BRACCIO DI FERRO SULLA BOLLINATURA, FORSE CDM-BIS

La Rgs cambia il Dl Pnrr. Acqua, saltano le priorità a vecchie opere e gestori. Riserve, sì all’anticipo 10%

La Ragioneria (nella foto Daria Perrotta) esclude rifinanziamenti al piano idrico dai risparmi del Piano nazionale complementare. Via i fondi alla diga di Campolattaro e al sistema Peschiera-Capore. Dopo l’intervento di Donnarumma che ha escluso esborsi superiori ai due miliardi, confermata la norma con cui RFI anticiperà il 10% delle riserve iscritte. Non escluso nuovo passaggio al Cdm a 20 giorni dal primo.

18 Feb 2026 di Giorgio Santilli

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La Rgs cambia il Dl Pnrr. Acqua, saltano le priorità a vecchie opere e gestori. Riserve, sì all’anticipo 10%

Daria Perrotta, Ragioniera generale dello Stato

Non sappiamo se la Ragioniera generale dello Stato, Daria Perrotta, abbia letto l’articolo di Diario DIAC del 30 gennaio con cui raccontavamo i contenuti dell’articolo sul Piano idrico del decreto Pnrr. Il titolo era: “Pnrr, il nuovo fondo acqua parte con vecchie priorità: 285 milioni per diga di Campolattaro e Peschiera” (si veda qui). Quel che è certo è che Perrotta ha preteso di eliminare dal decreto legge proprio quella norma che definiva una riserva finanziaria per tre vecchie opere: oltre alla diga citata (finanziamento 205 milioni) e all’adduttrice Ottavia-Trionfale del sistema acquedottistico del Peschiera-Capore (finanziamento 23 milioni), il primo lotto del nuovo acquedotto Marcio (finanziamento 57 milioni). Opere inserite nel Pnrr che non sono riuscite a rispettare la scadenza del 2026 per il completamento e che si sarebbero volute recuperare in automatico nel nuovo strumento finanziario da un miliardo, gestito da Invitalia, che va a finanziare le opere del PNIISSI superando la scadenza del 2026 con la benedizione della Ue. Il travaso è forse sembrato troppo smaccato (pensando al giudizio Ue) e il gioco è saltato. Le tre opere si metteranno in fila come le altre per entrare nelle graduatorie di assegnazione dei finanziamenti.

Scherzo simile – ma di portata che rischia di essere ben più ampia – è avvenuto con la priorità, anzi con la riserva, assegnata dallo schema di decreto entrato in Cdm ai progetti dei gestori del Servizio idrico integrato riconosciuti dall’Arera. Nella versione del decreto entrata in Consiglio potevano accedere ai finanziamenti del nuovo strumento finanziario – oltre alle tre opere individuate ex lege – solo progetti presentati dai gestori idrici. La norma è totalmente saltata, anche qui per indicazione della Ragioneria: anche le opere promosse dai gestori idrici dovranno mettersi in fila come altri. Specularmente, si dà spazio a proposte presentate da soggetti diversi dai gestori del Servizio idrico integrato. Più tradizionale, se vogliamo, la terza modifica imposta dalla Rgs sull’acqua: il piano idrico non potrà essere alimentato anche dai risparmi del Piano nazionale complementare. Alla Ragioneria non piacciono troppo questi passaggi finanziari precostituiti e preferisce lasciarsi mani libere nel valutare dove andranno le risorse risparmiate e, semmai, come saranno rafforzati il PNIISSI e lo strumento finanziario idrico.

Le novità appena descritte all’articolo 24 arrivano dal nuovo testo del decreto legge Pnrr ultimo miglio, confezionato a venti giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri. Se non è un record, poco ci manca, per il provvedimento ancora privo della bollinatura. E dire che il provvedimento è urgente davvero, non solo pro forma, considerando la corsa che ci aspetta per percorrere l’ultimo miglio del Pnrr. Il nuovo testo recepisce però le condizioni della Ragioneria e dovrebbe quindi mettere fine al braccio di ferro, portando abbastanza speditamente al “bollino”. C’è però chi ipotizza che il provvedimento, pesantemente modificato in diverse parti, debba tornare all’approvazione del Consiglio dei ministri. Il braccio di ferro si è nutrito di micro sistemazioni di coperture finanziarie, di molte riscritture che hanno reso il testo più chiaro, di modifiche sostanziali come quelle descritte sopra, di discussioni sull’impatto finanziario di alcune norme che alla fine non hanno portato a correzioni.

A questo ultimo gruppo di norme appartiene l’articolo 23 che prevede la possibilità per Rete Ferroviaria Italiana (RFI), fino al marzo 2026, di pagare alle imprese un anticipo pari al 10% delle riserve iscritte a registro per “oneri già sostenuti”. Si tratta di una soluzione – certamente non l’unica e probabilmente né la migliore né la più equa – per garantire alle imprese liquidità fondamentale per mandare avanti e concludere i lavori Pnrr (anche se la norma non è limitata alle opere Pnrr). Questo avviene infatti in un contesto in cui da mesi RFI, proprio per difficoltà di cassa, paga le imprese con ritardi, anche considerevoli, rispetto ai termini di legge. Le ragioni per cui si sia decisa questa strada rispetto ad altre non sono state spiegate.

Fatto sta che nei giorni passati ci sono state diverse riunioni al Mef (presenti anche le Fs e addirittura i vertici di WeBuild) per tentare di capire che impatto avrebbe avuto la misura e sono circolate stime di 20 miliardi di extracosti, del tutto infondate. Queste cifre si riferiscono infatti – come ha poi precisato ieri l’amministratore delegato di Fs, Stefano Donnarumma – al petitum, a quanto cioè le imprese registrano come riserve e chiedono che sia loro pagato. Ma quello che viene effettivamente pagato alle imprese – dopo un contraddittorio con la stazione appaltante e a volte lodi arbitrali o collegi consultivi tecnici o anche contenziosi veri e propri – è una quota piuttosto limitata di queste richieste. Donnarumma ha quindi gettato acqua sul fuoco dicendo che al massimo le imprese si attendono cifre sotto i due miliardi. Questa rassicurazione ha evidentemente consetito alla norma di passare come era. L’anticipo – dispone la norma – avverrà nel limite delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente per la realizzazione dell’intervento.

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