LA GIORNATA
Panico in borsa per i nuovi dazi. Fmi: da escalation rischi sulla crescita
- Tragedia ferroviaria in Spagna, 40 morti. Ipotesi di un giunto saltato
- Milano-Cortina, inaugurato a Lecco il nuovo ponte sull’Adda
- Aeroporti, Enac: nel 2025 oltre 229 mln di passeggeri +5%, in aumento anche il cargo
IN SINTESI
Lunedì nero sui mercati finanziari europeo dove si è allungato lo spettro dei nuovi dazi minacciati dal presidente Usa, Donald Trump. Le borse del Vecchio Continente hanno chiuso in forte calo. Sui mercati pesano le tensioni Usa-Ue dopo l’annuncio di Trump di dazi al 10% per gli otto Paesi che hanno inviato contingenti in Groenlandia. Un quadro che ha scatenato la corsa ai beni rifugio con l’oro che ha aggiornato il record a 4.690 dollari l’oncia. L’indice stoxx 600 chiude in calo dell’1,2% e manda in fumo 225 miliardi di capitalizzazione. La Borsa di Milano chiude in netto calo, in linea con gli altri listini europei. L’ultimo indice Ftse Mib cede l’1,32% a 45.195 punti. Piazza Affari ha bruciato 14,4 miliardi di capitalizzazione. In flessione Parigi (-1,78%), Francoforte (-1,34%), Londra (-0,39%).
Fmi: l’economia mondiale regge, crescita stabile al 3,3% nel 2026. Limata al ribasso la stima per l’Italia a +0,7% da +0,8%
Lo shock dei dazi e il cambio di rotta nelle politiche commerciali non affondano la crescita globale, grazie al forte aumento degli investimenti tecnologici, in particolare nell’intelligenza artificiale anche se pesa il rischio di una escalation dei nuovi dazi minacciati da Trump. Secondo quanto emerge dall’aggiornamento di gennaio del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, che prevede una crescita mondiale stabile al 3,3% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, in linea con il 3,3% registrato nel 2025. Le stime per il 2026 sono state lievemente riviste al rialzo rispetto a ottobre. Il forte slancio degli investimenti tecnologici – trainati dall’IA – si registra soprattutto in Nord America e Asia. L’istituto con sede a Washington avverte che “la resilienza mostrata finora è trainata in gran parte da pochi settori”, segnalando vulnerabilità. Sebbene l’economia globale sembri “scrollarsi di dosso le perturbazioni commerciali e tariffarie del 2025”, ciò non significa che non abbiano avuto alcun impatto, ha affermato l’economista capo del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas. Al contrario, le sfide sono state compensate dai “venti favorevoli derivanti dal boom degli investimenti in intelligenza artificiale e tecnologia”, ha sottolineato in conferenza stampa.”E’ evidente che i rischi geopolitici e l’ulteriore aumento delle tensioni commerciali rappresentano uno dei rischi principali – tra i più pressanti – per l’economia globale”, ha sottolineato Gourinchas, precisando che le proiezioni nel nuovo World Economic Outlook “si fondano sull’ipotesi che il livello dei dazi resti invariato”.
Guardando al futuro, l’eventualità di un’escalation sui dazi e nelle tensioni geopolitiche rappresenta “un rischio rilevante, che potrebbe incidere in modo significativo sulla crescita”, ha evidenziato. “L’offerta di petrolio sul mercato è ampia ed è questo che sta spingendo i prezzi al ribasso. E’ anche l’ipotesi alla base del nostro scenario di riferimento: prevediamo che i prezzi della produzione continuino a diminuire moderatamente nel 2026″, ha detto ancora indicando i rischi” legati alle crisi in Venezuela e Iran. “Nel caso del Venezuela”, il Fondo monitora “la possibilità che gli sviluppi recenti portino a un aumento dell’offerta: la nostra valutazione – condivisa anche dagli esperti del settore – è che i margini in questo senso siano relativamente limitati, considerato lo stato delle infrastrutture petrolifere del Paese”, ha evidenziato Gourinchas. “Per quanto riguarda l’Iran, il Paese esporta circa 1,6 milioni di barili al giorno, pari a circa l’1,5% dei consumi mondiali. E’ chiaro quindi che eventuali interruzioni delle esportazioni iraniane avrebbero un impatto sui prezzi del petrolio, spingendoli al rialzo. Esiste infine un rischio più ampio: possibili perturbazioni nei flussi di petrolio nella regione” mediorientale.
Il Fondo monetario internazionale rivede leggermente al ribasso le stime di crescita per l’Italia nel 2026. Dopo il +0,5% del 2025, il Pil italiano quest’anno è atteso in aumento dello 0,7%, contro lo 0,8% stimato a ottobre. La crescita si dovrebbe mantenere allo 0,7% anche nel 2027, con un ritocco al rialzo dello 0,1% rispetto alle previsioni precedenti del Fondo. In questo modo, si allagera il gap con l’Europa. Secondo il Fmi, infatti, l’economia dell’Eurozona dovrebbe crescere dell’1,3% nel 2026 e dell’1,4% nel 2027. Viene ritoccata al rialzo dello 0,1% la stima di ottobre per quest’anno. L’Europa, osserva tuttavia il Fondo, beneficia in misura più limitata del boom degli investimenti tecnologici rispetto agli Stati Uniti e continua a scontare venti contrari strutturali, dal costo dell’energia alla debolezza del manifatturiero. Migliorano, inoltre, le prospettive per Berlino e Parigi. L’economia tedesca, dopo il +0,2% fatto registrare nel 2025, dovrebbe crescere dell’1,1% nel 2026, con una revisione positiva dello 0,2% rispetto alle stime di ottobre, e accelerare all’1,5% nel 2027. Per la Francia, si prevede una crescita dell’1% nel 2026 (0,1% in più rispetto a ottobre) e dell’1,2% nel 2027.
