L'ESEMPIO DI GENOVA

Economia circolare, il 47% di città e regioni Ocse ha un budget ad hoc. Ma in Italia gli investimenti privati per materiali sono al palo

15 Mag 2026 di Mauro Giansante

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Dopo il rapporto Ref, anche quello di Fondazione sviluppo sostenibile e Circular economy network certifica il doppio volto dell’Italia sull’economia circolare. Da un lato, leadership confermata a livello europeo sulla circolarità, il tasso di utilizzo circolare di materia, rapporto rifiuti riciclati/gestito e produttività delle risorse. Dall’altro, troppa e costosa dipendenza dalle importazioni di materiali, ma anche investimenti privati in forte calo per quanto riguarda le attività della circular economy. Tutto ciò, in un contesto Ue che vedrà i Paesi membri arrivare al Circular economy act con un eccesso di rifiuti generati, senza poter raggiungere quel 24% di circolarità al 2030.

Economia circolare: Italia leader a metà

Guardando i dettagli positivi, il tasso di utilizzo circolare di materia ha raggiunto il 21,6% nel 2024 – il più alto in Europa – contro una media Ue del 12,2%. Allo stesso modo, Il tasso di riciclaggio sul totale dei rifiuti gestiti (urbani e speciali) ci mostra che l’Italia, su 160 Mt ne ricicla l’85,6% (137 Mt), più del doppio della media Ue che è del 41,2% e distaccando nettamente Spagna (54,7%), Francia (52,3%) e la stessa Germania (44,4%). Anche la produttività delle risorse è alta: +32% dal 2019 e nel 2024 sono stati generati 4,7 euro di pil per ogni chilogrammo di risorse consumate, il valore più alto tra le grandi economie europee e nettamente sopra la media (3 €/kg). Infine, quanto al riciclo imballaggi il tasso 2024 è stato del 76,7% contro una media comunitaria del 67,5%.

Venendo alle note dolenti, invece, l’Italia resta il Paese più dipendente dalle importazioni di materiali tra le grandi economie dell’Ue. Il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero, contro una media UE del 22,4%, con la Spagna al 39,8%, la Germania al 39,5% e la Francia al 30,8%. Il costo di questa dipendenza – spiega il rapporto – sta diventando sempre più insostenibile. Nel 2025, la spesa per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del +23,3% rispetto al 2021, pur con volumi complessivi in calo. Il costo dei metalli – nichel, rame, acciaio – è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali. Una pressione economica destinata ad aumentare con il protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei prezzi e della volatilità dell’approvvigionamento di materie prime strategiche, oltre che di fonti fossili di energia. Fosforo, magnesio e acqua rimangono i punti deboli tanto dell’Italia quanto dell’Ue in termini di dipendenza dall’estero, leggi Cina ma non solo.

Ancora: gli investimenti privati in Italia nelle attività tipiche dell’economia circolare (riciclo, riuso, riparazione, noleggio, leasing) sono calati da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023 (dallo 0,7% allo 0,5% del pil ). E fronte Pnrr, su oltre 1.100 progetti finanziati su rifiuti e riciclo la spesa è ancora bassa: a ottobre 2025 era ferma al 17%. Sul piano industriale, il programma Transizione 5.0 ha mostrato, secondo il Rapporto, “forti limiti di coerenza e efficacia”, evidenziando la necessità di integrare stabilmente la circolarità nelle strategie industriali nazionali. Infine, si registra anche un forte calo dell’occupazione nelle attività connesse all’economia circolare, con 508.000 addetti (2% del totale, in linea con la media Ue), ma con una flessione del 7% rispetto al 2019.

A che punto sono le città in area Ocse e i Comuni italiani

Altri numeri e spunti interessanti arrivano, poi, dall’area Ocse. Da dove emergono cinque fattori chiave che spingono l’economia circolare nelle città e nelle regioni: vincoli ambientali, crescita economica e resilienza delle catene di approvvigionamento, opportunità di mercato e occupazionali, sviluppo tecnologico e R&S e quadri normativi e impegno sociale. Inoltre, quasi la metà delle città e regioni intervistate si sono dotate di un’apposita strategia per l’economia circolare. Il 75% delle città e regioni intervistate in area Ocse ha dichiarato di avere in atto iniziative per l’economia circolare, registrando così un progresso significativo rispetto al 2020, quando solo un terzo aveva adottato misure per l’economia circolare. Inoltre, il 47% delle città e regioni sentite ha stanziato un budget dedicato all’economia circolare.

