Fondi ai progetti dei piccoli comuni troppo concentrati su pochi: ora monitoraggio per evitare che i progetti restino nei cassetti. Serve un tetto proporzionato alla capacità di spesa
La graduatoria pubblicata pochi giorni fa dal Ministero dell’interno, all’inizio del mese di agosto, relativa al bando scaduto il 15 gennaio relativo alle spese di progettazione per la messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, nonché messa in sicurezza di strade, merita di essere approfondita.
Non può passare inosservato un provvedimento che eroga 98 milioni, lo stanziamento 2026, a 136 enti per 367 progetti su 7.874 domande presentate.
La stortura sta nell’assenza di una relazione tra altri bandi che consentono ai Comuni sotto i 5.000 abitanti di avere finanziamenti per investimenti, per esempio fino a 1 milione, richieste superiori alla reale capacità di investimento nei piccoli Comuni, un fattore importantissimo altrimenti i progetti rimangono nei cassetti e il contributo “rischia di fallire il suo obbiettivo.”
La norma prevede un monitoraggio, lo si faccia, nella graduatoria in molti casi si dice che il progetto è esecutivo ma non si riporta il costo, m viene indicato il costo della progettazione. È evidente che qualcosa va corretto.
Nessuno mette in discussione la necessità di sostenere i Comuni a dotarsi di un parco progetti che possa favorire l’accesso ai bandi, ma si deve tener conto della reale possibilità che non finiscano nel limbo.
Ormai le modalità alla base di molti bandi sono un condensato tra accentuazione del centralismo ministeriale, tempi lunghi per ottenere le graduatorie, adempimenti eccessivi nelle strutture tecniche dei Comuni spesso prive di organico adeguato, un numero enorme di domande presentate, risultati inferiori alle attese.
Le norme vanno corrette, i Ministeri devono dialogare e trovare una soluzione saggia per una politica stabile che sappia finanziare le richieste e le reali capacità dei Comuni volte a realizzare l’opera. Questo sarebbe il modo per aiutare i Comuni.