GLI EMENDAMENTI AL DECRETO LEGGE/1
Il contro-Piano Casa del Pd da 8,8 miliardi: fondi dal Ponte sullo Stretto, rientro di Cdp, priorità ad ERP e aree ad alta tensione abitativa, alt commissario

C+S Architects, Torri residenziali R11 a Cascina Merlata, Milano. Foto Alessandra Bello
Parte dal contro-Piano casa del Pd l’analisi di DIAC sugli emendamenti dei gruppi parlamentari al decreto legge 66 (che continueremo nei prossimi giorni): inevitabile partire da qui, non solo perché la controproposta Dem apre il fascicolo degli emendamenti con il numero 1.1, ma anche perché promette di innalzare il dibattito politico portandolo oltre i confini del progetto legislativo della maggioranza. La sostituzione dell’articolo 1 con un piano organico da 8,8 miliardi in otto anni, finanziato in gran parte dai fondi oggi assegnati al Ponte sullo Stretto, il drastico ridimensionamento dell’articolo 2 (che era il cuore del primo pilastro salvinian-meloniano e che ora diventa la leva per far rientrare in gioco Cdp, sia pure esclusivamente per erogare mutui a Regioni e Comuni per l’acquisto di abitazioni da dare in locazione) e la soppressione dell’articolo 3 sul commissario straordinario disegnano uno scenario radicalmente diverso da quello del governo. Ed è evidente che questo emendamento firmato dai responsabili in commissione Furfaro e Simiani e dalla capogruppo Braga non punta certamente a ottenere chirurgiche modifiche al testo nel gioco parlamentare, quanto ad alzare il volume sul tema casa per farlo uscire dall’Aula parlamentare.
Funzionale ad alzare i decibel è certamente il gioco di porre in alternativa e in contrapposizione la politica per la Casa e il Ponte sullo Stretto, usando lo stesso sistema del governo di “riciclare” fondi già esistenti, ma non togliendoli ai progetti di rigenerazione urbana dei comuni, bensì alla maxiopera che il Pd considera oggi sbagliata. Si tratta di un salto deciso che implica scelte politiche forti e una proposta di cambiamento di priorità in luogo di uno spostamento di risorse all’interno dello stesso perimetro. Ma anche la soppressione del commissario straordinario che nel progetto di governo deve guidare la ricognizione degli immobili pubblici destinabili ad alloggi popolari o sociali, la chiara indicazione di un pilastro ERP beneficiario esclusivo dei fondi pubblici che regge da solo l’intero contropiano, la cancellazione del ruolo Invitalia per far rientrare in gioco Cdp, la chiara indicazione di un ordine di priorità degli interventi nelle aree ad alta tensione abitativa (dove in molti comuni metropoiltani governa il centro-sinistra) sono tutti elementi alternativi e incompatibili al piano governativo. Non mancano proposte di modifiche, all’interno dell’emendamento, che possono invece contribuire a migliorare o correggere l’attuale testo. All’articolo 2, per esempio, viene chiarito che i comuni sono fra i soggetti attuatori e si propone di includere le cooperative di abitanti e di loro consorzi tra i soggetti attuatori del programma straordinario nazionale di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale. All’articolo 1 viene proposto un espresso riferimento al fabbisogno di alloggi in locazione a canone sostenibile e di lunga durata.
Anche la procedura di approvazione del piano indicata dal Pd parla chiaro. Un piano pluriennale approvato dal Cipess sulla base di un accordo con la Conferenza unificata: siamo nell’ambito di una programmazione “strutturata” per superare “in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa”.
Gli obiettivi del piano sono altrettanto tranchante: incremento dell’offerta di alloggi di ERP, da realizzare nel rispetto dei criteri di efficienza energetica e di sicurezza antisismica; riduzione delle emissioni climalteranti, utilizzando fonti rinnovabili per la produzione di energia e sistemi di domotica; rigenerazione urbana a consumo di suolo zero, mediante l’utilizzo di aree pubbliche dismesse e la demolizione e ricostruzione con aumento volumetrico di edifici di edilizia residenziale pubblica esistenti non più idonei all’utilizzo per le loro finalità residenziali.
Il Piano del Pd prevede “la realizzazione di misure di recupero del patrimonio abitativo esistente o di costruzione di nuovi alloggi ed è articolato, sulla base di criteri oggettivi che tengano conto dell’effettivo disagio abitativo presente nelle diverse realtà territoriali, nei seguenti interventi: a) incremento del patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblica e di edilizia sociale con le risorse derivanti dall’alienazione di alloggi di edilizia pubblica in favore degli occupanti muniti di titolo legittimo, in particolare degli alloggi situati in condomìni misti; b) recupero e razionalizzazione degli immobili e degli alloggi di edilizia residenziale pubblica di proprietà dei comuni e degli istituti autonomi per le case popolari, comunque denominati, costituiti anche in forma societaria, e degli enti di edilizia residenziale pubblica aventi le stesse finalità dei suddetti istituti, sia mediante il ripristino di alloggi rimasti liberi per qualsiasi ragione, sia mediante la manutenzione straordinaria degli alloggi anche ai fini del loro adeguamento energetico, impiantistico e statico e del miglioramento sismico degli immobili; c) cessione dei diritti edificatori come corrispettivo per la realizzazione anche di unità abitative di proprietà pubblica da destinare alla locazione a canone agevolato; d) costituzione di un sistema integrato nazionale e locale di fondi immobiliari per l’acquisizione e la realizzazione di immobili per l’edilizia residenziale pubblica ovvero promozione di strumenti finanziari con la partecipazione di soggetti pubblici e privati, per la valorizzazione e l’incremento dell’offerta abitativa pubblica in locazione.
Sono ammessi interventi in deroga agli strumenti urbanistici ma devono tutti “comunque rispondere a specifiche ragioni di interesse pubblico deliberate dal consiglio comunale nel rispetto delle disposizioni del codice dei beni culturali e del paesaggio”.