DIARIO POLITICO
Guerra e referendum, per Meloni il rischio della tempesta perfetta. Ma se vince il sì, stanno peggio Salvini e Schlein
Giorgia Meloni non si dimetterà in caso di sconfitta del sì al referendum. La premier lo ha ripetuto più volte e non c’è motivo di dubitarne. Ciò non toglie che la bocciatura della riforma della giustizia decisa dal governo e ratificata dal Parlamento, per la prima volta senza neppure una modifica rispetto al testo originario, sarebbe destinata a pesare sul cammino dell’esecutivo. Anche perché arriverebbe in un momento drammatico, in cui la crisi energetica provocata dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, dopo aver già fatto schizzare in alto i prezzi dei carburanti, sta contagiando rapidamente tutto il resto: trasporti, alimentari, industria. (…)
Uno scenario da incubo di cui al momento non si intravede la fine e con il governo già in affanno, alle prese con una crescita tornata allo zero virgola e la necessità di mantenere salda la stabilità dei conti pubblici (siamo ancora sotto procedura d’infrazione) come dimostra la difficoltà di ricorrere al sistema delle accise mobili che peraltro avrebbe un impatto assai limitato. In altre parole: i margini di manovra sono assai esegui. La prospettiva della stagflazione è stata già paventata.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono poi gli alleati. Matteo Salvini nei giorni scorsi ha preso una posizione ancora più esplicita contro la linea ufficiale del governo sulle sanzioni alla Russia. Non si è limitato questa volta a esprimere un’opinione: ha chiesto apertamente all’esecutivo di cambiare rotta e di allinearsi alla posizione di Donald Trump. Un messaggio tutt’altro che neutro, soprattutto alla vigilia del vertice europeo in cui Meloni, insieme agli altri partner dell’Unione, giovedì ribadirà il rifiuto di allentare la pressione su Mosca. A opporsi, come ormai da copione, sarà ancora una volta Victor Oban, il Primo ministro dell’Ungheria dove ad aprile si terranno le elezioni politiche.
Orban non è messo bene. Ha bisogno di recuperare terreno. Come il suo alleato Salvini. Il divorzio di Vannacci pesa nei sondaggi. Il segretario del Carroccio non può permettersi di scivolare ancora più giù nei consensi. E cerca di turare la falla riaprendo il dossier russo, terreno su cui spera di intercettare una parte dell’elettorato scontento. Ma così facendo introduce un ulteriore elemento di criticità nella navigazione dell’esecutivo.
Ecco allora che il voto referendario può rappresentare un vero e proprio spartiacque per Giorgia Meloni. La vittoria del sì non risolverebbe certo l’emergenza economica ma aiuterebbe la Premier a tradurre il risultato come l’ennesima prova di fiducia degli elettori e ad usarlo per rafforzare la narrazione di un consenso ancora solido attorno al suo governo e alla prospettiva -finora data quasi per scontata – di un secondo mandato a Palazzo Chigi.
Ci sarebbe anche un altro effetto: una assai probabile deflagrazione dell’opposizione, in particolare nel Partito Democratico, dove si aprirebbe la resa dei conti tra la segretaria Elly Schlein e la pattuglia del sì favorevole alla riforma della giustizia.
Al contrario, se a vincere fosse il “no”, a subirne le conseguenze (oltre al ministro della Giustizia Carlo Nordio) sarebbe anzitutto la Premier. La sconfitta al referendum non sarebbe infatti soltanto un inciampo ma rischierebbe di diventare il segnale che il capitale di consenso accumulato finora da Giorgia Meloni non è più sufficiente a garantire una navigazione tranquilla e l’ultimo anno di legislatura per la leader della destrasi presenterebbe con molte più tempeste all’orizzonte che porti sicuri.