Bessent, dazi Ue a difesa Groenlandia sarebbero imprudenti
Ritorsioni europee contro le mire americane sulla Groenlandia, sotto forma di dazi nei confronti degli Stati Uniti, “sarebbero molto imprudenti”. Lo ha detto il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ai giornalisti al suo arrivo al Forum economico mondiale. Bessent ha spiegato che l’amministrazione Trump vuole il controllo della Groenlandia in quanto “asset strategico” e che “non daremo la sicurezza del nostro emisfero in outsourcing a nessun altro”. Ue, ‘per ora non è previsto un incontro von der Leyen-Trump’. Intanto, il portavoce della Commissione Ue, Olof Gill, ha riferito di non essere conoscenza di “alcun incontro convocato tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leuyen. Entrambi saranno a Davos. Non posso escludere che ciò possa accadere, ma al momento non è previsto alcun incontro del genere”.
Tragedia ferroviaria in Spagna, 40 morti. Ipotesi di un giunto saltato
E’ di 40 morti e 73 feriti il tragico bilancio dell’incidente ferroviario, causato dallo scontro tra due treni dell’Alta velocità in Spagna, nel sud dell’Andalusia, nella tarda serata di domenica, 18 gennaio. Almeno tre vagoni, infatti, sono precipitati in un terrapieno e il numero di vittime è ‘indefinito’. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo diretto a Madrid, stazione Puerta de Atocha, è deragliato, invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto a Huelva deragliato a sua volta. Secondo quanto è emerse, l’incidente potrebbe essere dovuto a un giunto che prima dell’incidente è saltato creando uno spazio tra due sezioni di binario che via via si è allargato al passaggio dei treni. E’ questa una delle ipotesi a cui i tecnici spagnoli stanno lavorando per accertare quanto accaduto. L’ipotesi è che le prime carrozze siano passate mentre lo spazio si allargava finché, arrivate all’ottava, è avvenuto il deragliamento. L’ottava carrozza avrebbe portato con sé anche la sesta e la settima. La linea ferroviaria ad alta velocità tra Madrid e l’Andalusia era stata completamente ristrutturata lo scorso maggio, con un investimento da 700 milioni di euro. Ma continuava a presentare dei problemi. Problemi che, secondo quanto riportato da alcuni media internazionali, saerebbero stati segnalati da tempo. In una lettera, lo scorso agosto, un sindacato dei macchinisti spagnoli avrebbe avvisato l’operatore ferroviario Adif della forte usura dei binari, compreso quello in cui i due treni si sono scontrati. Buche, dossi e squilibri nelle linee elettriche aeree causavano frequenti guasti e danneggiavano i treni. I convogli ad alta velocità tra Madrid e l’Andalusia sarebbero stati colpiti da ritardi dal 2022, in seguito a problemi di varia natura: guasti alla segnaletica, ma anche a criticità con le linee elettriche aeree. Una rete, quella ad alta velocità spagnola, particolarmente vulnerabile ai furti di cavi, poiché attraversa ampie zone di campagna deserta.”Il Gruppo FS Italiane esprime il proprio cordoglio per le vittime dell’incidente ferroviario avvenuto in Spagna. L’azienda manifesta la propria vicinanza alle famiglie delle persone coinvolte”, si legge in una nota diffusa dal Gruppo. Fs International detiene il 51% del capitale di Iryo. La Spagna ha una delle reti ferroviarie di alta velocità più estese al mondo, con oltre 4.000 km di linee Ave (Tav) gestite da Adif, seconda solo alla Cina. Collega le principali città come Madrid, Barcellona, Siviglia, Valencia e Malaga offrendo viaggi spesso a meno di 3 ore fra i capoluoghi a velocità di 300 Km/h, operati da Renfe (Ave e Avlo) e da operatori privati come Iryo e Ouigo, che si collega anche alla Francia. La rete di alta velocità è dotata di sistemi di controllo automatico della velocità (Ertms e Asfa) e “sottoposta a manutenzione periodica costante”, come ha ricordato il ministro dei Trasporti Oscar Puente, dopo il deragliamento di due treni ad Adamuz (Cordoba), che domenica sera ha causato almeno 21 morti e oltre 100 feriti, dei quali 30 in gravi condizioni. Tuttavia, il sistema è considerato sicuro, secondo le autorità e gli standard europei, e negli ultimi anni il governo ha investito miliardi di euro nel rinnovo dell’infrastruttura, inclusi binari, deviatoi e sistemi di segnalamento. Gli incidenti gravi sulle linee Tav sono molti rari. Il precedente tristemente più noto resta quello di Santiago di Compostela, il 24 luglio 2013, avvenuto però fuori da una tratta ad alta velocità pura, su una linea convenzionale con cambio di regime e in condizioni operative diverse. Anche allora fu coinvolto un treno Alvia a lunga percorrenza che deragliò all’ingresso della stazione di Angrois, nella regione settentrionale della Galizia, causando 79 morti e oltre 140 feriti in quella che tuttora è considerata la più grave sciagura ferroviaria in Spagna negli ultimi decenni.
