CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA

Csc: scenario peggiorato, lo shock energetico già incide sull’economia. Reggono solo gli investimenti Pnrr

Rincari di energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani: Congiuntura Flash indica i primi impatti della guerra nella economia italiana ed evidenzia rischi di rincari fino a 21 mld per le imprese. Anche nell’Eurozona segnali di sfiducia, attesa stretta Bce. Studio Mes mostra come gli shock taglino il Pil. Investimenti, indicatori stabili. Imprese di costruzione, fiducia ancora alta.

21 Apr 2026 di Maria Cristina Carlini

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Csc: scenario peggiorato, lo shock energetico già incide sull’economia. Reggono solo gli investimenti Pnrr

Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi Confindustria

Cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi e si allunga lo spettro di rincari record della bolletta per le imprese che potrebbero toccare i 21 miliardi. Nel quadro dell’economia italiana si stanno accendendo più spie che certificano il peggioramento dello scenario a causa dell’impatto dello shock energetico determinato dal conflitto in Medio Oriente. L’allarme suona dall’ultima pubblicazione di Congiuntura Flash del Centro Studi di Confindustria. Allarme che si unisce a quelli lanciati dai principali previsori internazionali e nazionali, come la Banca d’Italia, sui rischi di una frenata della crescita se non addirittura una recessione in caso di prolungamento del conflitto. Proprio ieri, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha detto che lo shock all’offerta energetico “è enorme” con una perdita netta stimata in 13 milioni di barili al giorno prima che intervenisse il blocco Usa dello stretto di Hormuz.

A innescare questo processo di deterioramento è il  prezzo del petrolio è tenuto alto dalla guerra nel Golfo che ne minaccia scarsità: 102 dollari al barile in media in aprile (da 99 a marzo), +40 dollari sulla media di dicembre (62). Il prezzo del gas, invece, si è moderato un po’ in aprile (48 euro/mwh), dopo essere salito a marzo (53) quasi al doppio di dicembre (28). Il dollaro si è fermato a 1,16 sull’euro in aprile, dopo il rafforzamento a marzo: non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia per l’Eurozona, osserva il Csc. Intanto, la guerra sta ampliando gli spread e invertendo la rotta dei tassi sovrani in Europa, dai minimi del 27 febbraio ai massimi del 27 marzo: in Italia a 4,02% da 3,36%, in Francia 3,79% da 3,17%, in Germania 3,07% da 2,61%; in aprile, lieve moderazione. Il tasso per le imprese italiane è a 3,33% a febbraio ma salirà, frenando il credito. I riflettori si puntano, giocoforza, sulle prossime mosse delle banche centrali dalle quali si attende una stretta di politica monetaria. Infatti la Bce è attesa rialzare i tassi a breve (dal 2,00%), per il già avviato balzo dell’inflazione: in Europa +2,5% a marzo, da +1,9%; negli USA +3,3% da +2,4%; in Italia è salita meno (+1,7% da +1,5%) perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia. Lagarde ha, comunque, mostrato la consueta prudenza:  “la doppia incertezza, sulla durata dello shock e l’ampiezza delle ripercussioni richiede di raccogliere più informazioni prima di trarre conclusioni nette di politica monetaria”,

In questo scenario, un dato che si può considerare ancora positivo arriva dagli investimenti. I dati congiunturali evidenziano, infatti, segnali di tenuta per il primo trimestre. A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione. Di contro, si rafforzano i timori di un raffreddamento dei consumi. Nel 4° trimestre il tasso di risparmio era sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte (-0,2%), specie per i beni alimentari. A marzo crescono poco gli acquisti di auto (+0,6%), ma la fiducia è peggiorata bruscamente: ciò potrebbe far salire il risparmio già nel 1° trimestre, frenando i consumi. Attese negative anche per l’industria. A febbraio la produzione industriale era aumentata di appena +0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio (-0,6%): nel 1° trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%. A marzo il PMI è in zona espansiva (51,3 da 50,6), ma l’attività è sostenuta dall’accumulo “precauzionale” di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma l’impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione. Anche nei servizi atteso un calo della domanda. I servizi in Italia stavano accelerando a inizio 2026, in particolare con una spesa dei turisti stranieri al +6,3% tendenziale a gennaio. Ma con la guerra, a marzo l’indicatore SP-PMI è caduto bruscamente in zona recessiva (48,8 da 52,3), riflettendo un calo della domanda. La fiducia delle imprese dei servizi è salita di poco, ma peggiorano le attese sugli ordini.

Il timore maggiore delle imprese riguarda l’impennata dei prezzi dell’energia. Prima preoccupazione, come emerge dai risultati di un questionario, seguita da quella per i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Il Centro Studi Confindustria ha stimato di quanto potrebbero aumentare quest’anno i costi energetici per le imprese in Italia, in diversi scenari per la guerra in Iran. La stima applica i rincari delle commodity energetiche alla struttura dei costi di produzione delle imprese. Già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid, al 4,9%). Per il 2026, nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese. Le quali vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i
prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano.

Venti di sfiducia anche nell’Eurozona. . A febbraio la produzione industriale è rimasta ferma in Spagna e Germania, si è contratta in Francia (-0,8%); a marzo i PMI indicano miglioramento in Germania, stabilità in Francia, flessione in Spagna; mentre nei servizi la Francia è l’unica in calo. La fiducia e le attese di occupazione sono in calo nell’area sulla scia della guerra e l’incertezza è salita ai livelli dell’aprile 2025. Ieri, il  Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, ha pubblicato uno studio che analizza il rapporto tra energia e crescita tra il 1995 e il 2024. Il lavoro evidenzia una relazione stabile tra Pil, capitale e lavoro, ma sottolinea come l’impatto della sicurezza energetica sia “asimmetrico”. In particolare, “improvvise interruzioni dell’approvvigionamento energetico hanno spesso un impatto negativo immediato sulla crescita, mentre i miglioramenti” possono produrre benefici “in modo più graduale”. Secondo lo studio, “una riduzione di un’unità dell’Indice di sicurezza dell’approvvigionamento energetico (Essi)” implica “una diminuzione dell’8,2% del livello di Pil nel lungo periodo”, anche se nella pratica gli effetti sono più contenuti: “un deterioramento di 0,1 unità è associato a una riduzione” di “circa lo 0,82%”. Le crisi energetiche recenti, dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, hanno “intensificato gli sforzi per rafforzare l’indipendenza e la stabilità energetica” dell’Unione. Ma hanno anche mostrato le fragilità del sistema: “gli shock negativi nell’offerta di gas sono stati” economicamente “dannosi” innescando “pressioni stagflazionistiche”. Lo studio segnala anche che, se nel lungo periodo “i Paesi finiscono per beneficiare di prezzi dell’energia più stabili” grazie alle rinnovabili, nel breve la transizione comporta costi: “richiede consistenti investimenti iniziali” che “possono far aumentare i costi e persino generare pressioni stagflazionistiche”. La priorità è rafforzare la resilienza: “i deterioramenti della sicurezza energetica impongono costi economici molto più elevati e immediati”, mentre i benefici arrivano “solo gradualmente” segnalando la necessità di politiche Ue energetiche “proattive, resilienti e coordinate”.

 

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