LA DIAC CONFERENCE ALL'URBAN CENTER DI ROMA/1

Il Masterplan per superare l’urbanistica conformativa. “Ma cambiamogli nome”. Gli assessori: codificare no, sperimentare sì

All’incontro organizzato da DIAC la tavola rotonda degli assessori all’Urbanistica Maurizio Veloccia (Roma), Silvia Viviani (Livorno), Maurizio Carta (Palermo) e Adriana Fantini (Piacenza). Nei giorni prossimi su DIAC gli altri interventi.

01 Lug 2026 di Giorgio Santilli

Condividi:
Il Masterplan per superare l’urbanistica conformativa. “Ma cambiamogli nome”. Gli assessori: codificare no, sperimentare sì

Un momento della DIAC Conference dedicata al Masterplan. Si vedono sul palco, da destra, gli assessori Maurizio Veloccia (Roma), Adriana Fantini (Piacenza) e Maurizio Carta (Palermo)

C’è voglia di strumenti e attrezzi nuovi, flessibili, adattivi, partecipativi, tra gli assessori all’Urbanistica di molte città italiane medio-grandi con l’obiettivo di superare le rigidità paralizzanti e soffocanti della vecchia urbanistica conformativa. Si respira un’aria nuova che punta a legittimare, ampliare e attrezzare quella vasta area decisionale “intermedia” che oggi sta compressa fra il livello alto delle strategie “pluriennali fino all’infinito”, rigide, immobili del piano regolatore e il livello basso del progetto del singolo intervento. O, visto da un altro angolo visuale ancora, c’è necessità di dotarsi di strumenti capaci di legare in un filo unico, in un approccio organico le molte iniziative pulviscolari che ricadono su un’area. “Legare” significa “raccontare” in modo nuovo la città, dando la possibilità ai cittadini di capire i collegamenti.

Sono spunti arrivati dalla DIAC Conference dedicata al “Masterplan nella rigereazione urbana: agenda e strumento dell’agire urbanistico” che si è tenuta ieri al Metropolitano Urban Center di Roma. Per meglio dire, sono spunti arrivati dalla prima tavola rotonda cui hanno partecipato quattro assessori all’Urbanistica: Maurizio Veloccia (Roma Capitale), Adriana Fantini (Piacenza), Maurizio Carta (Palermo) e Silvia Viviani (Livorno). Quattro pesi massimi della cultura e dell’agire urbanistico oggi in Italia. Oggi raccontiamo le loro posizioni, qualcosa si muove nell’urbanistica italiana. Domani e nei prossimi giorni i resoconti degli interventi degli altri ospiti della DIAC Conference, interviste e videointerviste.

Maurizio Veloccia (Roma): garantisce una visione di insieme che il piano attuativo non dà

Per parlare di Masterplan Veloccia parte dalla sperimentazione fatta 2-3 anni fa “in cui – dice – effettivamente abbiamo immaginato di studiare alcuni quartieri della città, uno a municipio,  e per ciascuno abbiamo cercato di costruire un masterplan, con un lavoro che sta a metà tra lo strategico e l’attuativo, con una visione omogenea d’insieme del territorio e uno studio che analizzasse le principali criticità e le principali opportunità e, sulla base di questo studio, abbiamo definito una serie di obiettivi da perseguire attraverso una serie di azioni, distinguendo azioni di breve, medio e lungo periodo, lavorando sulla possibilità di definire progetti di riqualificazione degli spazi pubblici ma anche obiettivi di carattere pubblico-privato”. Nell’ambito di ciascun masterplan sono state così definite iniziative prioritarie che sono state finanziate e oggi si stanno realizzando. In quel periodo questo lavoro era anche legato al concetto della città di prossimità o dei 15 minuti. “L’idea di definire a livello di quartiere una serie di iniziative da mettere in campo in una visione strategica e operativa, con cronoprogrammi, con priorità, con obiettivi funzionali – dice ancora Veloccia – ha avuto molto successo perché poi l’abbiamo replicata con un sedicesimo masterplan che è quello di Testaccio”.