Milano-Cortina, inaugurato a Lecco il nuovo ponte sull’Adda
E’ stato inaugurato ieri a Lecco il nuovo ponte sull’Adda che affianca lo storico Ponte Manzoni, di fatto il suo raddoppio funzionale, alla presenza del vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. Il “Quarto Ponte” rappresenta un intervento strategico per la viabilità locale e per il sistema logistico delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, realizzato e seguito da ANAS. L’opera entra in esercizio con una prima corsia operativa, consentendo fin da subito di separare il traffico locale da quello della Strada Statale 36. Un risultato concreto, atteso da anni, che riduce il congestionamento in uno dei nodi più delicati della direttrice Milano-Valtellina e restituisce fluidità agli spostamenti quotidiani tra Lecco e Pescate. L’integrazione completa con lo svincolo di Pescate avverrà per fasi successive, secondo una programmazione che guarda oltre l’evento olimpico. Il nuovo ponte si inserisce in un disegno infrastrutturale più ampio che riguarda l’intero sistema di attraversamento dell’Adda, integrando il Ponte Manzoni. Un assetto pensato per la mobilità locale, veicolare e ciclabile, capace di garantire sicurezza e continuità, evitando interferenze con il traffico veloce della statale e migliorando in modo strutturale la funzionalità della rete urbana. Negli ultimi giorni il nuovo ponte è stato illuminato con il tricolore, a sottolineare il valore simbolico e nazionale di un’opera che alleggerisce altri punti critici della viabilità cittadina e rafforza la mobilità del territorio, in vista dei Giochi ma con effetti destinati a durare ben oltre il 2026. Soddisfazione da parte del Ministro Salvini, che segue con particolare attenzione il dossier delle opere olimpiche, per assicurare la consegna puntuale degli interventi necessari all’appuntamento sportivo e per massimizzare le ricadute occupazionali e di indotto, grazie a infrastrutture pensate per restare, funzionare e produrre valore nel tempo.
Aeroporti, Enac: nel 2025 oltre 229 mln di passeggeri +5%, in aumento anche il cargo
Nel 2025 sono stati oltre 229 milioni i passeggeri negli aeroporti italiani, con un incremento del +5% rispetto al 2024. Questi i primi dati emersi dall’analisi fatta dall’Enac sul traffico aeroportuale del 2025 e pubblicata nel documento “Executive Summary – Dati di traffico 2025”. L’aeroporto di Roma Fiumicino si conferma primo scalo per traffico passeggeri con circa 50,9 milioni e una quota del 22% sul totale del traffico. Il traffico nazionale, con i suoi 72,5 milioni di passeggeri (pari al 32% del traffico complessivo), mostra volumi sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente. Come primo aeroporto per volumi di traffico si conferma ancora Roma Fiumicino con una quota del 14%, pari a circa 10 milioni di passeggeri. Il traffico internazionale, con 157,2 milioni di passeggeri (pari al 68% del traffico
complessivo), è cresciuto del +8% rispetto all’anno precedente. L’aerea geografica con la quale si osserva il maggior traffico è l’Unione Europea (43%),
con la Spagna primo paese e Roma Fiumicino – Madrid Barajas quale rotta principale. La composizione del traffico per tipologia di vettore mostra come i voli low-cost abbiano trasportato il 63% del totale passeggeri, pari a 145,4 mln (+6% vs 2024) mentre il traffico su vettori tradizionali si è attestato al 37%, pari a 84,3 mln di passeggeri (+3% vs 2024). Ripresa e crescita anche del comparto cargo (merci e posta) che nel 2025 ha movimentato oltre 1,2 milioni di tonnellate, segnando un incremento del +2% rispetto al 2024. Il traffico internazionale cargo (UE e Extra-UE) rappresenta la principale componente di traffico, con 1,17 milioni di tonnellate (pari al 94% del traffico cargo complessivo) e volumi di traffico in aumento rispetto al 2024, trainato dalla componente Extra-UE (+7%). Il primo paese per volumi è la Germania, con una quota del 13% (pari a 153mila di tonnellate) e Milano Malpensa – Leipzig-Halle quale rotta principale. Primo aeroporto si conferma Milano Malpensa con una quota del 61% e un incremento del traffico del +4% vs 2024. Il traffico nazionale con circa 72mila tonnellate (pari al 6% del traffico cargo complessivo) ha registrato una flessione del -8% rispetto al 2024. “L’aumento del traffico aereo del 2025 – ha commentato il presidente Enac Pierluigi Di
Palma – è un segnale forte e inequivocabile della definitiva ripresa del settore e della centralità del trasporto aereo per la crescita economica, la competitività e la connettività del Paese. Il comparto si conferma una leva strategica per l’economia nazionale, capace di sostenere turismo, business e competitività internazionale, accompagnando al tempo stesso l’evoluzione verso un modello di mobilità più innovativo e sostenibile. L’aviazione civile torna a volare e a guardare con fiducia al futuro. Di particolare interesse è l’incremento percentuale dei piccoli aeroporti come Reggio Calabria, Rimini, Pescara, Trieste che determina una positiva riflessione sulla RAM (Regional Air Mobility), policy che Enac sta sviluppando valorizzando la rete aeroportuale minore che potrà permettere la realizzazione di un network tra grandi e piccoli aeroporti”.
