DIARIO POLITICO

Trump, Meloni e i conflitti con i giudici: il referendum di marzo è già uno spartiacque

23 Feb 2026 di Pol Diac

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Nessuna presa di posizione, nessuna parola di distanza. Di fronte all’ennesima escalation di Donald Trump il governo italiano sceglie il silenzio. Dopo la sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dalla casa Bianca, il presidente Usa ha reagito con un attacco frontale ai giudici – molti dei quali nominati da lui stesso – e con la minaccia di una nuova ondata di tariffe ancora più pesante della precedente. Una rappresaglia politica contro il controllo di legalità, un messaggio che suona come un avvertimento: chi limita il potere esecutivo diventa un nemico. Non solo. (…)

La decisione di rilanciare i dazi cancella di fatto gli accordi raggiunti con i partner internazionali, a partire da quello siglato nel luglio scorso con Ursula von der Leyen nel golf-resort scozzese di proprietà del tycoon. Un’intesa già allora apparsa sbilanciata, oggi ridotta a carta straccia da una scelta unilaterale che conferma l’inaffidabilità dell’interlocutore americano lasciando nell’incertezza migliaia di aziende.

E l’Italia? Giorgia Meloni non commenta. Come già accaduto in altre occasioni, la Presidente del Consiglio evita di prendere le distanze dal “principale alleato“, a maggior ragione quando la condotta di Trump è talmente spiazzante da non non consentirle ricostruzioni edulcorate per l’opinione pubblica italiana, a partire dal suo elettorato che, come é ormai acclarato, non ama l’inquilino della Casa Bianca.

Di questi tempi mantenere una certa distanza può essere determinante per la Premier, attesa tra un mese al test referendario. Una prova che sembrava essere a portata di mano e che invece di giorno in giorno si è andata complicando. E la ragione è che una parte significativa degli italiani comincia a pensare che in questo referendum sulla giustizia ci sia ben più della separazione delle carriere tra pm e giudici. Che dietro la riforma si celi un riequilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo, una torsione volta a ridimensionare l’autonomia della magistratura.

In questo contesto, l’ostentata sintonia con un presidente che attacca frontalmente i giudici non è un dettaglio. Anzi, alimenta il sospetto di una trumppizzazione portata avanti attraverso la delegittimazione delle istituzioni di garanzia, il conflitto permanente con il potere giudiziario. Anche perché la sensazione è che Meloni sempre più venga risucchiata da questo rapporto tossico come dimostra anche la scelta di far partecipare l’Italia – sia pure come osservatore – a quel Board of peace che in realtà non è altro che un comitato d’affari.

Il voto del 22-23 marzo è così diventato inevitabilmente uno spartiacque. Lo confermano quel “Fermiamoci” pronunciato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, solitamente poco incline agli appelli, e ancor di più l’intervento a sorpresa di Sergio Mattarella all’ultima riunione del CSM che il ministro della giustizia Carlo Nordio aveva appena bollato come organo paramafioso. Giudizio peraltro ampiamente condiviso nella maggioranza di governo secondo le ammissioni – fuori microfono – della senatrice della Lega Simonetta Matone che ha invitato i colleghi alleati a non attaccare pubblicamente la magistratura per non favorire il no.

Ecco allora riaffacciarsi quel timore di una trumpizzazione made in Italy che di giorno in giorno appare sempre più difficile da scacciare e che trasforma l’appuntamento referendario in un appuntamento politico sull’equilibrio dei poteri dello Stato perché quando il modello diventa quello di chi considera le sentenze un intralcio e gli accordi un optional, il referendum non è più su una riforma ma sull’esercizio del potere.

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