Guardando alle città italiane, Genova è sicuramente un esempio da citare. Ad aprile scorso, l’amministrazione e Italia circolare hanno promosso la Rete italiana delle città circolari per riunire i comuni capoluoghi di provincia impegnati nella transizione verso modelli urbani circolari, sostenibili, resilienti e inclusivi. Genova è un modello grazie al progetto C-City – Genova Città Circolare, avviato nel 2021 nell’ambito dell’Action Plan Genova 2050 e riconosciuto tra le buone pratiche europee nel campo dell’economia circolare. Sempre lo scorso mese, il Comune ligure ha presentato a Palazzo Tursi il suo primo Bilancio di Sostenibilità, intitolato “Genova, il futuro in Comune”, un documento che segna l’avvio di un modello evoluto di rendicontazione e pianificazione strategica. Uno strumento che fotografa la città tramite 160 indicatori ambientali e di sostenibilità economica e territoriale.

Ma nella Rete italiana sono entrati i Comuni di Roma, Firenze, Torino, Napoli, Parma, Aosta, Pavia, Livorno, Imperia, Perugia, Lodi, Mantova, Verona, Lucca e Capannori. Quest’ultimo rappresenta l’unico Comune non capoluogo coinvolto e costituisce un progetto pilota della Circular Cities and Regions Initiative, promossa dalla Commissione Europea per supportare città e regioni nella transizione verso modelli circolari. Nei prossimi mesi sarà avviata la fase di definizione degli strumenti operativi e della governance, con l’obiettivo di consolidare un metodo di lavoro condiviso e partecipato. Il percorso prevede la costruzione di un modello di coordinamento tra le città aderenti, la realizzazione di una piattaforma digitale nazionale per la raccolta, condivisione, comunicazione e monitoraggio delle buone pratiche, e la redazione del Manifesto delle Città Circolari, documento identitario per orientare le politiche urbane. Parallelamente saranno attivati gruppi tematici sui principali ambiti della circolarità, sviluppate collaborazioni con imprese, università e centri di ricerca, e promosse iniziative di comunicazione e coinvolgimento dei cittadini.

Dieci azioni per accelerare sull’economia circolare

Il Circular economy network propone allora dieci azioni per accelerare la circolarizzazione dell’economia. Occorre, per esempio, creare un mercato unico delle materie prime seconde; rafforzare il recupero dei rifiuti elettronici e delle materie critiche; progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili; estendere la responsabilità dei produttori a tutte le filiere; introdurre incentivi fiscali per riparazione, riuso e ricondizionamento; usare gli appalti pubblici per sostenere i mercati circolari. E ancora: favorire alleanze industriali tra produzione e riciclo; rafforzare il ruolo di città e regioni nella transizione; mobilitare investimenti pubblici e privati per l’economia circolare; promuovere standard comuni e cooperazione internazionale per filiere circolari competitive e sostenibili.

Spiega Claudia Brunori, Enea: “Anche se il nostro Paese ha sviluppato una grande capacità di riciclo e produttività delle materie prime, è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre ‘miniere’ urbane e sull’uso efficiente delle risorse lungo la catena di valore, a partire dalle fasi di progettazione e produzione”. Edo Ronchi, Fondazione sviluppo sostenibile, è sulla stessa linea: “La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”. Vivere in un’economia circolare “diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto”.

I progetti

Tra i progetti in corso menzionati dal rapporto troviamo, ad esempio, quello di Bologna “Acqua in Circolo” che ha promosso il riuso delle acque piovane attraverso soluzioni pratiche installate in contesti urbani e percorsi educativi nelle scuole. Con Ecosister, invece, Enea ha potenziato un prototipo installato presso il depuratore di Cesena per il monitoraggio in tempo reale della qualità delle acque reflue destinate all’irrigazione, in conformità al Regolamento Ue 2020/741. Infine, a Ventotene, nell’ambito del programma Pnrr Isole Verdi, è stato sviluppato un piano per il recupero delle acque meteoriche tramite il ripristino di antiche cisterne romane, un caso pilota replicabile che coniuga adattamento climatico, rigenerazione urbana e valorizzazione del patrimonio storico.

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