“I 230 milioni di passeggeri transitati negli aeroporti italiani nel 2025 – commenta il presidente di Assaeroporti Carlo Borgomeo – rappresentano un traguardo di grande rilievo per il settore, che in vent’anni ha più che raddoppiato i propri volumi, passando da 113 a 230 milioni di viaggiatori. Un risultato che conferma la solidità del comparto e la sua resilienza, anche in un contesto globale complesso, segnato da tensioni geopolitiche e misure protezionistiche che condizionano i flussi internazionali. Il settore registra oggi una crescita omogenea nelle tre macroaree geografiche – Nord, Centro, Sud e Isole – a conferma di uno sviluppo strutturale, capace di sostenere il progresso economico e sociale del Paese. Anche il cargo ha registrato performance significative, consolidando il proprio ruolo nel comparto
della logistica, determinante per la competitività delle imprese italiane. L’auspicio – conclude Borgomeo – è che le istituzioni possano accompagnare e favorire questo percorso di crescita”.
Saipem lancia il nuovo Drilling Training Centre: simulatore full scale per il training immersivo
Saipem ha lanciato il proprio Drilling Training Centre, un hub di formazione altamente specializzato dedicato allo sviluppo delle competenze tecniche nel settore perforazioni. Il centro è stato progettato per offrire percorsi formativi che integrano teoria e pratica, con tecnologie di ultima generazione e un approccio immersivo. Il cuore del centro è il simulatore full scale, che replica fedelmente lo scenario operativo reale, garantendo un’esperienza immersiva unica. Il sistema di simulazione riproduce le dimensioni e le percezioni di un impianto di perforazione su uno schermo composto da 24 monitor, per oltre 8 metri di lunghezza e 3 metri di altezza. Le cyber chair (poltrone di comando) sono equipaggiate con le stesse interfacce uomo-macchina e i sistemi di controllo installati a bordo degli impianti, consentendo così di replicare fedelmente comandi, impostazioni e supervisioni operative. Il simulatore si basa su un modello matematico e fluidodinamico avanzato, capace di emulare le condizioni geologiche dei pozzi e riprodurre le dinamiche delle attività di perforazione offshore, con particolare attenzione alle operazioni in acque profonde, per una formazione realistica e sicura. Grazie all’accreditamento dell’International Well Control Forum (IWCF) – uno degli organismi più autorevoli a livello mondiale nella certificazione delle competenze per il controllo dei pozzi – il Drilling Training Centre eroga corsi riconosciuti a livello internazionale, con rilascio di certificazioni fondamentali per le figure chiave impegnate sugli impianti di perforazione. Il centro, guidato da docenti con vasta esperienza nel settore, offre anche la possibilità di effettuare training e certificazioni off-site, direttamente in loco, garantendo la massima flessibilità. Contestualmente all’inaugurazione, Saipem celebra i 32 anni di membership IWCF, confermando il proprio impegno nel garantire i più elevati standard di sicurezza e professionalità nel settore drilling. L’apertura del nuovo centro rappresenta un investimento strategico per Saipem, rafforzando la valorizzazione del capitale umano e lo sviluppo delle competenze specialistiche, in un ecosistema aziendale orientato all’innovazione e alla sostenibilità.
Tim, integrati il comitato nomine e remunerazioni e il comitato parti correlate
Il consiglio di amministrazione di TIM, riunitosi ieri sotto la presidenza di Alberta Figari, a seguito delle dimissioni del consigliere Umberto Paolucci, effettive dal 1° gennaio scorso, ha integrato la composizione dei comitati endoconsiliari Nomine e Remunerazioni e Parti Correlate, di cui entrano a far parte, rispettivamente, Lorenzo Cavalaglio e Stefano Siragusa. Il CdA ha altresì accertato il possesso dei requisiti d’indipendenza, ai sensi dell’art. 148 del decreto legislativo n. 58/1998 e del Codice di Corporate Governance, dei consiglieri Cavalaglio e Siragusa. Maria Enrica Danese, direttrice Corporate Communications & Sustainability di TIM, Alessandra Michelini, amministratrice delegata di Telsy, e Sabina Strazzullo, direttrice Public Affairs di TIM, a partire da oggi, si qualificano come key manager del Gruppo.
