Blue Book: nel settore idrico salto degli investimenti, ma servono soluzioni finanziarie per superare le tensioni di cassa
Il servizio idrico italiano si trova oggi in una fase di transizione cruciale, in cui il rafforzamento della propria capacità industriale si accompagna alla necessità di consolidare nel tempo i risultati raggiunti. È questo il quadro che emerge dal Blue Book 2026, la monografia realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, a cui hanno contribuito in questa edizione ENEA, il Dipartimento della Protezione Civile, l’Istituto Superiore di Sanità, le Autorità di bacino distrettuali, la Scuola Superiore Sant’Anna, la Fondazione CIMA e The European House – Ambrosetti. Il volume, che sarà presentato oggi al Cnel con gli interventi di autori ed esperti, restituisce una fotografia aggiornata di un settore sempre più centrale nelle politiche di sviluppo del Paese.
Al centro di questa evoluzione vi è il tema degli investimenti, che rappresentano la principale metrica attraverso cui leggere il grado di maturità industriale del comparto. Negli ultimi anni si è registrata una discontinuità significativa rispetto al passato: nel periodo 2021–2029 la spesa media si attesta intorno ai 90 euro per abitante, con un picco nel biennio 2025–2026 legato all’attuazione del PNRR. Si tratta di un’accelerazione che ha inciso non solo sui volumi, ma anche sulla qualità dei processi, rafforzando la capacità di pianificazione, progettazione e realizzazione degli interventi.
Il dato più rilevante, tuttavia, non è tanto il picco congiunturale, quanto il riposizionamento strutturale che ne deriva. Anche nella fase successiva al PNRR, caratterizzata da una fisiologica riduzione della spesa rispetto agli anni di massima intensità, il livello degli investimenti è destinato a rimanere stabilmente più elevato rispetto al passato, con valori superiori di oltre il 20% rispetto al 2021. Il settore sembra dunque aver superato una fase di sotto-investimento cronico, collocandosi su un nuovo equilibrio di lungo periodo.
Questo salto di scala si riflette anche nella capacità di “messa a terra” degli investimenti. Storicamente, una delle principali criticità del comparto era rappresentata dalla difficoltà di tradurre le risorse programmate in opere effettivamente realizzate. Il ciclo del PNRR ha costituito, sotto questo profilo, un banco di prova decisivo, contribuendo a rafforzare competenze operative, modelli organizzativi e capacità di gestione di programmi complessi. Ne emerge un sistema più maturo, in grado di sostenere piani di investimento più ambiziosi e continuativi.
A fronte di questo rafforzamento, si evidenzia tuttavia una crescente complessità sul piano finanziario. La dinamica degli investimenti è infatti caratterizzata da un disallineamento temporale tra l’anticipazione della spesa e l’effettiva erogazione dei contributi pubblici. Questo scarto, legato ai tempi di rendicontazione e trasferimento delle risorse, genera tensioni di cassa che richiedono una gestione finanziaria più evoluta. In altri termini, la sostenibilità del ciclo degli investimenti non può più essere letta esclusivamente in termini economici, ma implica una piena tenuta anche sul piano finanziario.
In questo contesto, assume rilievo la capacità dei gestori di diversificare le fonti di finanziamento. Accanto al contributo pubblico, che resta essenziale soprattutto per gli interventi di maggiore dimensione e complessità, si rende necessario sviluppare strumenti in grado di sostenere nel tempo livelli di investimento più elevati. Il ricorso a forme di finanziamento alternative, come il partenariato pubblico-privato o l’accesso ai mercati dei capitali, rappresenta una direttrice di evoluzione coerente con il nuovo profilo industriale del settore.
Un elemento di particolare rilievo riguarda la distribuzione della capacità di investimento tra i diversi operatori. L’analisi dei dati evidenzia infatti come tale capacità sia sempre più correlata alla dimensione industriale delle gestioni. Si osserva una relazione positiva tra scala operativa e intensità della spesa per investimenti: all’aumentare del fatturato e della dimensione aziendale cresce la possibilità di programmare e realizzare interventi infrastrutturali in modo continuativo.
Questa evidenza consente di rileggere in chiave evolutiva il cosiddetto water service divide. Accanto alla tradizionale distinzione territoriale tra diverse aree del Paese, assume oggi un peso crescente la dimensione industriale dei gestori. In altri termini, il divario non si manifesta più soltanto tra Nord e Sud, ma sempre più tra operatori di diversa scala.
In particolare, l’incremento degli investimenti registrato nella fase post-PNRR risulta trainato dagli operatori di maggiore dimensione, con ricavi superiori ai 100 milioni di euro, che mantengono livelli di investimento elevati anche nella fase di normalizzazione. Accanto a questi, anche le gestioni di dimensione medio-grande mostrano una significativa capacità di consolidare i livelli raggiunti.
Diversamente, le gestioni di minore dimensione tendono a non stabilizzare l’incremento registrato durante la fase straordinaria del PNRR, mostrando una dinamica di riduzione degli investimenti verso livelli più prossimi a quelli precedenti. Questo andamento evidenzia come la disponibilità di risorse straordinarie, in assenza di una adeguata struttura industriale, non sia di per sé sufficiente a garantire un rafforzamento duraturo della capacità di investimento.
Un elemento interessante riguarda tuttavia le gestioni di dimensione intermedia, che evidenziano una capacità di investimento pro capite comparabile a quella degli operatori più grandi. Questo dato suggerisce come, in presenza di adeguate competenze manageriali e capacità di pianificazione, anche operatori non di grandi dimensioni possano mobilitare risorse in misura significativa.
Nel complesso, emerge con chiarezza che la scala industriale rappresenta un fattore determinante per sostenere livelli adeguati di investimento e per garantire continuità nel tempo. Allo stesso tempo, si pone l’esigenza di accompagnare i soggetti di minore dimensione, attraverso strumenti e politiche mirate, al fine di ridurre i divari e assicurare uno sviluppo più equilibrato del settore.
In questa prospettiva, il tema degli investimenti si intreccia strettamente con quello degli assetti gestionali e delle scelte di governance. Il processo di consolidamento e aggregazione delle gestioni rappresenta una leva fondamentale per rafforzare la capacità industriale complessiva del comparto e per garantire una più uniforme distribuzione delle performance sul territorio.
Il settore idrico si configura quindi sempre più come un’infrastruttura economica strategica, in cui la capacità di investimento non rappresenta soltanto un indicatore tecnico, ma un elemento chiave per la competitività, la resilienza e la sostenibilità del sistema Paese.
La sfida dei prossimi anni sarà quella di consolidare questo nuovo equilibrio, rendendo strutturale il livello di investimenti raggiunto e garantendo al tempo stesso la sostenibilità finanziaria del sistema. Si tratta di un passaggio cruciale, che richiede un approccio integrato, capace di tenere insieme dimensione industriale, solidità finanziaria e qualità del servizio.
Il Blue Book 2026 restituisce, in definitiva, l’immagine di un settore che ha compiuto un significativo salto di maturità. Il percorso avviato appare solido, ma non ancora compiuto: la sua piena riuscita dipenderà dalla capacità di consolidare le trasformazioni in atto e di affrontare in modo strutturale le criticità ancora presenti, in un equilibrio dinamico tra sviluppo infrastrutturale, sostenibilità e coesione territoriale.