L'ULTIMO MIGLIO PNRR DI RETE FERROVIARIA ITALIANA
RFI, rebus subcommissari. Ma le priorità sono salvare Rizzani e far lavorare Pizzarotti nei casi di crisi
Per la società guidata da Aldo Isi (in foto) il Dl infrastrutture non dà indicazioni se confermare i vecchi commissari come vice o meno, ma complica le cose imponendo che siano in organico a RFI (non al gruppo Fs). Sul contractor friulano l’interesse di WeBuild. Fs vorrebbe impiegare la società parmense quando fallisce un appaltatore ma il codice appalti obbliga a riaffidare al secondo classificato.

Aldo Isi, amministratore delegato di RFI
IN SINTESI
Non è per niente facile l’ultimo miglio di PNRR per Rete Ferroviaria Italia, la controllata Fs guidata dall’amministratore delegato, Aldo Isi, e responsabile degli investimenti infrastrutturali del gruppo. Non solo per i lavori da portare a termine sul filo delle scadenze, che restano il maggiore fronte di impegno. Ci sono altre ragioni di preoccupazione.
La richiesta di concordato preventivo di Rizzani de Eccher e l’interesse di WeBuild
Anzitutto, le difficoltà finanziarie e operative in cui versano contractors impegnati proprio su alcuni di quei cantieri, come, da ultimo, il friulano Rizzani de Eccher, che ha richiesto la procedura di concordato preventivo al Tribunale di Trieste e ha in gestione, fra le altre opere, gli 8 km PNRR del collegamento ferroviario per l’aeroporto Marco Polo di Venezia (428 milioni) e il lotto 5 della ferrovia Catania-Palermo (588 milioni). Inevitabile la preoccupazione che su queste opere non si riesca a completare i lavori se non interverranno a breve delle soluzioni.
Fra le ipotesi fatte in questi giorni per una soluzione rapida della crisi c’è un’acquisizione da parte di WeBuild di tutto o parte della società friulana. Il gruppo guidato da Pietro Salini è effettivamente interessato, ma vuole vederci chiaro soprattutto sui debiti del l’azienda friulana che indiscrezioni di questi giorni attestano a un miliardo di euro: WeBuild attenderà quindi i risultati di una due diligence che dovrebbe svelare il reale stato del gurppo prima di prendere qualunque decisione, senza trascurare altre variabili che pesano molto, come l’atteggiamento delle banche e i tempi del Tribunale.
L’operazione subcommissari
Si aggiunge alle tensioni Pnrr anche l’operazione faraonica di rimappatura dei commissari alle opere ferroviarie. Non basta disporre, come fa il Dl Infrastrutture approvato il 5 febbraio dal Cdm, che decadono 11 commissari straordinari nominati negli anni, per numerose opere ciascuno, per lasciare il posto al supercommissario Isi (si legga qui l’articolo di Maria Cristina Carlini per l’elenco completo di commissari e opere che decadono). Perché è evidente che il supercommissario starà in quel ruolo come “capo azienda”, ma qualcun altro dovrà lavorare gli infiniti dossier sul territorio.
Il problema dell’articolazione di questa struttura commissariale, uscito dalla porta, rientra così dalla finestra: a lavorare, correre, ascoltare, proporre sul territorio saranno i subcommissari che poi renderanno conto al supercommissario. Il primo, fondamentale, problema di Isi è quindi definire la mappa dei subcommissari. E qui i criteri per “mappare” possono essere diversi. Anche perché, contrariamente a quanto succede per i subcommissari del supercommissario Anas Gemme, dove il decreto legge indica chiaramente che dovranno essere nominati in automatico i capi dei compartimenti territoriali, per RFI il decreto nulla dice se non che i subcommissari dovranno essere in organico a RFI.
Cosa farà Isi? Confermerà gli attuali commissari in veste di subcommissari? Deciderà di volta in volta, dividendo fra “promossi” e “bocciati”, magari anche in base ai risultati del lavoro fatto finora? Farà un radicale rinnovamento? Al momento nulla si sa, anche se il buon senso farebbe pensare – al netto di criticità specifiche – più a riconferme che a rinnovamenti: dirigenti che da anni lavorano sul territorio, parlano con le Regioni, con i comuni e con le altre autorità locali, discutono progetti, varianti, soluzioni progettuali lascerebbero un vuoto enorme se dovessero essere accantonati. Più che un’accelerazione sarebbe, inevitabilmente, un rallentamento, non fosse altro perché i “nuovi” dovrebbero presentarsi ai vari interlocutori. Né finora si è ipotizzata una soluzione modello Anas, con la normina dei veritici delle strutture territoriali che, per altro, hanno parecchio altro da fare sul territorio, oltre alle grandi opere.
