LA DELIBERA 45/2026/G
Fondo italiano clima, la Corte dei Conti avverte: poca attrazione dai progetti. Cosa non va su capacità, contesti e iter burocratici
IN SINTESI
Luci e ombre per il fondo italiano per il clima. Secondo la Corte dei Conti, lo strumento nato nel 2022 con una dotazione da 840 milioni annui fino al 2026 gestiti da Cassa depositi e prestiti è poco attrattivo nei progetti per i soggetti finanziatori. Un deficit legato, tra l’altro, anche alla “limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”. Ma non solo.
Procedure, capacità tecniche e rischiosità dei Paesi finali: tutti i problemi del Fic
Andando con ordine, la relazione curata dal consigliere Giampiero Pizziconi evidenzia come “l’istruttoria ha evidenziato alcune problematiche procedurali, dovute alla necessità di mediare tra esigenze climatiche e sostenibilità finanziaria, svolgendo un ruolo strategico ma oneroso, che richiede miglioramenti operativi, maggiore flessibilità e rafforzamento delle capacità locali per garantire l’efficacia degli interventi”. Non funziona, per esempio, il reperimento di “offerte progettuali capaci di attrarre risorse da parte di soggetti finanziatori, oltre ai contributi in forma di grant, soprattutto in Africa, per carenze tecniche locali”. Inoltre, i Paesi destinatari vengono definiti rischiosi unitamente alle relative difficoltà a generare ritorni economici da progetti di adattamento in grado di supportare il meccanismo rotativo del fondo in questione. Ci sono poi criticità legate ad adempimenti normativi e vincoli regolatori perché risultano difficilmente applicabili nei Paesi finali, 141 in totale.
Secondo la Corte, infatti, “è emerso che nei Paesi in via di sviluppo (soprattutto in Africa) vi è scarsa capacità tecnica locale di elaborare progetti bancabili nei settori climatico-ambientali”. Di qui, si legge nella delibera, se è vero che “a fronte di tale complessità nel generare un numero significativo di progetti capaci di attrarre risorse da parte di soggetti finanziatori, oltre ai contributi in forma di grant in contesti complessi come l’Africa, la Struttura di Missione Piano Mattei ha sostenuto l’attività di origination del Gestore, favorendo relazioni privilegiate con partner internazionali attivi nel Continente africano (Stati terzi, organizzazioni internazionali, banche multilaterali, ecc.), con risultati evidenti già nel 2025″ lo stesso ministero dell’ambiente ha ammesso “la difficoltà di reclutare progetti adeguati”.
Quanto alla rischiosità dei Paesi destinatari sopra citata, molti di loro “in particolare nel Continente africano, sono inseriti nei livelli di rischio 6 e 7 dell’Ocse”, ricorda la delibera. Che aggiunge un altro fattore: quello per cui il Fondo ha l’onere “di sviluppare anche interventi di “adattamento” (ad esempio, opere idrauliche per regimentare corsi d’acqua), che, sebbene siano strategici per prevenire accadimenti e relativi costi, difficilmente soddisfano criteri valutativi di rischio-impatto” o che “non risultano adeguati a perseguire, le finalità del sistema dei limiti di rischio relative al mantenimento di un’adeguata disponibilità di risorse del Fondo in un arco pluriennale, in un’ottica di portafoglio”.
Ad oggi, invece, al netto di una media temporale delle approvazioni di un anno, le procedure rimangono complesse anche per la grande numerosità dei progetti coinvolti. In più, spiega la Corte dei Conti, “rispetto alle fasi iniziali in cui si privilegiavano operazioni molto mature (con studi di fattibilità in stadi già molto avanzati), ora il Fondo sta finanziando iniziative più complesse, che richiedono tempi di sviluppo significativamente più lunghi”.
Rinforzare il fondo clima: più risorse, più assistenza, più dialogo istituzionale
Come rimediare? Secondo la magistratura contabile occorre “rafforzare ulteriormente il supporto ai Paesi beneficiari e ai progetti, attraverso la destinazione di maggiori risorse (oltre il 5% corrente) a contributi a fondo perduto per assistenza tecnica e capacity building locale, sia mediante l’ampliamento del budget destinato alla preparazione dei progetti”. Ma l’efficacia del fondo potrà aumentare anche attraverso il potenziamento delle attività di assistenza e delle capacità locali, per favorire progetti di qualità e più idonei a catalizzare finanziamenti internazionali.
Nello specifico caso del Piano Mattei, occorrerebbe un monitoraggio sull'”effettivo utilizzo delle risorse disponibili. (…) Infatti, seppure il vincolo del 70% della quota Mattei sia di natura strategica, ove si presentino ipotesi di ritardi nel finanziamento dei progetti africani o sottodimensionamenti rispetto alle risorse disponibili, può ipotizzarsi una revisione temporanea del Piano di attività o della convenzione CDP in caso di sottoutilizzo, garantendo maggiore flessibilità operativa della quota destinata all’extra-Africa”.
Si potrebbe poi collegare meglio il fondo clima con il Fondo Rotativo per la Cooperazione allo Sviluppo. Inoltre, conclude la Corte, va valutata l’opportunità di intensificare il dialogo istituzionale con le autorità locali e le istituzioni finanziarie internazionali, di semplificare le procedure interne e introdurre sistemi di monitoraggio dei tempi di decisione, anche tramite sistemi digitali. Governance e trasparenza, anche pubblicando periodicamente i dati sugli interventi finanziati e sull’operatività del fondo, ma anche una maggiore flessibilità nell’uso delle risorse e la più stretta integrazione con altri strumenti di cooperazione allo sviluppo, al fine di massimizzare l’impatto complessivo delle iniziative sostenute, sono ulteriori canali da intensificare.