A Testaccio – racconta Veloccia – “siamo partiti cercando di individuare le caratteristiche identitarie del quartiere, quali fossero gli elementi più caratterizzanti sia in termini di opportunità sia in termini di criticità. Testaccio è un quartiere sui generis a Roma perché è molto regolare; a differenza di tanti quartieri che si sono sviluppati fuori dalle mura Aureliane in modo spontaneo e talvolta abusivo, Testaccio è un quartiere popolare, un quartiere regolare, un quartiere che però ha una grande necessità di spazi pubblici e di aree verdi. Da qui l’idea di recuperare il Monte dei Cocci e le sponde del Tevere. Inoltre, è un quartiere che potrebbe vedere una riorganizzazione della mobilità perché è un quartiere fatto a blocchi, che si presterebbe all’applicazione di alcune metodologie come quelle utilizzate a Barcellona”. Altri interventi su spazi pubblici, come Borghetto Caselli e campo Testaccio, sono oggetto di bandi anche con partenariato pubblico privato. Quindi per cercare di far calare a terra le questioni di carattere anche urbano abbiamo finanziato con 20 milioni di euro i primi due interventi che sono la riqualificazione di tutta via Zabaglia e il ripensamento del rapporto tra Testaccio e Ostiense e della mobilità della zona di Piramide e delle Mura Aureliane. Infine, abbiamo messo a sistema tutti gli altri interventi puntuali che c’erano su Testaccio ma che in realtà andavano ognuno per conto proprio: il Mattatoio, la riqualificazione delle rive del Tevere che sta facendo la Sovrintendenza capitolina, il campo Testaccio”.

Fin qui il racconto del caso specifico. Poi qualche considerazione di ordine generale. Anzitutto i vantaggi che porta il Masterplan. “È di grande aiuto – dice Veloccia – avere una visione strategica d’insieme che non si riesce a ottenere con il livello granulare del singolo piano attuativo e con tutta la complessità procedurale del piano attuativo, ma che consente di definire le priorità e gli obiettivi strategici in una visione di insieme di un intero quadrante”.

Un altro aspetto positivo è quello comunicativo. “A noi sta dando una grande mano – dice Veloccia – perché permette, anche da un punto di vista comunicativo, di mettere in coerenza gli interventi più piccoli con gli obiettivi più grandi, spiegando ai cittadini che cosa si sta facendo. Soprattutto ci permette di fare una cosa che non ci permette di fare il piano attuativo, di andare avanti di pari passo nelle fasi diciamo di progettazione, pianificazione, comunicazione e informazione. Il Masterplan supera una difficoltà del nostro regolamento che oggi prevede iniziative di partecipazione nella fase preliminare che però non interessano i cittadini perché l’intervento appare molto lontano, e poi le prevede quando l’intervento sta per cominciare è molto difficile tornare indietro rispetto a un progetto e a un percorso amministrativo che magari ha impiegato 15 anni. Il Masterplan consente, invece, di avere una visione d’insieme, di comunicarla e di correggerla per tempo recependo gli elementi che arrivano da una discussione con i cittadini”.

Ma il Masterplan va codificato o meno?

Veloccia non esclude questa possibilità ma è estremamente prudente. “Bisogna stare molto attenti – dice – a non farlo diventare una ulteriore stratificazione e a non ingessarlo. Oggi il masterplan è uno strumento molto flessibile che dipende dal singolo contesto e dall’Amministrazione che lo sta promuovendo. Bisogna stare attenti, quindi, che una sua codificazione non diventi un problema invece che un’opportunità”.

Adriana Faustini (Piacenza): la visione di insieme ci ha consentito di attivare il PPP per la Cittadella dello Sport

Adriana Faustini racconta l’esperienza di una città medio-piccola in un contesto, quello dell’Emilia Romagna, molto innovativo “perché ha una legge che trasforma il piano urbanistico conformativo in uno strumento strategico”. Per questa generazione di urbanisti che vogliono cambiare l’urbanistica, il piano conformativo è al tempo stesso lo spettro e il bersaglio. Faustini racconta che uno dei tratti innovativi della legge regionale è che “occorre partire da un’indagine conoscitiva del territorio che ci permette, come abbiamo fatto noi con il Cresme, anzitutto una conoscenza del nostro territorio per arrivare poi a definire una strategia, anzitutto ecologico-ambientale, all’interno dello strumento di pianificazione”. Una tavola della strategia all’interno all’interno di uno strumento di pianificazione – dice Faustini – è una cosa molto difficile da capire per i cittadini e per gli urbanisti della generazione precedente con cui mi scontro quando cerco di spiegare che il nostro piano non è più conformativo”.