Per la stragrande maggioranza dei commissari uscenti è rispettato il requisito di essere dirigenti o funzionari RFI: la riconferma in funzione di vice verrebbe facile. In qualche caso, però, la condizione posta dal decreto legge può costituire un problema. L’esempio classico è quello di Vincenzo Macello, commissario di numerose opere fra cui le più importanti del Nordest (le linee AV Brescia-Verona-Vicenza-Padova, la Venezia-Trieste, il collegamento con l’aeroporto di Venezia). Macello è stato un dirigente di primissimo livello di RFI, in cui ha ricoperto anche l’incarico prestigioso di direttore degli investimenti, ma attualmente è in forze come direttore Engineering&Operations a Italferr (ora Fs Engineering), la società di ingegneria del gruppo. Una condizione che non appare come un impedimento insormontabile ma che va risolta, se Isi lo vorrà confermare come vice su almeno alcune delle linee che presidia attualmente.
Stesso discorso per Calogero Mauceri, capo del Dipartimento per le opere pubbliche, le politiche abitative e urbane, le infrastrutture idriche e le risorse umane e strumentali del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dal 25 gennaio 2023. Mauceri è commissario della Bussoleno–Avigliana–Orbassano e soprattutto del Terzo valico e del nodo di Genova. Sul Terzo valico e sul nodo di Genova, che sono fuori dell’oggetto del decreto legge, Mauceri dovrebbe mantenere il proprio incarico, mentre sulla Bussoleno-Avigliana-Orbassano si pone la stessa questione compatibilità che si pone per Macello, aggravata dal fatto che Mauceri non è neanche all’interno del gruppo Fs.
L’impiego di Pizzarotti nelle crisi di altri appaltatori
C’è poi il tema di cosa farà (e cosa potrà fare) il ramo ferroviario dell’impresa Pizzarotti che Fs stanno acquisendo in casi di emergenza come quello che si profila con Rizzani de Eccher. Sarebbe un paradosso per Fs essersi dotati di un’impresa di costruzioni e poi non poterla utilizzare nel momento in cui si presentassero crisi di altri contractors e rallentamenti o blocco di cantieri in corso.
Eppure è proprio così. Oggi Pizzarotti non potrebbe intervenire per realizzare i lavori lasciati da un precedente appaltatore. Il codice degli appalti vieta una soluzione di questo tipo: il primo comma dell’articolo 124 dispone infatti che – in caso di liquidazione giudiziale, di liquidazione coatta e concordato preventivo, di risoluzione del contratto o in caso di dichiarazione giudiziale di inefficacia del contratto – “le stazioni appaltanti interpellano progressivamente i soggetti che hanno partecipato all’originaria procedura di gara, risultanti dalla relativa graduatoria, per stipulare un nuovo contratto per l’affidamento dell’esecuzione o del completamento dei lavori, servizi o forniture, se tecnicamente ed economicamente possibile”. RFI è quindi obbligata a interpellare il secondo classificato per riassegnare l’appalto alle stesse condizioni poste dal vincitore, poi il terzo e così via. Non potrebbe chiamare Pizzarotti.
C’è, a dire il vero, una strada alternativa per le opere di importo superiore alla soglia Ue (5,4 milioni). L’articolo 216 dello stesso codice degli appalti, al secondo e terzo comma, prevede infatti che sia obbligatorio un parere del collegio consultivo tecnico (CCT) nei casi di risoluzione contrattuale; in particolare, “se, per qualsiasi motivo, i lavori non possono procedere con il soggetto designato, prima di risolvere il contratto, la stazione appaltante acquisisce il parere del collegio consultivo tecnico, anche in ordine alla possibilità che gravi motivi tecnici ed economici rendano preferibile la prosecuzione con il medesimo soggetto”. Il CCT può indicare alla stazione appaltanti una delle quattro ipotesi previste: scalare la graduatoria per riaffidare l’appalto, rifare la gara, chiedere la nomina di un commissario governativo oppure – ed è la prima possibilità indicata alla lettera a) – “procedere all’esecuzione in via diretta dei lavori, anche avvalendosi, nei casi consentiti dalla legge, previa convenzione, di altri enti o società pubbliche nell’ambito del quadro economico dell’opera”.
Uno spiraglio per un utilizzo di Pizzarotti a pieno titolo nel caso di crisi di altre imprese appaltatrici? Difficile. Vuoi perché il parere del CCT non sarebbe né veloce né scontato, vuoi perché stiamo parlando di procedure da attivare in caso di risoluzione del contratto. Ma qui interviene l’articolo 95 del codice delle crisi di impresa che, al primo comma, dispone che “i contratti in corso di esecuzione, stipulati con pubbliche amministrazioni, non si risolvono per effetto del deposito della domanda di concordato” e che “sono inefficaci eventuali patti contrari”. Il secondo comma precisa poi che “il deposito della domanda di accesso al concordato preventivo non impedisce la continuazione di contratti con le pubbliche amministrazioni, se il professionista indipendente ha attestato la conformità al piano, ove predisposto, e la ragionevole capacità di adempimento”.
Il profilo normativo per un impiego “ottimale” di Pizzarotti si pone in casa Fs. Che il ministro Salvini o altro componente del governo vogliano dare una mano a risolverlo, però, è tutto da vedere.