IL SEMINARIO DI DIAC
L’Agenzia del Demanio ha in corso 170 Masterplan. Tucci: “A ognuno lavorano centinaia di persone, un modello alto di Stato”
Il direttore della Progettazione dell’Agenzia evidenzia i caratteri del modello di Masterplan adottato: adattabilità spintissima, mutiscalarità, interdisciplinarietà. intersettorialità che costruisce il risultato sulla base di tavoli che integrano competenze e punti di vista. “Serve una grande disciplina per gestire questa enorme complessità”, dice Tucci.

Fabrizio Tucci, direttore dell'Area progettazione del Demanio
“In questo momento l’Agenzia del Demanio ha in esecuzione 170 Masterplan che vanno rapportati ai 500 interventi che stiamo realizzando in tutta Italia”. Fabrizio Tucci, professore ordinario di progettazione alla Sapienza, ha scelto due anni fa di sospendere l’insegnamento e approdare all’Agenzia del Demanio guidata da Alessandra dal Verme, assumendo il doppio incarico di direttore dell’Area progettazione e di coordinatore del comitato Qualità della progettazione. Anche lui ha partecipato alla DIAC Conference di martedì 30 giugno, dedicata al ruolo del Masterplan nelle operazioni di rigenerazione urbana, e ha raccontato come il Demanio interpreti questo strumento: “L’Agenzia, che gestisce 45mila beni immobili dello Stato, in gran parte aree e non edifici – dice – ha operato, negli ultimi anni, un cambio di visione: anziché limitarci alle razionalizzazioni, all’abbattimento dei fitti passivi e alle valorizzazioni vecchia maniera che vanno avanti anni senza portare risultati, abbiamo puntato a fare di ogni intervento un volano di sviluppo con fortissime ricadute di rigenerazione sociale e ambientale. A questo scopo abbiamo elaborato o reinterpretato alcuni strumenti cui ho avuto il piacere di contribuire: nella nostra cassetta degli attrezzi ci sono il partenariato pubblico privato, i Piani città degli immobili pubblici, gli usi temporanei e il Masterplan di cui stiamo parlando oggi”.
Tucci si sofferma sullo strumento del Piano città: con quello firmato a Genova proprio il 30 giugno si è arrivati a 37 e l’obiettivo è arrivare entro il 2028 a 65. “Lo cito – spiega Tucci – perché è un passaggio obbligato per arrivare al concetto di Masterplan come lo sta intendendo l’Agenzia del Demanio. Il Piano città non è una forma di pianificazione, ma uno strumento che si mette al servizio della ricchissima pianificazione che ogni città già svolge in proprio: in questo modo alimentiamo, all’interno di questa pianificazione, i processi di rigenerazione in chiave sociale e ambientale. Per noi il Masterplan – dice Tucci – è un elemento che decodifica, che mette in rapporto alla pianificazione della città programmi e gestioni degli immobili pubblici, che intermedia rispetto all’intervento specifico, al progetto specifico, dal PFTE fino al definitivo, all’esecutivo”.
Difficile oggi dare una definizione del Masterplan: è quanto viene fuori dal seminario di DIAC e Tucci concorda. Meglio sperimentare sul campo e trarne qualche riflessione. Tucci ne mette in campo tre su altrettanti temi: gli approcci che sottendono l’azione del Masterplan; la struttura che ci si attende ogni volta che si fa un Masterplan; i contenuti che si attendono dal Masterplan.
“Gli approcci che caratterizzano il Masterplan – dice Tucci – sono molteplici. L’approccio che caratterizza l’ideazione ha anzitutto un’attitudine a implementarsi nel tempo, un carattere di adattabilità spintissima, non c’è nulla di rigido, non c’è nulla di progettuale in senso chiuso, c’è una prefigurazione di scenari in termini funzionali, in termini di prestazioni attese, lasciando la massima libertà all’espressione progettuale che si occuperà degli specifici progetti all’interno delle aree oggetto del Masterplan”. Questo carattere “adattivo” del Masterplan è uno dei più gettonati e richiamati al seminario DIAC, in opposizione alla rigidità dei piani urbanistici tradizionali, regolativi.
Il secondo approccio esaltato da Tucci è quella che chiama multiscalarità. “Il Masterplan – dice – non è il piano urbanistico e non è il piano di dettaglio architettonico che individua soluzioni, per esempio gli spazi aperti in una certa area, che pure sono un tema importantissimo del Masterplan. Siamo invece in una dimensione intermedia che vuole muoversi dinamicamente verticalmente in alto e in basso. I nostri trecentio tecnici fra architetti e ingegneri con cui sto lavorando si divertono ormai a muoversi in questa dimensione multiscalare”.
