INTERVISTE MASTERPLAN/11

Irene Sassetti (CNI): “Strumento dinamico, utile a tracciare e coordinare le traiettorie di trasformazione di specifici ambiti urbani”

12 Feb 2026 di Giorgio Santilli

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Irene Sassetti (CNI): “Strumento dinamico, utile a tracciare e coordinare le traiettorie di trasformazione di specifici ambiti urbani”

Irene Sassetti coordina, in seno al Consiglio nazionale degli ingegneri di cui è consigliera, il gruppo di lavoro sulla rigenerazione urbana ed è nel consiglio direttivo del Centro nazionale di Studi Urbanistici (CenSU). Ha accettato di rispondere alle cinque domande di Diario DIAC sul ruolo che può avere il Masterplan nell’attuale stagione di forte domanda di rigenerazione urbana, soprattutto al livello dei comuni. Sassetti è la dodicesima a rispondere. Anche gli Ingegneri vedono con favore un ruolo crescente di questo strumento che certamente non dovrebbe trovare posto nel nuovo Testo unico dell’edilizia, quanto piuttosto in una legge sulla rigenerazione urbana, nelle leggi regionali o, meglio, nella riforma della legge urbanistica generale.

Ingegner Sassetti, il Masterplan può essere considerato uno strumento per inserire, con una certa quota di flessibilità, il progetto di rigenerazione urbana all’interno della pianificazione urbanistica?

Il masterplan, che qualcuno ha efficacemente definito “Piano dei processi”, potrebbe configurarsi come uno strumento capace di individuare gli ambiti di trasformazione entro cui governare processi evolutivi complessi quale è la rigenerazione urbana. Si tratterebbe di uno strumento utile a tracciare e coordinare le traiettorie di specifici ambiti urbani e territoriali, per riprendere la formulazione adottata dal gruppo di lavoro del CNI sulla rigenerazione urbana.

Presenta una duplice vocazione. Da un lato, coordinare e indirizzare i singoli progetti nel rispetto delle previsioni di Piano. Dall’altro, accogliere in una visione unitaria quei temi che la strumentazione ordinaria fatica ancora a metabolizzare e includere, dalla mobilità sostenibile all’adattamento climatico, dall’efficientamento energetico alla partecipazione, fino ai concetti di prossimità e resilienza dei quartieri e sviluppo infrastrutturale. La flessibilità del masterplan, intesa non come indeterminatezza, rappresenterebbe un metodo consapevole di governo delle trasformazioni. Solo l’esperienza e il confronto con le diverse realtà territoriali potranno incrementarne l’utilizzo.

Da un punto di vista normativo, che tipo di strumento sarebbe opportuno e in quale legge andrebbe inserito come elemento di riforma?

La necessità di un corpo normativo unitario del governo del territorio, capace di armonizzare legislazione urbanistica, edilizia, ambientale e paesaggistica, è un’esigenza sottolineata dal CNI. Quanto alla collocazione più appropriata del masterplan, la questione rimane aperta. Inserirlo nella riforma del Testo Unico dell’Edilizia rischierebbe di confinarlo nella dimensione riduttiva del titolo abilitativo. Una legge sulla rigenerazione urbana o una legge regionale potrebbe costituire un’alternativa, a condizione di non trasformarlo in strumento eccezionale anziché ordinario. La sede che appare più coerente potrebbe essere la norma urbanistica generale, dove attualmente non è contemplato, attribuendogli quella funzione di cerniera tra visione strategica e attuazione operativa. Si tratta di un’ipotesi che solo il confronto con la pratica legislativa e con i diversi contesti potrà validare o correggere.

Quali dovrebbero essere i tre contenuti caratterizzanti del Masterplan?

Il masterplan, per sua natura, dovrebbe caratterizzarsi per dinamicità. Non la rappresentazione statica di un assetto finale già compiuto, quanto piuttosto la descrizione delle traiettorie di trasformazione.

Il primo contenuto potrebbe essere un quadro conoscitivo fondato su un approccio multidisciplinare, costruito attraverso processi di condivisione e partecipazione, eventualmente supportati anche dall’intelligenza artificiale, al fine di individuare obiettivi, strategie e le dinamiche sociali, economiche e ambientali che potrebbero attivarsi in questo percorso.

Il secondo riguarderebbe la rappresentazione di uno scenario futuro, eventualmente declinato in alternative possibili, accompagnata dalla definizione di modelli prestazionali con obiettivi misurabili in termini di qualità urbana, ambientale, energetica e sociale, verificando il valore pubblico potenzialmente generato.

Il terzo dovrebbe essere la programmazione degli interventi articolata in fasi, con l’individuazione dei soggetti coinvolti e delle fonti di finanziamento disponibili o attivabili, nonché la verifica della coerenza con le previsioni di Piano e l’individuazione delle azioni di attuazione.

Rispetto alla situazione attuale che si trova a fronteggiare un amministratore, qual è il principale vantaggio che può apportare?

Il vantaggio principale del masterplan potrebbe risiedere nella sua capacità di offrire all’Amministratore uno strumento condiviso e partecipato, intrinsecamente dinamico, configurabile come un’agenda delle strategie da adottare e degli obiettivi da perseguire. In sostanza, un quadro di coerenza operativa entro cui assumere decisioni legittime e motivate. Questo scenario presuppone però che la norma disciplinante il masterplan non entri in conflitto con i principi generali del diritto amministrativo.

Nell’attuale contesto delle politiche nazionali, il Masterplan è secondo lei una priorità da inserire nelle riforme in corso?

L’Italia, come sappiamo, non è un territorio omogeneo. Le pressioni trasformative delle aree metropolitane non sono quelle dei borghi in via di spopolamento, e un modello unico calato dall’alto rischia di non intercettare questa complessità. Occorrerebbe con ogni probabilità uno strumento capace di fissare principi e metodi condivisi, ma al tempo stesso di consentire declinazioni territoriali differenziate, in grado di cogliere le peculiarità dei luoghi. Ne riconosco la priorità in termini di visione organica e di qualità della pianificazione, poiché il masterplan potrebbe rappresentare uno strumento prezioso per gestire gli investimenti pubblico-privati con maggiore consapevolezza. Sarebbe auspicabile che trovasse adeguato sviluppo all’interno di una più generale riforma del corpo normativo.

 

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