“Nonostante tra gli strumenti ci sia l’accordo operativo, che serve a gestire gli interventi complessi in sostituzione di quelli che una volta erano i piani attuativi, ma a una scala microurbanistica adatta a raggiungere obiettivi specifici vincolando gli interventi per evitare consumo di suolo – dice Faustini – abbiamo sentito anche noi il bisogno del masterplan”. Perché? “Perché mancava quell’anello in mezzo, uno strumento capace di parlare come un’agenda, come uno strumento fluido che ha la capacità di analizzare una micro città, nel nostro caso la Cittadella dello sport, in cui avevamo bisogno di ridisegnare la città pubblica”.

L’anello mancante è quindi “uno strumento che sia sì progettuale, ma non nel senso di progetto da realizzare, quanto piuttosto di declinazione alla maniera progettuale delle strategie che avevano già indicato, all’interno dello strumento di piano, i bisogni sociali, ambientali, di città pubblica e di attività richieste dalla comunità in quel comparto urbano”. Per Piacenza, quindi, il Masterplan “è servito a tradurre in un oggetto condivisibile e chiaro, anche da raccontare ai cittadini, quella che era l’idea in quella micro città, ma è servito anche a innescare un elemento fondamentale per città come la nostra, che è quello di far partire un partenariato pubblico privato, perché è grazie a questo strumento che siamo riusciti nel nostro obiettivo”.

La cittadella dello sport era nata negli anni ’60 come area disordinata e non pianificata, come somma di interventi scollegati. “Il Masterplan – dice Faustini – ha ridisegnato la città pubblica del pavimentato, creando gli spazi della città gratuita, mettendo insieme tutte le esigenze della comunità. Questa visione di insieme ci ha consentito di raggiungere un obiettivo molto concreto, far partire un PPP da 18 milioni di euro per rifare il polisportivo. Quindi, grazie a questa visione di insieme, a questa possibilità di raccontare un’idea di città che metteva insieme tutti i bisogni della città, abbiamo anche avuto la forza di coinvolgere gli operatori privati”.

Anche a lei la stessa domanda: il Masterplan va normato? “Non deve essere assolutamente normato – risponde Faustini – spero che non venga in mente a nessuno di normarlo. Definiamolo tra noi, raccontiamo le case history, aiutiamoci a migliorarne l’uso, ma se lo facciamo diventare parte di una normativa, temo che ne resteremo tutti scontenti”.

Maurizio Carta (Palermo): demolire il Piano regolatore generale conformativo, serve uno strumento incrementale e adattivo ma Masterplan è un termine sbagliato

Maurizio Carta ne ha fatto anzitutto una questione lessicale, prima con un certo grado di provocazione, poi portandosi dietro in realtà i colleghi e gli altri intervenuti in una discussione che ha inglobato l’innovazione lessicale come parte importante del cambio di paradigma. Aldilà delle pratiche che sottende, il termine Masterplan proprio non va. “Masterplan – spiega Carta – significa in inglese il piano del padrone e nn traduce altro che il nostro piano regolatore generale”. E demolire il piano regolatore conformativo è il principale obiettivo culturale e operativo di Carta professore e assessore. “Se a Roma e a Piacenza ci sono ottime pratiche nelle mani di assessori molto validi, noi dobbiamo provare a estrarre da queste pratiche elementi che possano servire anche in altri contesti che ancora invece sono imprigionati dentro la forma, gli strumenti e le risposte del Piano regolatore generale”.

L’attacco al PRG merita di essere riportato alla lettera. “Siamo tutti consapevoli – dice Carta – che la formula conformativa, regolativa, deterministica, pluriennale fino all’infinito e quindi senza tempo, del Piano regolatore generale nelle sue diverse declinazioni regionali non cambia nulla, è inefficace, tanto è vero che produce una costante, permanente ricerca di stati di eccezione, come li chiamava Agamben, cioè varianti costanti e puntuali: il PRG produce i suoi anticorpi nel momento in cui viene prodotto. Sa di non poter essere attuato per come è disegnato, quindi la dimensione regolativa della città o di una porzione cospicua di essa, è inattuale in termini temporali e inattuabile in termini amministrativi”.

