La rivoluzione digitale che serve al mondo dell’edilizia
Il settore più antico della civiltà umana – quello edilizio – può trarre beneficio dalla rivoluzione in corso nella digitalizzazione dei dati e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per arrivare a migliorare il processo decisionale? La domanda è quanto mai di attualità nel momento in cui il nostro Paese è impegnato in un processo di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio che prevede precisi obiettivi quantitativi a scadenze già definite. Il Governo dovrà infatti approvare entro il 31 dicembre 2026 il Piano Nazionale di Ristrutturazione del patrimonio edilizio previsto dalla direttiva EPBD – Energy Performance of Buildings Directive, anche detta “Case green” – con le misure per la riduzione di consumi e emissioni. Per ottimizzare l’impegno di risorse economiche (limitate) e centrare gli obiettivi fissati dalla direttiva – garantire che gli edifici residenziali riducano l’energia primaria media utilizzata del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 – risulta necessario disporre di informazioni aggiornate sulla situazione del parco edilizio, e in particolare degli immobili nelle classi energetiche peggiori, per arrivare a individuare le priorità tipologiche e territoriali, in particolare all’interno delle città più grandi dove troviamo la quota più significativa di condomini dove vive larga parte delle famiglie in condizioni di povertà energetica.
In teoria i dati esistono ma nella realtà la loro gestione è frammentata e non esiste un coordinamento, nessuno ha ancora verificato se siano accessibili in formato digitale e per quali informazioni, tanto che l’accesso risulta difficile perfino per gli Enti pubblici. L’analisi degli attestati di prestazione energetica degli edifici (APE) consentirebbe di avere informazioni su efficienza e consumi. La buona notizia è che cominciano ad essere significativi i numeri a disposizione ma la gestione in mano alle regioni vede diverse contraddizioni e differenze. Un altro patrimonio di conoscenze importante potrebbe venire dall’analisi delle schede dei milioni di interventi realizzati negli ultimi 15 anni sul patrimonio edilizio finanziati da eco bonus, bonus facciate, superbonus. Queste informazione sono nella disponibilità di Enea, ma per risultare utili occorrerebbe disporre di una localizzazione per quartieri se non per immobile, che sembra non essere possibile.
La vera sfida è creare una banca dati del patrimonio edilizio organizzata in modo da rendere possibile arrivare a individuare le priorità da un punto di vista energetico e sociale e poi le misure di intervento più efficaci in termini costi-benefici. Si potrebbe partire dalle città metropolitane per organizzare un sistema di gestione dei dati degli APE, degli incentivi, dell’indice Istat del disagio socio-economico (l’IDISE, che misura le difficoltà di individui e famiglie a livello di quartieri/sezioni di censimento) per capire da dove partire e come intervenire al minor costo e nel minor tempo. E magari avere uno specifico ambito di approfondimento sul patrimonio pubblico, perché lì i target europei sono anticipati come scadenza. Coinvolgendo gli enti di ricerca si potrebbero applicare programmi di intelligenza artificiale per simulare gli scenari più efficaci di intervento ma anche realizzare dei carotaggi su alcuni interventi realizzati per verificare l’efficacia degli incentivi utilizzati, il modo in cui le tecnologie si sono integrate per rispondere ai fabbisogni termici oltre che a quelli elettrici. Ad esempio, come le pompe di calore integrate con il solare fotovoltaico siano in grado di soddisfare i fabbisogni, nei differenti mesi, di riscaldamento e acqua calda sanitaria. Inoltre, oramai tutti i dati elettrici sono digitalizzati, nella disponibilità di Arera e dei distributori, per cui davvero si può arrivare a risultati di grande dettaglio e interesse ai fini delle decisioni.
Le questioni aperte rimangono due. La prima è la gestione di questa banca dati, perché c’è un evidente tema di privacy, ma è una questione oggi facilmente risolvibile da un punto di vista tecnico. Mentre in parallelo magari diventa possibile per i Comuni mettere a disposizione delle famiglie un pacchetto di dati digitalizzati – di cui spesso non sono a conoscenza – utili per le proprie scelte di intervento su impianti e isolamento termico. La vera scelta delicata è quella politica di intraprendere una strada che non è tanto costosa – i risparmi sarebbero enormi in termini di risparmio di gestione – o complessa da organizzare, quanto difficile per un Governo che contro la Direttiva “Case green”aveva organizzato una durissima opposizione e da cui è difficile persino avere informazioni sul Piano di ristrutturazione e rispetto a se e come vuole organizzare sulla proposta un confronto con il mondo delle costruzioni.

Ecologista
Edoardo Zanchini è direttore dell’ufficio clima del Comune di Roma. È stato vicepresidente nazionale di Legambiente dal 2011 al 2022. Architetto, PhD in pianificazione urbanistica, ha insegnato nelle Università di Roma, Ferrara e Pescara (dove è stato ricercatore). È stato nei board dei network ambientalisti Transport and Environment, Renewables Grid Initiative, Worldwide carbon price, e di diversi comitati scientifici. Autore di saggi in materia di energia, clima, sostenibilità urbana.