Enel, il concorso Windesign progetta l’eolico del futuro
Turbine verticali, impianti a forma di fiore, torri rivestite di specchi, biplani aerodinamici e diapason sintonizzati col flusso del vento. Così il concorso WinDesign di Enel traccia il futuro dell’energia eolica, grazie a progetti che ripensano gli impianti nella forma estetica coniugandola all’efficienza produttiva e all’armonia con il territorio. Una risposta concreta al cosiddetto effetto nimby. Oggi al Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) sono stati premiati i tre vincitori del contest internazionale lanciato dal Gruppo per dare un nuovo volto all’energia del vento con proposte innovative e sostenibili. I premi sono stati consegnati dall’Amministratore Delegato del Gruppo Enel Flavio Cattaneo. “Powering the Future”, firmato da Mario Cucinella come designer e Robert Bird Group per la consulenza ingegneristica, è il progetto vincitore che ha sfruttato l’intuizione di una struttura verticale composta da ipnotiche vele ammainabili. Il secondo classificato è “WindBioma + WindBloom” di Hope Engineering, che invece ha puntato sulla suggestione di superfici riflettenti che raccolgono acqua a beneficio della fauna. Al terzo posto c’è “LA3 + Aria”, progettata dallo studio di architettura TECTOO e dalla società ingegneristica Buromilan, che ha puntato su tecnologia e illuminazione e sulla riduzione dell’impatto visivo e dello sfruttamento del suolo. Sono stati assegnati inoltre tre premi speciali: “Design” all’architetta Queena Le con il progetto “Aeris + Bloom”; “Fattibilità Tecnico-Economica” a O’Sullivan Studio con le turbine “Horizon + Sylva” e infine “Innovazione e Sostenibilità” alle startup Etesias+Rithem con il progetto “Ecospire + Ecoline”. Lanciato da Enel a primavera 2025, WinDesign ha chiamato a raccolta studi di architettura, società di ingegneria, imprese, start-up, università e studenti a livello globale, con l’obiettivo di raccogliere idee innovative e soluzioni all’avanguardia, nell’ottica di un eventuale sviluppo futuro, per dare un nuovo look all’energia sostenibile. WinDesign è stato il contest più seguito mai lanciato da Enel, anche grazie a un approccio aperto e collaborativo basato su Open Innovability®, la piattaforma online di crowdsourcing sviluppata dal Gruppo proprio per la ricerca di soluzioni innovative tra le più brillanti idee e tecnologie in circolazione. La sfida nasce in un momento di forte crescita dell’energia eolica, settore in cui Enel conta oltre 15,8 GW di capacità installata a livello globale, di cui 874 MW in Italia. Si tratta di una fonte rinnovabile che negli ultimi decenni ha registrato sviluppi importanti, grazie ai progressi tecnologici, alla scienza dei materiali e a soluzioni in grado di garantire prestazioni sempre più elevate.
Digitalizzazione, Fioravanti (Anci): “Raggiunto il target nei Comuni. Percorso di innovazione prosegua anche dopo Pnrr”
“La notizia del raggiungimento del target Pnrr relativo all’80% dei Comuni che hanno innovato e semplificato i propri servizi digitali rappresenta un risultato notevole, che premia il grande sforzo che i Comuni stanno producendo per migliorare i servizi verso i propri cittadini e le imprese”. A sottolinearlo è il presidente del Consiglio nazionale dell’Anci, Marco Fioravanti commentando quanto annunciato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica Alessio Butti sul raggiungimento del traguardo finale del Pnrr con oltre sei mesi di anticipo rispetto alla Misura 1C1 – 1.4.1 “Esperienza del cittadino nei servizi pubblici”. “Al Dipartimento per la trasformazione digitale – ha proseguito Fioravanti – va riconosciuto il merito di aver messo in campo non solo risorse finanziarie, ma anche supporto tecnico a livello territoriale che sta consentendo agli enti di potenziare il proprio percorso di digitalizzazione. Un approccio che l’Anci apprezza, e che è coerente con un’azione di accompagnamento che la stessa associazione dei Comuni sta attuando da tempo”. Il presidente del Consiglio nazionale ha poi concluso: “E’ importante che il percorso di innovazione e semplificazione continui ed anzi acceleri anche dopo il Pnrr, garantendo ai Comuni le risorse, la regolamentazione e le competenze necessarie a far sì che il digitale sia una reale leva di cambiamento nei rapporti con l’utenza”.
Infrastrutture europee, Mornigstar-Dbrs: sono pilastro di stabilitè, il 2026 si apre con un outlook positivo
Le prospettive creditizie per il settore infrastrutturale europeo nel 2026 restano positive. Dopo anni segnati da shock esogeni — dalla guerra in Ucraina alle tensioni inflazionistiche, fino alle criticità delle catene di approvvigionamento — il comparto mostra una capacità di tenuta superiore ad altri segmenti dell’economia reale. Le infrastrutture continuano infatti a beneficiare di una domanda strutturale legata alla transizione energetica, alla digitalizzazione e alla modernizzazione dei servizi pubblici. E’ lo scenario tratteggiato da un report di Morningstar-Dbrs. In un contesto di risorse pubbliche limitate, il ruolo del capitale privato diventa sempre più centrale. La bassa correlazione delle infrastrutture con i mercati azionari e obbligazionari tradizionali rafforza l’attrattività della classe di attivo, che consente agli investitori di intercettare rendimenti stabili nel lungo periodo, anche grazie ai premi di illiquidità e complessità.La transizione energetica rappresenta il principale motore degli investimenti infrastrutturali in Europa. Tuttavia, i livelli di spesa restano insufficienti per centrare gli obiettivi climatici al 2030, con un gap annuo stimato in oltre 200 miliardi di euro. Il confronto con gli Stati Uniti evidenzia un ritardo europeo, dovuto a un sistema di incentivi più frammentato e meno generoso. Allo stesso tempo, l’Europa può contare su alcuni vantaggi strutturali: prezzi dell’energia più elevati, che migliorano la redditività dei progetti rinnovabili, e un meccanismo di carbon pricing più stringente, che sostiene gli investimenti in idrogeno verde, reti elettriche e sistemi di accumulo. Se da un lato si prevede una moderata flessione dei prezzi merchant, dall’altro la necessità di rafforzare e ampliare le reti resta prioritaria, anche per sostenere la crescente elettrificazione e la domanda proveniente dagli asset digitali. In questo scenario, il finanziamento dei grandi progetti energetici è destinato a spostarsi progressivamente verso il mercato dei capitali, anche perché le banche si avvicinano ai limiti di concentrazione settoriale. L’abbondanza di capitale privato potrebbe tradursi in una compressione degli spread e in condizioni contrattuali più favorevoli per gli emittenti. La crescita della digitalizzazione trova nei data center il suo fulcro infrastrutturale. Secondo le stime di McKinsey, la domanda globale di energia dei data center è destinata a triplicare entro il 2030. In Europa, tuttavia, l’espansione è rallentata dai colli di bottiglia della rete elettrica, fortemente regolamentata e già sotto pressione in alcuni dei principali hub, come Amsterdam, Francoforte e Londra. L’ascesa dei carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale richiede livelli di potenza e di raffreddamento significativamente superiori, favorendo nuovi investimenti o importanti interventi di riqualificazione. Le infrastrutture digitali assumono così caratteristiche sempre più simili a quelle degli asset energetici, con flussi di cassa strettamente legati alla disponibilità di energia e alla qualità delle connessioni. Accanto ai data center, proseguono i programmi di investimento nelle reti in fibra ottica, sebbene il mercato stia entrando in una fase più competitiva, con un aumento del rischio di sovraccapacità. Nel comparto delle torri di telecomunicazione, dopo un ciclo di intensa monetizzazione, si osserva una fase di maggiore selettività e di ottimizzazione dei portafogli.
