FRA SESTA REVISIONE E DECRETO LEGGE ULTIMO MIGLIO

Strumenti finanziari, nuovi target, proroga task force, semplificazioni, coesione e Fsc: il Pnrr va oltre il 2026

Gli strumenti finanziari su acqua, studentati, connettività e agrisolare attiveranno convenzioni che continueranno per anni. Confermate le task force ministeriali e a Palazzo Chigi fino al 2029. Prorogate norme acceleratorie, Fondo opere indifferibili, assunzioni, rendicontazione su Regis per gli interventi stralciati dal Pnrr. Le revisioni di Fondi coesione e Fsc sposteranno risorse sulle priorità.

02 Feb 2026 di Giorgio Santilli

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Strumenti finanziari, nuovi target, proroga task force, semplificazioni, coesione e Fsc: il Pnrr va oltre il 2026

Tommaso Foti, ministro per l'Europa, il Pnrr e la coesione

Il Pnrr oltre il Pnrr, oltre il 2026. Quello che per mesi è stato un auspicio diventa ora una certezza e un disegno organico con il decreto legge “ultimo miglio” approvato la settimana scorsa dal Cdm, ora in attesa della firma del Presiddnete della Repubblica e della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

A proiettare il Pnrr oltre le proprie scadenze non ci sono soltanto i quattro “strumenti finanziari” per acqua, studentati, connettività nelle aree grigie e agrisolare (mentre è saltata la RoSCo ferroviaria) che erano nati da un’invenzione creativa del vicepresidente della commissione Ue Raffaele Fitto nelle linee guida “Road to 2026” ed erano ormai certi già dalla sesta revisione del Pnrr, approvata dal Consiglio Ue il 27 novembre. Prevedono la possibilità di continuare per alcuni anni interventi e investimenti già inseriti nel Pnrr oltre il 2026 grazie a convenzioni e contratti che saranno firmati entro giugno. I lettori di DIAC li conoscono bene, ne parliamo da mesi, soprattutto dei due che più ci interessano delle risorse idriche (affidato a Invitalia) e degli studentati (affidato a Cdp).

Oggi però non diamo ulteriori dettagli degli strumenti finanziari, bensì parliamo del pacchetto di norme articolate all’interno del DL che rendono chiaro come da parte della premier Giorgia Meloni e del ministro per l’Europa, il Pnrr e la coesione, Tommaso Foti, ci sia un disegno organico, non casuale e sempre più chiaro: far vivere per i prossimi 3-4 anni vari strumenti che di fatto prolungano la vita del Pnrr, ne definiscono l’eredità, raccolgono i semi gettati durante questi anni passati. In altre parole, sta prendendo forma quel “piano per il dopo-2026” che hanno auspicato in tanti nei mesi scorsi, dalla Confindustria all’Ance agli artigiani ai sindacati.

Le task force prorogate al 31 dicembre 2029

L’articolo 2 del decreto legge è la prima norma che si incarica di gettare un ponte sul futuro (mentre l’articolo 1 si preoccupa di accelerare tutti gli strumenti possibili per cogliere i risultati del Pnrr al 2026). Il ponte sul futuro si fa con gli uomini, anzitutto, alcune decine di dirigenti e funzionari che in questi anni hanno “incarnato” il Pnrr. Con uno straordinario colpo a sorpresa, il decreto legge conferma fino al 31 dicembre 2029 l’unità di missione di Palazzo Chigi, tutte le task force ministeriali e il nucleo Pnrr della Conferenza Stato-Regioni. Insieme a questa proroga ci sono vari rafforzamenti di capacità amministrativa, come per esempio nella struttura dell’innovazione tecnologica di Palazzo Chigi che acquisisce (qui fino al 31 dicembre 2030) sei dirigenti e 130 funzionari aggiuntivi.

La motivazione ufficiale di queste mosse è che alcuni pezzi del Pnrr – riforme oltre che investimenti e strumenti finanziari – vanno avanti e quindi serve ancora un coordinamento centrale per indirizzare e vigilare. Già questo non sarebbe poco, sarebbe già una importante proiezione del Pnrr oltre il 2026.

