L'ALTOLA' AL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Il MIT ci riprova con le modifiche al PPP ma resta ancora al palo con una proposta che moltiplica gare e premialità anziché semplificare

Elena Griglio, capo dell'ufficio legislatio del Ministero delle Infrastrrutture e dei Trasporti
Sono mesi che pseudoesperti, parlamentari tifosi, organi di stampa, lobby sempre sul pezzo ci annunciano, ogni dieci giorni-due settimane, che finalmente è pronta la proposta “del governo” che riforma l’articolo 193 del codice appalti sulla finanza di progetto a iniziativa privata dopo la cancellazione del diritto di prelazione ad opera della sentenza 5 febbraio della Corte di giustizia Ue. E ogni volta – sia che si tratti di un convegno o di qualche bozza messa in giro ad arte dagli uffici ministeriali che non diventa mai emendamento o ancora, come ieri, di un tentaivo di inserimento in un decreto legge da approvare in Consiglio dei ministri – viene detto che è la volta buona. E sono mesi che le proposte “del ministero delle Infrastrutture” vengono bocciate prima ancora di scendere in campo, ora da Bruxelles, ora “dal governo” (cioè da Palazzo Chigi), perché evidentemente non danno soluzioni adeguate alla sfida, di per sé ardua, di superare il diritto di prelazione con qualcosa che stia in piedi.
Dovessimo ragionare seguendo la sequenza filata di queste boutade, bisognerebbe dire che la situazione è parecchio grave. Quello che non si è capito ancora, nell’affanno generale, è l’idea semplicissima che le proposte vaganti si tradurranno in norme di legge quando rispetteranno due condizioni fondamentali: 1) piaceranno a Bruxelles; 2) semplificheranno applicando i principi della concorrenza anziché complicare ulteriormente la matassa in cui ci si è infilati.
Sul primo punto, non c’è molto da dire. Basta ricordare che abbiamo ancora pendente sul collo una lettera di messa in mora pronta a tradursi in procedura di infrazione proprio sul PPP e soprattutto che in questi giorni – con alcune decine di miliardi di investimenti Pnrr da riprogrammare in extremis con il placet della commissione Ue per evitare di perderli – il governo non vuole correre alcun rischio di irritare von der Leyen e la sua squadra (immigrazione a parte). La lezione della gara Intercity non è stata compresa fino in fondo, nonostante le parole chiarificatrici del ministro Foti: “In questo momento non vogliamo una ulteriore procedura di infrazione”. E nella trattativa sul Pnrr gli appalti sono sempre in agguato (mai il governo è andato vicino alla bocciatura come sulla quinta rata per il codice appalti).
Ma il secondo profilo è ancora più rilevante sul fronte interno e ieri ha fermato la proposta preparata dal MIT, una proposta che non piace a nessuno nel governo. Il commento che si sente ripetere nei corridoi di Palazzo Chigi è: “complica anziché semplificare”. E non è un giudizio affrettato o sommario.
Quello che il MIT non riesce proprio a fare è evitare di infilarsi in un groviglio di procedure di gara formale o informale alternative, successive, contemporanee. Non riesce a partorire una proposta che semplicemente elimini il diritto di prelazione in una procedura di gara unica, lasciando alla capacità, alle conoscenze, alla perizia, alla forza (territoriale, progettuale, finanziaria) del proponente di elaborare la proposta migliore in gara. Una competizione semplice che senza trucchi consenta al proponente di sfruttare le asimmetrie informative di cui dispone, la sua convinzione che quella sia l’opera giusta, la determinazione a realizzarla, la capacità – essendo partito prima – di scegliersi i migliori collaboratori.
La proposta del MIT di ieri, invece, ritorna con le gare multiple, addirittura procedure “per fasi successive ai fini della riduzione delle offerte o delle soluzioni”, con la possibilità di richiedere agli operatori economici, “secondo criteri di proporzionalità e ragionevolezza, integrazioni dello studio di fattibilità presentato” (comma 9 del nuovo articolo 193 del codice appalti). Oppure con le premialità articolate del comma 7 lettera d), vale a dire “criteri di valutazione delle offerte tecniche” e “criteri di aggiudicazione e premiali volti a valorizzare, in relazione alla specifica tipologia di lavoo o servizio, l’apporto di ciascuna offerta e delle integrazioni eventuaalmente richieste”.
Anche i tifosi del nuovo project financing con diritto di prelazione azzoppato ma non annullato, mascherato, resiliente, dovrebbero capire – e mettersi l’anima in pace – che questa non è la strada per rimettere in pista il PPP ma è il modo per ibernarlo definitivamente.