PARLA IL SEGRETARIO GENERALE DELLA FILLEA CGIL

Di Franco: “Stabilizzare lavoro e settore dell’edilizia in una chiave industriale, il governo dia risposte chiare su programmazione e ruolo del settore pubblico”

28 Lug 2026 di Giorgio Santilli

Condividi:
Di Franco: “Stabilizzare lavoro e settore dell’edilizia in una chiave industriale, il governo dia risposte chiare su programmazione e ruolo del settore pubblico”

Antonio Di Franco, segretario generale Fillea Cgil

“La sfida che abbiamo davanti, dopo il PNRR e per i prossimi dieci anni, è una stabilizzazione in chiave industriale del settore delle costruzioni. Che deve diventare anche stabilizzazione del lavoro”. In un’ora e mezza di conversazione, nella sua stanza, Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, il più importante sindacato italiano del settore dell’edilizia, gira e rigira intorno al concetto della stabilizzazione del settore, prendendolo da una decina di punti di vista diversi e andando sempre a parare lì. Una stabilizzazione che contiene anche “trasformazione”, soprattutto come capacità di risposta alle grandi sfide delle transizioni demografica e ambientale. “Abbiamo bisogno – dice Di Franco – di un dibattito pubblico che alimenti le domande giuste e di risposte chiare che devono arrivare dal governo su alcuni snodi fondamentali, come la programmazione e il ruolo del settore pubblico. Dobbiamo capire cosa immagina la politica per i prossimi dieci anni del settore delle costruzioni che sempre più diventerà il settore dell’ambiente costruito”.

Molte le questioni che Di Franco intavola per provare a dare una prospettiva lunga allo sviluppo. Proviamo a schematizzarle in quattro filoni principali: la necessità di una politica industriale, il ruolo del settore pubblico, la programmazione infrastrutturale, il lavoro.

“Anzitutto– dice Di Franco – il governo dovrebbe dire se vuole riconoscere pubblicamente il ruolo strategico che il settore  dell’edilizia si è conquistato in questi anni nell’economia nazionale. È la premessa per stimolare un dibattito pubblico che aiuterebbe le imprese. Abbiamo continui segnali, invece, che il riconoscimento alle costruzioni come motore economico non si voglia dare: cito, come esempi, la progressiva riduzione delle detrazioni per il risparmio energetico a livelli scarsamente incentivanti che sta già facendo riesplodere il fenomeno dei lavori in nero (lo vedremo presto dai dati delle dichiarazioni dei redditi) e la sleale concorrenza di soggetti che operano in un mondo senza regole e danneggiano le imprese che investono. Si va in direzione opposta a un ragionamento chiaro”. Non è un buon inizio, ma Di Franco parla della necessità di una politica che reclama l’intero settore, di una chiarezza che superi ambiguità, incertezze, ombre.

La seconda questione, infatti, entra dritta nel merito delle dinamiche e dei conflitti in corso ed è ben più spigolosa. “Se la risposta alla prima domanda fosse positiva – dice Di Franco – e si volesse scegliere la strada della chiarezza per il settore, non si potrebbe più evitare una domanda che richiede ormai una risposta senza ambiguità: quale ruolo il governo vede e intende attribuire al settore pubblico nelle costruzioni? Stiamo arrivando alla nazionalizzazione di Pizzarotti, tramite Fs, con lo scopo di non bloccare o lasciare incomplete opere fondamentali, come possono essere la galleria Foster a Firenze e la galleria Santomarco sulla Salerno-Reggio. E poi? Si vuole continuare a ragionare, di volta in volta, con soluzioni di emergenza che creano caos e incertezza negli operatori privati pronti a investire in progetti industriali? Non sfugge a nessuno che, dopo gli ingressi del settore pubblico, tramite Cdp, in partecipazioni minoritarie di Webuild o maggioritarie di Aspi, qui siamo di fronte a un salto di qualità con l’acquisizione al 100% di un’impresa da parte del settore pubblico. È fondamentale un chiarimento, anche perché continuano a succedersi situazioni di cisi, come conferma il caso Rizzani de Eccher”.

Qui il ragionamento di Di Franco si fa articolato, complesso, non privo di sorprese. “Dobbiamo riconoscere a posteriori – dice – che l’operazione Progetto Italia e Webuild è stata positiva per il settore. Cosa sarebbe stato dell’esecuzione delle opere PNRR se non avessimo avuto Webuild? Tuttavia, quando quell’operazione partì, il mercato italiano era ristretto, residuale, mentre oggi il mercato ha una dimensione di gran lunga maggiore e vediamo veri progetti industriali a capitale interamente privato, come Eteria (costituito da Vianini Lavori, Itinera del gruppo Gavio, Icop e Sinelec, ndr), il rafforzamento della stessa Icop con l’acquisizione di Trevi, CMB. Di fronte a questo scenario, dopo tanto tempo dinamico, si impone chiarezza sul ruolo del settore pubblico e sul rapporto fra impresa pubblica e impresa privata che sarebbe per noi un grave danno se non si parlassero”.