Che cosa dovrebbe sostituire il PRG? “Serve uno strumento o, meglio, un bricolage di strumenti – dice Carta – e quindi la capacità di montare strumenti di varia natura, talvolta anche non necessariamente spaziali, come agende o interventi sulla dimensione fiscale o altri strumenti che hanno a che fare con forme negoziali e pattizie. Devono però avere due caratteristiche: devono essere incrementali, perché ho bisogno di accompagnare un processo per capire se alcuni effetti che io presuppongo si realizzano; e soprattutto deve essere adattivo, cioè deve avere la capacità di rispondere e reagire in tempi e in termini molto più rapidi a cambi di contingenza o anche a inefficacia di alcune azioni. In alcuni casi posso avere una un presupposto finanziario che viene meno, in altri casi posso avere un attore che viene meno. In questi casi, ho bisogno di cambiare strategia. Allora, non possiamo più pensare che città complesse possano essere guidate da una regia perché non c’è più l’attore unico pubblico. Da da un Piano regolatore generale ci serve di passare a uno strumento incrementale adattivo che non può essere il Piano regolatore in inglese, Masterplan”.

Silvia Viviani (Livorno):

Silvia Viviani con Giorgio Santilli

Di Silvia Viviani ci piace riportare alcune riflessioni che ha appuntato nel corso del dibattito e che fanno bene da sintesi della discussione di ieri. “Io ho inteso il masterplan, alias innominato, – scherza Viviani dimostrando però di accettare anche la sfida del nome lanciata da Carta – come uno strumento agile per la qualità delle azioni pubbliche. Resto convinta che sia necessario e utile. Appoggiandosi al Masterplan oggi pomeriggio però sono emersi altri strumenti che sembrano rispondere a ciò che il termine evoca: un nuovo tipo di piano urbanistico generale applicato alla città consolidata, che superi il tradizionale piano conformativo; una piattaforma di intesa negoziale per le trasformazioni urbane che si attuano tramite partenariato pubblico privato; uno scenario intersettoriale basico e non appartenente alla filiera degli atti urbanistici ma utile per individuare ambiti di intervento e principali caratteristiche su cui lavorare. Sono sguardi, indicazioni, contributi di tipo esperto che dell’urbanistica attuale vedono la non rispondenza alla contemporaneità e che nella ipotetica innovazione dell’urbanistica portano le proprie esperienze. Di qui sono usciti dispositivi molto diversi fra loro, ma ognuno con una sua spiccata propensione verso la gestione di processi complessi di rigenerazione urbana. Dunque ora che fare? Provare a dare a ognuno una sorta di carta di identità per posizionarli nel dibattito e verificarne condivisibilità e fattibilità?”

Una riflessione, quella di Viviani, che già segna la strada per dare un seguito al dibattito di ieri nei giorni prossimi. DIAC dovrà dare conto anche di opinioni diverse e meno radicali, che ieri sono state espresse, per esempio quella del presidente dell’INU, Michele Talia; così come dovrà raccontare un’esperienza avanzata come quella del Demanio, capace di tenere in pipeline 170 Masterplan contemporaneamente, raccontata ieri dal responsabile dell’Area progettazione dell’Agenzia, Fabrizio Tucci; o ancora la deviazione tutt’affatto diversa proposta da Pierluigi Mantini che pensa a un Masterplan come strumento urbanistico strutturato – per quanto non obbligatorio – per la trasformazione di parti di città, capace forse di risolvere le contraddizioni emerse nell’ordinamento, anche con riferimento al “caso Milano”.

Tutte posizioni che alimentano il dibattito voluto da DIAC, Ma non si può comunque che ripartire dalla sintonia esplicitata da Viviani e Carta, e sostanzialmente condivisa anche da Veloccia e Faustini, che “dell’urbanistica attuale vedono la non rispondenza alla contemporaneità”. Una convergenza mai così esplicita che sembra preannunciare l’inizio di una nuova fase per l’urbanistica italiana.

Argomenti

Argomenti

Accedi