IL MINISTRO A CERNOBBIO
Salvini: “Cantieri fermi? No, ci sono investimenti in corso per 256 miliardi. Solo in Italia la politica litiga sulle opere”
A Cernobbio Salvini traccia il bilancio del suo operato e risponde alle critiche dell’opposizione che denunciano “cantieri fermi”.La parte più consistente degli investimenti, 167 miliardi, riguarda le ferrovie. Seguono le strade, con 42 miliardi, il tpl, con 26 miliardi, i porti con 6,1 miliardi. Non sono arrivate però indicazioni sulla prossima legge di bilancio

Matteo Salvini
Nei giorni di festeggiamenti per il record di longevità tagliato dal Governo Meloni, anche il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, traccia il bilancio del suo dicastero. Lo fa sulle rive del lago di Como, nel corso del tradizionale appuntamento di inizio settembre del Forum Ambrosetti a Cernobbio. Un intervento, il suo, che ruota intorno a un numero: 256 miliardi di euro che sono il valore degli investimenti infrastrutturali, considerando opere in corso, ultimate o già programmate e finanziate. Ed è proprio con questo numero che rimanda al mittente la critica dei “cantieri fermi” mossa dalle opposizioni: “I leader dell’opposizione che qui ho sentito hanno lungamente parlato, non sempre a proposito: cantieri fermi e opere pubbliche inutili? Significa ignorare, dal latino ignoro, participio presente, ignorans, quello che per lavoro si dovrebbe sapere”, replica. Invece, ci sono “256 miliardi di buoni motivi per cui i cantieri non sono fermi”. Ma proprio la dimensione dell’importo suggerisce che il punto non sia soltanto stabilire se i cantieri siano aperti o meno. La questione più rilevante riguarda la capacità di trasformare questa massa di risorse in opere effettivamente realizzate, nei tempi previsti e con ricadute misurabili sulla mobilità e sulla competitività del Paese. A differenza, però, di quanto era successo al meeting di Cl a Rimini, dove aveva parlato di uno scostamento di 20 miliardi per la prossima manovra, ieri non ha offerto spunti e indicazioni sull’ultima legge di bilancio del Governo Meloni.
La fotografia che il ministro ha voluto fornire è quella di un’accelerazione significativa del programma infrastrutturale. La parte più consistente degli investimenti, 167 miliardi, riguarda le ferrovie. Seguono le strade, con 42 miliardi, il trasporto pubblico locale, con 26 miliardi, i porti con 6,1 miliardi, l’edilizia statale con 5 miliardi e il comparto idrico con 4 miliardi. A questi si aggiungono gli interventi per la casa, per circa 3 miliardi, e le opere legate alle Olimpiadi, per 3,5 miliardi. È soprattutto la componente ferroviaria a costituire il cuore della strategia del governo sulle infrastrutture. Salvini parla di 1.300 cantieri attivi nell’estate 2026, 215 dei quali dedicati all’alta velocità. Tre sono le direttrici indicate come simboliche: la Roma-Napoli-Bari, la Palermo-Catania-Messina e la Brescia-Verona-Vicenza-Padova. Sono opere che hanno un valore superiore alla semplice infrastruttura fisica. La Roma-Napoli-Bari dovrebbe ridisegnare i collegamenti tra il Mezzogiorno e il resto del Paese: a regime, secondo la previsione del ministro, Bari sarà collegata a Roma in tre ore e a Napoli in due. L’obiettivo dichiarato è fare del treno un’alternativa concreta all’aereo, riducendo le distanze non soltanto geografiche ma anche economiche tra territori. Ancora più strategica è la direttrice siciliana Palermo-Catania-Messina, che Salvini presenta come “prodromica”. al Ponte sullo Stretto. In questo schema il Ponte non sarebbe quindi un’opera isolata, ma il tassello di una più ampia rete ferroviaria e viaria destinata a collegare la Sicilia con il continente. Sul fronte settentrionale, la Brescia-Verona-Vicenza-Padova rappresenta invece il completamento e il potenziamento di uno dei corridoi ferroviari più importanti del Nord Italia, con una funzione decisiva per i collegamenti europei e per il sistema produttivo del Nord-Est.
Il secondo grande capitolo riguarda le strade: 1.354 cantieri, secondo Salvini, dei quali 102 relativi a nuove opere. Anche in questo caso la quantità diventa argomento politico. Il governo vuole dimostrare che la politica infrastrutturale non coincide soltanto con poche grandi opere simboliche, ma comprende una moltitudine di interventi distribuiti sul territorio. È però proprio su questo versante che più si accende il confronto-scontro con l’opposizione. Dire che esistono centinaia di cantieri e che sono state stanziate risorse ingenti non equivale automaticamente a dimostrare che il sistema infrastrutturale italiano stia funzionando meglio. Tra finanziamento, apertura del cantiere, avanzamento fisico dell’opera e completamento esiste una differenza sostanziale. E la vera verifica della strategia di governo arriverà sulla capacità di rispettare cronoprogrammi, costi e obiettivi di servizio. Salvini ha scelto invece di spostare il terreno dello scontro: non tanto «i cantieri funzionano?», quanto «quante risorse e quante opere sono state messe in campo?».
Nel suo intervento il ministro ha allargato poi il ragionamento al rapporto con l’Europa. Ha citato i circa 6 miliardi di cantieri aperti nei porti italiani e criticato i meccanismi europei di decarbonizzazione che, a suo giudizio, rischiano di penalizzare i porti dell’Unione rispetto a quelli turchi, nordafricani e mediorientali. La questione infrastrutturale viene così collegata alla competitività industriale e commerciale: non basta costruire porti, ferrovie e strade se il quadro regolatorio europeo finisce per rendere meno competitive le imprese che li utilizzano.
Anche le Olimpiadi invernali diventano, nella ricostruzione del ministro, un caso di scuola. A fronte dei 3,5 miliardi destinati alle opere olimpiche, Salvini rivendica 5,3 miliardi di investimenti lasciati sul territorio lombardo. Il messaggio è chiaro: le grandi manifestazioni non devono essere valutate soltanto per il loro costo immediato, ma anche per l’eredità infrastrutturale che producono.
La polemica politica resta comunque il filo conduttore dell’intervento. Salvini accusa i leader dell’opposizione di aver parlato di cantieri fermi e opere inutili senza conoscere a sufficienza i numeri. Ma, nello stesso tempo, riconosce che un’opposizione deve «stimolare e sollecitare». Il discrimine, nella sua impostazione, è dunque tra critica politica e critica fondata sui dati. E, soprattutto, rileva, “l’Italia è l’unico Paese che litiga sulle infrastrutture”. C’è poi il capitolo Tav. Salvini denuncia come una “vergogna italiana” il fatto che circa 400 agenti delle forze dell’ordine debbano essere impiegati per proteggere cantieri, imprese e gallerie. Al di là della polemica contingente, il riferimento mette in evidenza un problema che spesso resta sullo sfondo del dibattito sulle infrastrutture: la realizzazione delle grandi opere non è soltanto una questione di finanziamenti e progettazione, ma anche di consenso territoriale, sicurezza e conflitto sociale.