Si può però azzardare senza andare lontano dal vero che il disegno è più ambizioso e che ci siano almeno altri due obiettivi fondamentali in questo disegno, a partire dalla misura di proroga delle task force: 1) mantenere il know how creato per gestire il Pnrr che altrimenti andrebbe perso perché si è costruita una “burocrazia del Pnrr” che non avrà realizzato gli obiettivi al 100% ma si è allineata agli standard di efficienza richiesti dal Pnrr superando di gran lunga le performance ordinarie della pubblica amministrazione (in termini soprattutto di rapidità degli interventi, ma anche di capacità di rispondere alla “logica di performance” del Pnrr); 2) questa stessa “burocrazia del Pnrr” saprà fare quello che altri non sarebbero capaci di fare: tenere in vita, settore per settore, le riforme e le procedure eccezionali che sono state sperimentate con il Pnrr e che bisogna portare a regime per non azzerarne gli effetti positivi nel tempo.

La proroga di tutte le norme speciali Pnrr per gli interventi stralciati

La volontà di continuare con le norme speciali Pnrr, soprattutto nel campo della semplificazione, è mostrata dall’articolo 1 del decreto legge che, per raggiungere gli obiettivi Pnrr, prevede deroghe mai viste all’ordinamento italiano, con la possibilità di andare in deroga praticamente a qualunque procedura e legge. Ma qui, si potrebbe obiettare, siamo ancora all’interno del Pnrr, non nelle sue propaggini esterne. Tutto fa pensare che la gran parte di queste accelerazioni continueranno dopo il 31 dicembre, ma c’è un altro segnale molto più forte della volontà di far vivere il Pnrr anche fuori del Pnrr.

Si trova al nono comma dell’articolo 4, che riguarda gli interventi stralciati dal Pnrr. Sembrerebbe materia da “binario morto” e invece il comma prevede di tenere in vita forse per sempre una specie di “Pnrr ombra”: alle centinaia di opere e interventi stralciati in questi anni dal Pnrr, si continua ad applicare pienamente la normativa Pnrr. Parliamo della “disciplina acceleratoria e semplificata”, quindi tutte le procedure eccezionali e le semplificazioni sperimentate con il Pnrr, che continueranno a vivere oltre il 2026; parliamo del rafforzamento della capacità amministrativa, quindi della possibilità di avvalersi di assunzioni e consulenze; parliamo del mantenimento dei contributi incassati dal Fondo opere indifferibili che è stato uno degli strumenti con cui si è affrontato il caro materiali; addirittura parliamo della contabilizzazione degli interventi nel sistema di monitoraggio e rendicontazione della Ragioneria, il famigerato Regis.

Questo ultimo punto è proprio quello che dà la dimensione dell’operazione che si sta mettendo in campo. Non solo dà una notizia nella notizia: Regis andrà avanti a sua volta fino a data da definirsi. Esplicita il disegno: di alcuni aspetti e segni distintivi del Pnrr non ci libereremo forse più, entreranno organicamente dentro la pubblica amministrazione portando con sé gli avanzamenti che il Pnrr aveva segnato.

Il nuovo piano ferroviario con target e milestones

C’è un altro aspetto che ci racconta dell’eredità virtuosa del Pnrr. In Italia, prescindendo anche dal “cane da guardia” europeo, si continuerà a pianificare con il sistema virtuoso dei target e dei milestones. Veramente qui c’è una pubblica amministrazione di serie A e una di serie B. Questa è l’essenza stessa del “modello Pnrr”. Come sempre è successo in questi mesi passati, chi si spinge più avanti nel proporre innovazioni da Pnrr è il ministero delle Infrastrutture. E infatti troviamo all’articolo 22 del decreto legge l’attuazione della nuova Riforma 1.3 inserita con l’ultima revisione nella Missione 3 componente 1, vale a dire l’efficientamento del sistema ferroviario.

Con l’articolo 22 del decreto legge questa riforma viene attuata diventando revisione radicale delle procedure di programmazione degli investimenti ferroviari. Fra le tante innovazioni (anche queste i lettori di DIAC conoscono bene per le anticipazioni delle settimane scorse) c’è una pianificazione che fino a oggi aveva indicato scadenze nebulose per il completamento delle opere nell’opacissimo contratto di programma e da ora in avanti dovrà definire target e milestones tipo Pnrr, segnando quindi le singole tappe dei singoli investimenti e costringendo gli attuatori a motivare e recuperare eventuali ritardi con la presentazione di cronoprogrammi aggiornati.