Qui il ragionamento del leader della Fillea Cgil prende una curvatura originale. “Siamo in una fase in cui necessariamente il mercato si assottiglierà e questo richiede ruoli e regole sulla concorrenza estremamente chiari. Un settore pubblico che interviene ovunque, senza un disegno chiaro, crea caos, scoraggia disegni industriali privati, alimenta concorrenza sleale. Questo non significa che non ci sia spazio per un ruolo positivo, sano del settore pubblico, se coincide con una visione industriale del settore. Penso a campi come il settore idrico o alla manutenzione delle grandi infrastrutture, dove un soggetto pubblico potrebbe essere utile, a fronte di una missione chiara, limitata, mirata. Nulla a che fare con l’attuale in house dilagante”.

Il ragionamento ci porta dritto dritto alla quarta questione, perno e collante di tutto il ragionamento di Di Franco: una programmazione della domanda pubblica di investimenti certa e costante per i prossimi dieci anni, senza la quale non c’è stabilizzazione, non c’è trasformazione industriale, ma solo il rischio di tornare indietro, il rischio di un ridimensionamento drastico del settore e dell’occupazione, il rischio di un caos duraturo nel tempo. “Abbiamo bisogno di una programmazione almeno decennale con obiettivi definiti di pubblico interesse e risorse certe. Soprattutto abbiamo bisogno che questa programmazione venga comunicata in modo chiaro al mercato che su questa programmazione deve pianificare la sua attività”.

Quali sono i settori fondamentali di questa programmazione? Di Franco ne individua tre. “Vedo due priorità che richiedono una programmazione stabile e duratura: il monitoraggio e la manutenzione delle grandi infrastrutture e la messa in sicurezza del territorio. A queste aggiungo il settore idrico che pure considero prioritario”. Tutti segnali fondamentali anche rispetto alla missione che il settore delle costruzioni deve sempre più giocare nella transizione ambientale. Molto più prudente è Di Franco, invece, sulle nuove opere infrastrutturali. “Forse dobbiamo programmare qualche opera in meno e concentrarci sulle vere priorità infrastrutturali – dice Di Franco – riconoscendo però alle opere che decidiamo di fare un costante e automatico aggiornamento dei prezzari, soprattutto in materia di costo del lavoro, una maggiore qualità progettuale, il superamento di certe forme di offerta economicamente più vantaggiosa che mascherano il massimo ribasso, il vincolo dell’anticipazione del 30% al progetto senza la possibilità di dirottarla verso altri progetti o situazioni, la limitazione dei subappalti a cascata”. Di Franco accende anche un riflettore sul tema delle riserve. “Non credo affatto – dice – che il fenomeno sia diminuito e lo vedremo con i risultati a consuntivo delle opere PNRR”.

Un discorso a sé merita la stabilizzazione del lavoro che intreccia l’altra grande questione della “transizione demografica”.

“Oggi – ragiona Di Franco – abbiamo 289mila lavoratori edili migranti. Alla Fillea un terzo degli iscritti è straniero. C’è poi una quota di lavoratori in nero che possiamo stimare fra 40 e 50mila. Il nostro obiettivo deve essere stabilizzare questi lavoratori, facendo ricorso anche alla sanatoria di cui il governo Meloni non vuole sentir parlare, riproponendo invece il meccanismo dei decreti flussi che non dà nessuna risposta credibile e praticabile e andrebbe superato del tutto. Stabilizzare questi lavori stranieri è una priorità nel momento in cui sta arrivando una nuova ondata di pensionamenti. Al tempo stesso, il fatto che si parlino tante lingue diverse in cantiere e che questi lavoratori non parlino italiano crea un grande problema di sicurezza. Molti incidenti mortali e comunque gravi sono causati dalla non conoscenza della lingua. Quindi noi dobbiamo stabilizzare e formare questi lavoratori con pacchetti di 120 ore di formazione l’anno”.

Ma Di Franco vuole fare un ragionamento più strutturale sull’occupazione in edilizia, lanciare un sasso nello stagno. “Una volta le grandi imprese, private e pubbliche, avevano migliaia di operai stabilmente assunti, mentre oggi sono poche decine. Questo è dovuto al meccanismo dei consorzi che realizzano il singolo appalto e assumono i lavoratori per realizzare quell’appalto, licenziandoli quando il lavoro è finito e assumendoli con un nuovo consorzio quando un lavoro comincia. Questo fenomeno, che le politiche aziendali perseguono per ridurre i costi, crea disaffezione al settore, amplifica la carenza di personale, perché nessun giovane si avvicina con queste premesse, non fa sentire il lavoratore parte di un’azienda né di un ingranaggio industriale. Le imprese dovrebbero ragionare su questo aspetto. Abbiamo apprezzato un segnale in netta controtendenza nell’appalto di CMB per il tram di Bologna che proprio domani andiamo a inaugurare (oggi, ndr): sei mesi fa la cooperativa ha incorporato il consorzio che sta realizzando il tram, Panigale Scarl, assumendo tutti i lavoratori che, con la fine dei lavori, CMB destinerà a un altro appalto”.

Argomenti

Argomenti

Accedi