C’è poi l’approccio interdisciplinare, portata all’estremo. “Ci siamo imposti – dice Tucci – un’altra cosa che non è semplice, ma che un’agenzia dello Stato si può e si deve permettere: essere fortemente interdisciplinari. Ogni volta che facciamo un Masterplan, coinvolgiamo le Università di quel territorio e immettiamo le competenze che i nostri trecento tecnici, tutti architetti e ingegneri, non possono immettere, componenti di sociologia, antropologia, demografia, economia urbana, ecologia vegetale, botanica, botanica applicata, psicologia ambientale, neuroscienze. Interagiamo con tanti soggetti che ci danno consigli totalmente fuori della dimensione propria dell’architetto o dell’ingegnere. Così produco un Masterplan fortemente caratterizzato da interdisciplinarità attraverso la collaborazione con una rete di Università”.
Last but not least, è quello che Tucci definisce “l’elemento chiave”: l’approccio intersettoriale. “I nostri Masterplan – spiega Tucci – non sono mai fatti da noi soli, sono fatti da tavoli in gran parte composti da tecnici, anche delegati dalle istituzioni politiche. Tavoli numerosi, che sono complessi da far funzionare a volte ma producono qualcosa di concertato, di integrato. Sottolineo la parola “integrato”: esprime un’amalgama forte, ma anche una progettazione di progettazioni, una prefigurazione di progettazioni, non una progettazione sola. Sono tantissime le persone che collaborano, partecipano, noi le abbiamo codificate in modo da poter prendere il meglio da ciascuna esperienza e ripeterla”.
Ma tutta questa complessità che portate nel Masterplan – chiediamo – non rischia di bloccare l’ingranaggio? “Ovviamente non ci facilita la gestione delle cose perché gestire il Masterplan al proprio interno sarebbe molto più semplice. Le cose da gestire sono centinaia e richiedono un’organizzazione ferrea. Abbiamo definito regole, elementi che sono presi a riferimento, categorie di azioni progettuali ricorrenti, indicatori che vengono usati in maniera simulativo-predittiva. Una cassetta degli attrezzi ormai rodata, consolidata. Sì, c’è stato un grosso lavoro di organizzazione di questo modo di lavorare che ci consente di fare un lavoro straordinario. È un modello alto di azione dello Stato, che ha le spalle larghe, centinaia di persone che ci stanno lavorando, anche centinaia di soggetti esterni alla pubblica amministrazione”.
Veniamo alla struttura del Masterplan. Qui Tucci ci tiene a evidenziare soprattutto un aspetto. “Una parte consistente della restituzione viene dalle indagini, dalle analisi, dai vari punti di vista del contesto, dalle simulazioni ambientali, bioclimatiche, fluidodinamiche, termofisiche, dalle simulazioni energetiche rispetto ai diversi scenari. Tutte analisi che alleghiamo alla gara di progettazione che facciamo: questa modalità lascia la massima libertà espressiva e di progettazione agli operatori economici che concorrono, però al tempo stesso dà molti riferimenti precisi”.
L’ultimo punto, i contenuti che ci si aspettano dal Masterplan. “Noi rigettiamo l’idea di dare al Masterplan il ruolo di un planivolumetrico, che si dà forme chiuse. Il Masterplan non dà né indica nessuna forma, piuttosto parla di possibili funzioni in maniera flessibile e adattiva, perché funzioni di oggi potrebbero essere rinnegate dalle funzioni che servono fra cinque o dieci anni. Parliamo, come dicevo prima, di prestazioni”.
In quali campi? “Nei campi classici, ambientali, sociali e socio-culturali. Nell’elaborare questi Masterplan, poniamo un accento forte non sulle soluzioni, ma su ciò che aspettiamo e chiediamo in termini di azioni che mitigano gli impatti dei cambiamenti climatici, azioni che efficientano dal punto di vista energetico, azioni che riducono l’impiego di risorse e ampliano la circolarità nell’uso delle risorse, chiediamo qualità ambientale diretta ed esplicita e siamo curiosi di vedere che impatto ha la nostra azione sulla dis-qualità ambientale dilagante, suolo, acqua, verde, mobilità sostenibile”.
Infine, gli aspetti sociali. “Abbiamo due grandi filoni di cose che chiediamo al Masterplan: il primo è cosa si può fare in senso immateriale lavorando sugli aspetti di condivisione e partecipazione, per esempio attraverso la comunicazione. Il secondo riguarda invece le ricadute fisiche degli aspetti sociali, in termini di maggiore inclusione e accessibilità sociale a quello che si produce. Se noi produciamo effetti di ricaduta in termini sociali, lo Stato non può che volere la massima accessibilità e inclusione di questa ricaduta”.