Nel settore dei trasporti, la spinta alla decarbonizzazione e al rafforzamento della connettività europea sta sostenendo programmi di investimento pluriennali, in particolare nella rete ferroviaria e nei porti. I finanziamenti europei e gli strumenti di finanza verde contribuiscono a garantire visibilità sui flussi di cassa e a rafforzare i profili creditizi degli asset meglio posizionati. Il modello dei partenariati pubblico-privati è ormai consolidato in gran parte dei Paesi europei e consente una monetizzazione degli asset in fasi più precoci rispetto agli Stati Uniti. Quadri normativi stabili in materia di concessioni riducono l’incertezza per gli investitori, rendendo l’Europa un mercato strutturalmente attrattivo per il capitale privato, seppur complesso dal punto di vista regolatorio. Sanità, assistenza di lungo periodo, istruzione e housing accessibile continuano a presentare un significativo gap di finanziamento, che potrebbe superare i 100 miliardi di euro annui entro il 2030. Dopo la pandemia, cresce l’interesse degli investitori istituzionali per modelli di ricavo anticiclici e indicizzati all’inflazione, in particolare nel senior living e nell’edilizia residenziale sociale. L’invecchiamento della popolazione europea e i recenti flussi migratori rafforzano il ruolo delle infrastrutture sociali come asset di lungo periodo, caratterizzati da una bassa sensibilità ai cicli economici. L’interesse degli investitori internazionali per le infrastrutture europee è in aumento. Il continente offre un mix di settori regolamentati e progetti di transizione energetica all’interno di un quadro giuridico consolidato. Nel confronto con gli Stati Uniti, dove le valutazioni appaiono più tirate, l’Europa torna a essere percepita come un mercato con valore relativo interessante. Blended finance, prestiti sustainability-linked e programmi di garanzia europei stanno favorendo il coinvolgimento del capitale privato. Al tempo stesso, si diffondono strutture di investimento condivise, come club deal e joint venture tra sponsor, assicurazioni e fondi istituzionali, che consentono una migliore distribuzione del rischio. La spinta strutturale alla decarbonizzazione e alla digitalizzazione rende la domanda di infrastrutture in Europa stabile e di lungo periodo. Un elemento che continua a sostenere le prospettive del settore anche nel 2026.
Mercato Ue delle tlc vale 1.142 miliardi, da Ia traino a crescita
L’ecosistema europeo delle telecomunicazioni vale complessivamente 1.142 miliardi di euro, con una crescita stimata dell’8% fino al 2030 trainata dall’intelligena artificiale, cloud e dati. Sono i dati presentati per la prima volta da Restart, il partenariato esteso sulle telecomunicazioni del futuro finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Pnrr, nel corso dell’evento Shaping Horizons In Future Telecommunications, insieme ad alcuni degli amministratori delegati degli operatori delle telecomunicazioni. “Questo dato – si legge in una nota – nasconde tuttavia forti differenze tra i diversi livelli dell’ecosistema. In particolare, le attività storicamente dominate dagli attori tradizionali del settore telco sono in media quelle che crescono meno, o che in alcuni casi registrano una riduzione di valore, mentre i segmenti presidiati da altri attori mostrano dinamiche di crescita decisamente più sostenute”. Il livello dei servizi di connettività e delle tecnologie abilitanti cresceranno invece in modo più marcato. I servizi di connettività raggiungono un valore di 306 miliardi di euro, con una crescita del 6,8%, mentre le tecnologie abilitanti, che includono cloud, intelligenza artificiale e dati, valgono 329 miliardi di euro e cresceranno del 14,2%. Il livello infrastrutturale delle telecomunicazioni in Europa risulta complessivamente in crescita di quasi il 7%. Le infrastrutture fisse valgono 84 miliardi di euro e cresceranno del 6,7%, le infrastrutture mobili valgono 56 miliardi di euro con una crescita del 6,9%, mentre l’infrastruttura IT raggiunge un valore di 105 miliardi di euro e crescerà del 6,8%. Al contrario, il livello di management, provisioning e integrazione evidenzia una leggera decrescita complessiva. In particolare, le attività di management e provisioning valgono 139 miliardi di euro e registrano una variazione nulla, mentre le attività di integrazione valgono 20 miliardi di euro e mostrano una contrazione stimata del -0,6%. Secondo il presidente di Restart Nicola Blefari Melazzi, “il settore non sta attraversando una crisi ciclica, ma una trasformazione strutturale profonda, che impone anche un cambiamento nel modo di fare ricerca. Gli operatori europei delle telecomunicazioni affrontano infatti una crisi strutturale, caratterizzata sinora da una crescita del traffico a fronte di ricavi stagnanti, che ha indebolito la capacità di investimento e la sostenibilità di lungo periodo. Vincoli regolatori, legislativi e politici, alti costi dello spettro e la frammentazione dei mercati hanno contribuito a questa pressione, ma non ne spiegano da soli la profondità. Il problema centrale è la mancanza di innovazione di cui è responsabile l’intero settore della R&D. La connettività è diventata una commodity e gli operatori non hanno fatto evolvere i modelli di business network-centrici per catturare valore da servizi digitali, piattaforme ed ecosistemi”.
