dei gestori. La capacità di sostenere finanziariamente il ciclo degli investimenti diventa quindi un fattore critico, soprattutto in una fase in cui i volumi di spesa restano elevati anche oltre la stagione straordinaria del PNRR.

In questo contesto, emerge con forza la necessità di diversificare le fonti di finanziamento. Accanto al contributo pubblico, che resta fondamentale soprattutto per gli interventi di maggiore dimensione e complessità, il settore è chiamato a sviluppare una maggiore autonomia finanziaria. Il ricorso a strumenti innovativi, come i partenariati pubblico-privati e le emissioni obbligazionarie, rappresenta una possibile direttrice di evoluzione, in grado di ampliare le risorse disponibili e di distribuire nel tempo il peso degli investimenti. Si tratta di un passaggio che implica anche un rafforzamento della credibilità finanziaria dei gestori e una maggiore capacità di dialogo con i mercati.

La dinamica degli investimenti, tuttavia, non è omogenea sul territorio. Permane un divario significativo tra le gestioni industriali e quelle cosiddette “in economia”, in cui gli enti locali continuano a gestire direttamente il servizio. Queste ultime, che interessano ancora oltre 1.300 comuni per circa 6,9 milioni di abitanti, mostrano livelli di investimento nettamente inferiori, pari a circa 22 euro annui per abitante nel 2024. Questo dato evidenzia come la dimensione gestionale e la struttura organizzativa incidano in modo determinante sulla capacità di programmare e realizzare interventi infrastrutturali.

Il processo di aggregazione e di consolidamento delle gestioni rappresenta quindi una leva fondamentale per sostenere gli investimenti. Oggi circa l’86% della popolazione vive in comuni in cui il servizio idrico integrato è affidato a un unico operatore, segno di un percorso di progressiva industrializzazione del settore. Tuttavia, il completamento di questo processo resta una condizione necessaria per garantire una maggiore uniformità nelle performance e per assicurare che le opportunità di investimento siano distribuite in modo più equilibrato sul territorio.

Il prossimo decennio si preannuncia decisivo sotto questo profilo. Una parte rilevante della popolazione sarà coinvolta in rinnovi o nuove procedure di affidamento del servizio, con implicazioni dirette sulla definizione dei piani di investimento e sulla capacità di rispondere alle nuove sfide normative europee. La durata delle concessioni, spesso superiore ai vent’anni, rende queste scelte particolarmente rilevanti, poiché influenzeranno la traiettoria del settore nel lungo periodo.

Accanto alla dimensione degli investimenti, resta centrale il tema della qualità del servizio. L’Italia si colloca su livelli elevati in termini di sicurezza dell’acqua potabile, con standard tra i più alti in Europa e un sistema di monitoraggio particolarmente sviluppato. Tuttavia, il nuovo quadro normativo europeo richiede un ulteriore salto di qualità, basato su un approccio sempre più integrato e preventivo lungo l’intero ciclo idrico.

Anche sul versante economico emerge un equilibrio complesso. Nel 2025 la spesa media per il servizio idrico integrato si attesta a 411 euro annui per una famiglia di tre componenti, con una tariffa che resta inferiore alla media europea. Questo elemento evidenzia una sostanziale sostenibilità per gli utenti, ma al tempo stesso pone il tema di come finanziare nel lungo periodo un livello di investimenti strutturalmente più elevato senza compromettere l’accessibilità del servizio.

In questo scenario, la gestione della risorsa idrica assume una valenza sempre più strategica. Gli investimenti non rappresentano soltanto una leva tecnica per il miglioramento delle infrastrutture, ma uno strumento centrale per sostenere la resilienza dei territori, accompagnare la transizione ambientale e rafforzare la competitività del sistema economico.

Il Blue Book 2026 restituisce dunque l’immagine di un settore che ha compiuto progressi significativi e che ha rafforzato in modo evidente la propria capacità di investimento. La sfida dei prossimi anni sarà quella di rendere strutturale questo percorso, consolidando i risultati raggiunti e affrontando al tempo stesso le criticità ancora presenti, in un equilibrio complesso tra sostenibilità economica, equità territoriale e qualità del servizio.

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