Dall’Italia all’Europa: il Codice 36/2023 come matrice della nuova stagione degli appalti UE

16 Mar 2026 di Francesco Decarolis

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La plenaria del Comitato europeo delle Regioni del 4 marzo ha approvato a larghissima maggioranza l’Opinion sulla revisione delle direttive appalti, di cui Roberto Gualtieri è relatore. È un testo che nasce dall’esperienza concreta delle amministrazioni locali e regionali che gestiscono quasi metà della spesa europea in procurement e che indica alla Commissione una via di riforma fondata su principi semplici, capacità amministrativa e attenzione all’esecuzione dei contratti. In controluce, si riconosce con chiarezza l’impronta del percorso italiano avviato in Italia con il Codice del 2023.

Il primo tratto comune è il principio del risultato. L’Italia ha rotto l’equilibrio sterile tra formalismo e paura del contenzioso chiedendo alle stazioni appaltanti di orientare la discrezionalità al buon esito del contratto ( tempi, qualità, valore per i cittadini) senza sacrificare trasparenza e parità di trattamento. L’Opinion propone di codificare proprio questo approccio anche a livello europeo: principi chiari che guidano, non un catalogo infinito di micro‑regole, e linee interpretative per assicurare applicazione uniforme. È la traduzione UE della nostra esperienza, che ha mostrato come la fiducia amministrativa, se ben incanalata, riduca errori rituali e renda più prevedibile e efficace l’azione delle amministrazioni. La recente giurisprudenza del Consiglio di Stato elimina ogni dubbio sul fatto che questo si traduca in maggiore autonomia delle stazioni appaltanti.

Questo è un metodo concreto per spingere la semplificazione al quale si affiancano anche una serie di proposte normative più di dettaglio come l’espansione dell’inversione procedimentale e la definizione migliore dei casi di esclusione e self cleaning.

Il secondo filo rosso riguarda la fase di esecuzione. Il Codice 2023 ha riportato al centro equilibrio contrattuale, revisione dei prezzi e gestione degli shock, evitando che la risoluzione diventi la scorciatoia di fronte a variazioni impreviste. Anche qui l’Opinion sceglie la via della concretezza: più flessibilità sulle modifiche in corso d’opera, riconoscimento del riequilibrio economico in casi straordinari, continuità dei servizi come obiettivo primario, il tutto entro confini proporzionati che preservino concorrenza e legalità. È un passaggio essenziale per un’Europa che vuole comprare bene senza farsi paralizzare dalle turbolenze del mercato. Dal punto di vista economico, il contrario non avrebbe senso: in questa fase di grande incertezza, se l’acquirente pubblico non avesse modo di assorbire questi shock, allora le imprese li dovrebbero ricaricare nelle loro offerte, aumentando a dismisura il costo degli appalti o, peggio, rischiando di affidarli a quei soggetti disposti a prendersi rischi macroeconomici non direttamente gestibili.

Il terzo elemento, forse il più visibile, è la tutela del lavoro lungo le filiere. È stata una delle scelte più innovative e dirompenti del Codice. A Roma poi, il “metodo Giubileo” ha unito clausole sociali, formazione obbligatoria, tracciabilità e limiti al subappalto a cascata, trasformando la qualità del lavoro in un fattore competitivo e di legalità. L’Opinion chiede di consolidare a livello UE questa impostazione, pur non riprendendo esattamente il sistema del Codice italiano che si basa su alcuni istituiti non presenti in tutti i Paesi europei. Responsabilità lungo la catena di subappalto, condizioni sociali chiare e applicate in modo coerente, protezione delle imprese che rispettano le regole. Non è un’aggiunta ornamentale, tutto al fine di prevenire dumping, contenzioso e bassa qualità. Anche qui la matrice italiana è evidente.

Attorno a questi tre assi si inseriscono scelte che hanno alta probabilità di ingresso nella proposta della Commissione. La professionalizzazione del buyer pubblico, con percorsi formativi modulari, centri di competenza e profili “smart buyer” per progetti innovativi, è una riforma a impatto rapido e costi contenuti, in continuità con la qualificazione delle stazioni appaltanti avviata in Italia. La digitalizzazione “dalla gara all’esecuzione” viene legata a standard dati comuni e interoperabilità, con una raccomandazione semplice e giusta: prima semplificare, poi digitalizzare, per evitare che i nuovi adempimenti informatici sostituiscano uno a uno quelli cartacei. Infine, una ricalibratura dell’uso dell’offerta economicamente più vantaggiosa: più chiarezza sui criteri non di prezzo e misurabilità degli esiti, senza introdurre obblighi generalizzati che peserebbero sulle gare piccole. Sono tutti terreni su cui l’esperienza italiana offre prassi già testate.

Resta un capitolo delicato, quello della preferenza “Made in Europe”. Questo tema non era parte della riforma del 2023 in Italia, ma è diventato oggi uno dei temi più caldi in Europa. L’Opinion la colloca in aree strategiche e con criteri oggettivi, chiarendo che le verifiche non devono scaricarsi sugli enti locali e che la coerenza con gli impegni internazionali è un vincolo non negoziabile. È un equilibrio che unisce resilienza e apertura, ed è costruito con lo stesso metodo prudente usato in Italia quando si sono dovute conciliare politiche industriali e regole di concorrenza.

In sintesi, dall’Italia verso l’Europa, la Opinion offre un trasferimento di buone policy credibile. Il Codice 2023 e il cantiere Giubileo hanno fornito a Bruxelles strumenti che funzionano nei cantieri e negli uffici gara, non solo nelle aule convegni. Se la Commissione sceglierà questa strada, la riforma del 2026 potrà produrre meno carta e più risultati: stazioni appaltanti più capaci, mercati più contendibili, contratti meglio eseguiti. È, in fondo, l’ambizione originaria della stagione italiana: semplificare senza semplificismi, responsabilizzare senza arbitri, misurare ciò che conta davvero. Ora quell’ambizione ha la possibilità di diventare europea.

 

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