La frenata sulla Rosco, complicazioni in vista con Bruxelles

Peccato che proprio dal capitolo ferroviario del decreto sia venuta una frenata che non onora l’approccio profondamente riformistico del decreto legge. Parliamo dell’eliminazione della norma società per il materiale rotabile (Rolling Stock Company, da cui RoSCo) che avrebbe consentito alle liberalizzazioni ferroviarie concordate con Bruxelles di diventare effettive, con benefici per gli utenti degli intercity e dei treni regionali. A mettersi di traverso sono stati i vertici delle Fs.

La scelta del governo – che elude i target M3C!-36 e M3C1-37 – è in totale contraddizione con il resto del decreto e soprattutto avrà conseguenze pesanti nel rapporto con Bruxelles, che non sono state valutate a sufficienza. La società per il materiale rotabile avrebbe acquistato, partendo da 1,2 miliardi di fondi Pnrr, treni, locomotori, carrozze necessari ai servizi intercity e regionali e poi li avrebbe affittati all’operatore vincitore delle gare che non avrebbe dovuto sostenere un costo enorme di ingresso nel mercato. Quel miliardo e 200 milioni è destinato a saltare, segnando l’unica perdita anticipata di finanziamenti del Pnrr italiano. Impossibile, a questo punto, una settima revisione del Pnrr per rimodulare i fondi o destinarli ad altro scopo.

Non è detto che l’irrigidimento del rapporto con la commissione Ue si fermi qui. Il Pnrr ferroviario, 20 miliardi di investimenti, era uno degli aspetti centrali dell’intero Piano. Ha potuto sempre contare sulla benevolenza della commissione sui moltissimi ritardi, sugli stralci di numerosi investimenti, sulla sostituzione di lotti con altri lotti solo perché più avanzati, sul principio coniato ad hoc della “rendicontazione per parti di opera” che consentirà di finanziare le opere solo per la parte realizzata e non, come previsto all’inizio, per il completamento totale. La commissione Ue ha sempre discusso e poi ha sempre assecondato le scelte italiane, con il risultato di non farci perdere neanche un centesimo.

In cambio aveva chiesto tre cose sulle ferrovie: riformare la programmazione degli investimenti, bandi di gara per i servizi intercity e regionali e la RoSCo, un pilastro dell’intera riforma. Ora eliminiamo un pilastro e rendiamo instabile l’intera costruzione. Come argomenteranno i ministri Foti e Salvini questo mancato raggiungimento di obiettivo inserito alla quinta revisione? Come eviteranno che venga meno quella benevolenza della commissione nell’esaminare lo stato effettivo di tutte le opere ferroviarie? Le risposte le avremo nei prossimi giorni, forse, ma nessuno – né Roma né Bruxelles – ci fanno una grande figura.

La revisione dei fondi di coesione e del FSC

Anche se non sono formalmente connessi al Pnrr, non si può tacere di altri due interventi che stanno preparando il dopo-2026. Si tratta delle due riprogrammazioni dei fondi di coesione europei e del Fondo sviluppo coesione nazionale. La prima è la riprogrammazione di mid term dei fondi di coesione, voluta da Raffaele Fitto e dalla commissione Ue per spostare risorse su cinque nuove priorità (casa, acqua, competitività, energia e difesa): sta andando avanti con riferimento ai fondi 2021-2027. In un articolo dei giorni scorsi abbiamo dato conto delle risorse, un miliardo abbondante dalle Regioni e altri 450 milioni da programmi centrali, che il ministro Foti è riuscito a recuperare alla priorità della casa (si veda qui l’articolo).

La seconda, la revisione del Fondo sviluppo coesione , è un’iniziativa del governo, inserita nella legge di bilancio 2026. Lo spirito è lo stesso: fermare i programmi in ritardo e convogliare le risorse verso le tante priorità, dalla casa all’acqua alle ferrovie, che restano soprattutto sul fronte infrastrutturale.

Non si fa fatica a vedere che tutti questi interventi, Pnrr e non-Pnrr, sono affluenti di quel grande piano di cui l’Italia ha bisogno per non subire una frenata pericolosissima dopo la fine del Pnrr. Che poi tutto vada in porto e funzioni al meglio, questo è tutto da vedere.

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