Lep, Svimez: devono garantire diritti uguali su tutto il territorio nazionale, non essere strumento dell’autonomia differenziata”
Si è tenuta ieri a Roma l’audizione della SVIMEZ presso la I Commissione permanente Affari Costituzionali del Senato della Repubblica. Nel corso dell’audizione il direttore generale Luca Bianchi, e il consigliere scientifico Carmelo Petraglia hanno presentato una memoria sul disegno di legge (A.S. n. 1623) recante “Delega al Governo per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP)”. La principale criticità che la SVIMEZ ha messo in evidenza è “la scelta di ancorare la determinazione dei LEP alla logica dell’attuazione dell’autonomia differenziata”. “I LEP non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”, sottolinea la SVIMEZ. “La determinazione dei livelli essenziali dovrebbe essere ricondotta esplicitamente alla cornice degli articoli 117, 118 e 119 della Costituzione, come adempimento essenziale per l’attuazione del federalismo fiscale regionale delineato dalla legge n. 42 del 2009 non, come avviene del provvedimento, all’art. 116 comma terzo”. L’impostazione della legge delega rischia di comprimere la portata costituzionale dei LEP, quale strumento ordinario di garanzia dei diritti civili e sociali da assicurare uniformemente su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dal trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni. Un elemento di rilievo positivo del ddl è rappresentato dal principio della contestualità tra la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni e la definizione dei relativi costi e fabbisogni standard: per ciascun LEP o per gruppi di LEP quantificabili, i costi e i fabbisogni standard devono essere determinati contestualmente alla definizione dei LEP. Accanto a tale elemento positivo, la delega solleva interrogativi rilevanti sul piano del finanziamento. Da un lato, infatti, si introduce un vincolo stringente di invarianza finanziaria, prevedendo che gli adempimenti derivanti dai decreti legislativi siano fronteggiati esclusivamente con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili a legislazione vigente. Dall’altro, si ammette che dall’esercizio delle deleghe possano derivare maggiori oneri finanziari e si contempla la possibilità di ricorrere a specifici provvedimenti legislativi di stanziamento delle risorse necessarie.
Se formalmente il provvedimento rispetta alcune indicazioni della Corte costituzionale, nella sostanza non recepisce i limiti imposti dalla Corte sul perimetro delle funzioni potenzialmente devolvibili con l’autonomia differenziata. Secondo la SVIMEZ “La delega interviene e su un numero troppo ampio di funzioni pubbliche statali rispetto a quello che potranno richiedere le Regioni alla luce della sentenza della Corte costituzionale, che ha ristretto sensibilmente il perimetro delle funzioni regionalizzabili rispetto a quanto previsto alla legge Calderoli del 2024”. È urgente definire un quadro unitario delle modalità di determinazione e finanziamento dei LEP per evitare sovrapposizioni e conflitti tra due percorsi di riforma che stanno precedendo su binari paralleli: da un lato si accelera sui LEP per le funzioni pubbliche statali oggetto di possibili devoluzione regionale rafforzata; dall’altro, l’attuazione del federalismo fiscale regionale simmetrico e cooperativo procede in maniera a rilento e con interventi parziali e senza garanzie di finanziamento come avvenuto nell’ultima legge di bilancio. Il rischio è che i LEP perdano la loro funzione costituzionale di fondamento unitario e solidale dell’eguaglianza sostanziale dei diritti.
