La digitalizzazione è incompatibile con il settore?

Porre una domanda siffatta potrebbe apparire blasfemo, allorché, sia pure con molte criticità, il settore continua a professare atti di fede nei confronti del tema e propone applicazioni diversificate da ben tre lustri, in misura sempre crescente.

Eppure, se ci si discosta dall’immediatezza, si può intuire come, in realtà, l’interrogativo risponda a una istanza fondamentale, che riguarda la disponibilità degli attori ad accettare una normalizzazione dei processi e una interoperabilità dei posizionamenti sui mercati, tema di cui non è ovviamente scevra la diffusione dell’Intelligenza Artificiale.

20 Apr 2026 di Angelo Ciribini

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La sostanziale estraneità di molti soggetti alle logiche intime della cultura del dato si spiega, infatti, proprio con la natura del mercato e dei suoi apparati mentali.

Non si tratta, peraltro, di affermare che il comparto rigetti le soluzioni tecnologiche: tutt’altro, almeno nei soggetti che abbiano una sufficiente scala dimensionale o in quelli che mostrano particolare sensibilità i dispositivi sono impiegati, con un certo successo, ma altro è ragionare sulla corresponsione a una istanza di fondo, semantica e operativa al contempo.

Non bisogna dimenticare che la digitalizzazione è un fenomeno che, per essere implementato seriamente, deve appartenere alla strategia e alla politica industriale di un sistema economico e politico, incentrata sullo incremento della produttività e sulla riduzione del rischio, molto più che non su finalità autoreferenziali di generici intenti di efficienza e di efficacia, terreno propizio a una certa offerta di servizi consulenziali.

Il fenomeno concerne sostanzialmente l’impiego ottimale dei fattori produttivi (da ricordare l’opinione avversa dei decisori politici e finanziari di maggiore rilievo sulla destinazione delle provviste del debito comune al 110%) e sulla efficacia della destinazione degli investimenti delle asset management company e del mondo bancario e assicurativo.

Di conseguenza, gli interlocutori principali a cui rivolgersi con franchezza sono ora gli operatori economici e i provider di servizi finanziari.

Quanto ai committenti, specie se anche gestori patrimoniali, sicuramente la legislazione lodevolmente ha affidato loro un ruolo cruciale che, nei casi migliori, si esplicita in azioni talora sistemiche.

Sussiste sempre la speranza, così come l’auspicio, che la domanda pubblica e privata riesca a sollecitare i ceti professionali e imprenditoriali, nelle loro complesse articolazioni, sino al punto della irreversibilità.

Purtuttavia, molto più che ai committenti, che spesso, benché avanzino richieste talvolta sofisticate, stentano, appunto, a orientare la reazione o la proazione di filiere, proprio per l’essenza storicizzata del settore, come giusto anticipato poc’anzi, occorre gettare lo sguardo a coloro che, nel mondo dell’imprenditorialità e della finanza, possano trarre ritorni dettati da uno stato di necessità o di opportunità.

Ai primi si dovrebbe chiedere di mettere in atto azioni di riconfigurazione del mercato e delle catene del valore che siano più consone alla razionalità digitale, intesa nell’accezione già menzionata, con prezzi non trascurabili da pagare e con ritorni da dimostrare, ovviamente, ma con la possibilità di acquisire definitivamente quello stato reputazionale che attualmente si ascrive al settore manifatturiero.

In questo caso, la digitalizzazione non è solo di per se stessa uno strumento di incremento della produttività, ma, proprio in virtù di questa, costituisce la chance di acquisire lo status che il settore meriterebbe innanzi ai decisori.

Coi secondi si dovrebbe riflettere sulle condizioni alle quali si possano transare flussi informativi sensibili in cambio di quadri finanziari migliori, anche nell’ottica di capitalizzazione dei player strategici sui territori, sempre che ciò possa rientrare nei protocolli normalizzati della valutazione del merito.

Asset management company, private equity company, istituti di credito, compagnie assicurative, sono ormai, in effetti, le determinanti di sviluppo dei mercati nell’ambiente costruito: con essi bisogna costruire le progettualità che riguardano naturalmente la rigenerazione urbana, ma è fondamentale farlo partendo, così come per i decisori politici, da una postura reputazionale adeguata.

Continuare a parlare frammentariamente di digitalizzazione, oscillando tra gli estremi iconici del BIM e dell’IA, potrebbe risultare, perciò, un esercizio assai sterile.

Da un lato, peraltro, fioccano cosiddetti gemelli digitali che non condividono ontologie né modelli o dizionari dei dati, come monadi evocative di récit, ben lungi dalla concezione di Gemello Digitale Nazionale che rappresenterebbe una cruciale infrastruttura intangibile per il Paese; per un altro verso, qualora i tentativi di oltrepassamento dei modelli linguistici abbiano successo, con i modelli esperienziali del mondo reale dovremmo confrontarci in maniera inusitata, tanto più che saranno direttamente incorporati in umanoidi, implicando attitudini disciplinari e relazionali inedite.

Nel mentre che l’attore medio del mercato, sul versante della domanda e dell’offerta, si concentra nel ricorso, ormai commodificato, alla Intelligenza Artificiale Generativa, un pensiero strategico avanzato dovrebbe riflettere sulle complesse implicazioni proprie a soluzioni agentiche, o meglio, multi agentiche, ma, soprattutto, dovrebbe seguire con attenzione i tentativi di critica radicale ai modelli linguistici rivolti da parte di quei soggetti che sono intenti a produrre i primi modelli cognitivi.

Se quella ipotesi si concretasse, allora, ad esempio, la gestione immobiliare o quella infrastrutturale, già ora potenzialmente evolute nella gestione di beni comportamentali e interattivi, assumerebbero una veste imprevidibile.

Tutto ciò necessita di un certo sguardo, esterno alla narrazione corrente, che possegga una lungimiranza.

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