DIARIO POLITICO

Meloni taglia le accise per allontanare l’ombra di Trump dalle urne

09 Mar 2026 di Barbara Fiammeri

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Un tempo Giorgia Meloni esibiva con orgoglio la sua special relationship con Donald Trump. Era quasi un distintivo politico: la prova di un filo diretto con Washington, di un rapporto privilegiato con l’uomo tornato alla Casa Bianca. Oggi, però, quei complimenti — da ultimo affidati ad alcune battute del Presidente USA con il Corriere della Sera in cui la definisce una “grande leader” che anche in questa crisi “cerca di aiutare”— rischiano di trasformarsi in un boomerang politico. Il tempismo, del resto, è pessimo. Mancano appena due settimane al verdetto del referendum sulla giustizia e il clima nel Paese è tutt’altro che sereno. (…)

Gli italiani fanno i conti con il rialzo del gas, con il prezzo della benzina che torna a salire e con una nuova inquietudine internazionale: il timore che l’azione militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran possa estendersi ulteriormente. Uno scenario che, secondo tutti i sondaggi, non entusiasma affatto l’opinione pubblica. Nemmeno quella che vota i partiti della maggioranza.

È in questo contesto che i complimenti di Trump diventano ingombranti. Più che una carezza diplomatica, sembrano una stretta sempre più soffocante. E così Meloni è costretta a correre ai ripari, provando almeno ad attenuare l’impatto economico della crisi. L’annuncio sulle accise mobili — già anticipato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti — va letto esattamente in questa chiave: ridurre la tassazione sui carburanti sfruttando il maggiore gettito Iva generato dall’aumento dei prezzi.

Ma è una toppa, non una soluzione. Una misura tampone, già utilizzata in passato (per esempio dal governo Draghi) ma di portata comunque limitata: può alleggerire momentaneamente il pieno degli italiani ma non certo dissolvere l’ombra lunga delle conseguenze della guerra.

Molto dipenderà dalla durata. E in questo senso le dichiarazioni di Trump non sono state rassicuranti. Ancora meno lo sono quelle del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che con i raid sul Libano conferma che lo scontro è destinato a prolungarsi.

Sul versante opposto, anche le parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian – che promette la riapertura della navigazione nello stretto di Stretto di Hormuz, ma con l’esclusione delle navi israeliane e statunitensi – sembrano più una minaccia mascherata che una garanzia. Meloni, dopo giorni di silenzio parlamentare inframezzato da video e interviste in cui mescola la guerra con gli attacchi alla magistratura, ha deciso di presentarsi alle Camere giovedì. Un passaggio inevitabile e tutt’altro che semplice. Anche perché, da qui ad allora, l’escalation potrebbe aver già compiuto un altro passo.

La premier ribadirà la linea già tracciata: il “no” dell’Italia alla guerra, il coordinamento con i partner europei nel formato a quattro con Gran Bretagna, Francia e Germania di cui il sostegno alla difesa di Cipro è il dato più evidente, e il richiamo all’accordo bilaterale del 1954 che consente agli Stati Uniti di utilizzare le basi italiane solo come supporto logistico.

Ma in politica, come sempre, non conta soltanto ciò che si dice. Conta soprattutto come si viene percepiti. E qui sta il problema. La maggioranza degli italiani ha oggi un giudizio fortemente negativo su Trump. Meloni lo sa bene. Per questo deve riuscire a costruire una distanza visibile tra sé e il presidente americano: una distanza politica, prima ancora che diplomatica. Almeno per le prossime due settimane. Perché in questa fase il rischio è il contagio. E il contagio potrebbe trasformarsi il 23 marzo in un conto salato nelle urne.

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