Decolla da Genova la ripianificazione del sistema logistico del Nord Ovest
Anche un solo incremento dell’attuale traffico container che gravita sui porti liguri, in primis su Genova e Savona, potrebbe provocare il collasso dell’intero sistema logistico e produttivo del Nord Ovest che oggi rappresenta il 40% del PIL italiano è che è la chiave di lettura per un rilancio del ruolo del Paese a livello europeo, mediterraneo e globale. Questa l’indicazione choc sulla base della quale Connect, società nata come una costola di Uirnet e quindi come derivazione del progetto di piattaforma logistica italiana, ha lanciato oggi a Genova qualcosa di più che un guanto di sfida: senza un approccio globale che coinvolga anche le regioni, i territori e le comunità vicine, quello che già oggi è un congestionamento cronico della rete autostradale e di conseguenza anche di quella ferroviaria che connettono i centri manufatturieri con i porti liguri, l’intero sistema economico non potrà svilupparsi e sarà condannato a una recessione. Solo interventi organizzativi dal contenuto fortemente innovativo potranno, specie in presenza della nuova diga di Genova, che consentirà al porto di accogliere le navi da oltre 20.000 container di portata, evitare sia di vanificare gli investimenti che lo Stato sta effettuando, sia di costruire uno schema di fluidificazione del traffico specie camionistico funzionale allo sviluppo.
Alla base della formula lanciata questa mattina in Regione Liguria, dal CEO di Connect, Rodolfo De Dominicis, sono i “buffer”, veri e propri check point operativi che dovranno essere collocati nelle aree naturalmente retroportuali (Basso Piemonte e Bassa Lombardia) e funzionare come collettori delle merci in container, accogliendole dalle fabbriche e smistandole anche di notte, h24, verso i terminal portuali secondo una logica di utilizzo della rete nelle ore di minor traffico e di maggiore efficienza. Per anni questa idea è stata osteggiata ritenendola portatrice di maggiori costi derivanti da quella che in logistica viene definita “una rottura di carico”. Ma numeri alla mano proprio la formula dei buffer è oggi in grado di contenere i costi di trasporto e logistica rispetto a quello che è ormai un congestionamento cronico della rete autostradale, messa alla frusta anche da cantieri per la manutenzione che resteranno aperti per anni. I grandi spazi disponibili nelle aree retroportuali (e ciò vale anche per La Spezia) dovrebbero consentire di razionalizzare il traffico con effetti evidenti sull’efficienza dei porti, sui costi per le industrie, ma anche sull’inquinamento, e sulla sicurezza stradale. Sposata dalla Regione Liguria, per voce del Presidente Marco Bucci che ha voluto ospitare “in sede” la presentazione del progetto Connect e sostenuta coralmente dalle altre Regioni del Nord Ovest, la proposta dei “buffer” che potrebbero anche rientrare in uno schema di finanziamento analogo a quello che ha determinato negli anni uno spostamento del traffico dalle autostrade “di terra” alle autostrade del mare (i traghetti) sull’asse Nord Sud, dovrebbe mollare gli ormeggi attraverso un intervento decisivo del governo. “Assume particolare rilevanza una gestione più ordinata e programmata dei flussi di traffico pesante – ha comunicato il Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi – anche attraverso strumenti innovativi che consentano di separare, razionalizzare e distribuire i volumi lungo la catena logistica”. Il primo step dovrebbe concretizzarsi con la sperimentazione di un prototipo di buffer nell’area del basso Piemonte, per poi procedere alla progettazione e realizzazione dell’ecosistema logistico del Nord Ovest, eventualmente tramite un partenariato pubblico-privato in project financing, un “osservatorio tecnico-scientifico” e progettare poi una forma di sostegno ai buffer simile ai Ferrobonus e Marebonus.
“Il sistema buffer – ha sottolineato il Presidente della Regione Liguria – deve essere il primo passo verso la costruzione di un sistema logistico articolato, da realizzare pezzo dopo pezzo”. “I buffer – ha affermato il Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, Matteo Paroli – non dovrebbero esistere, ma oggi sono indispensabili con un’attenzione rivolta all’autotrasporto”. E un parere nettamente positivo rispetto alle aree buffer è stato espresso anche dal Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, Bruno Pisano che li ha definiti “elemento determinante per l’efficienza del porto”. Emblematico l’intervento di Fabrizio Palenzona, Presidente Onorario di Fondazione Slala, che ha definito “il sistema integrato Genova, aree retroportuali, la vera strategia per il futuro. Noi abbiamo bisogno di tempi certi per il trasporto, avendo contezza che il sistema Italia dipende dall’autotrasporto”. Autotrasporto presente in forze al dibattito organizzato da Connect con Paolo Uggè, leader storico di FAI e con Giuseppe Tagnochetti, coordinatore di Trasportunito. Forte interesse e coinvolgimento immediato è stato espresso dai rappresentanti delle Regioni Piemonte e Lombardia.
Esa, per l’osservazione della Terra previsti 3,5 miliardi di contratti nel 2026
Per il 2026 sono previsti contratti per 3,5 miliardi con le industrie impegnate nell’osservazione della Terra, a fronte del contributo di oltre 1,8 miliardi per questo settore deciso nel novembre 2025 nella conferenza ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea. “E’ la sfida che abbiamo davanti a fronte della fiducia e dei soldi che i Paesi membri ci hanno dato”, ha detto la responsabile dell’Esa per l’Osservazione della Terra Simonetta Cheli, incontrando la stampa all’Esrin, il centro italiano dell’Esa che si trova a Frascati (Roma). In questo stesso contesto si prepara anche la missione Sentinel 2 Next Generation, nell’ambito del programma Copernicus gestito da Esa e Commissione Europea. “E’ una missione ancora più importante – ha rilevato – in un contesto in cui in America, ad esempio, si mette in questione se si farà il Landsat Next Generation” Sempre guardando al 2026, ha acquisito una grande importanza anche il programma Digital Twin, gestito completamente presso l’Esrin e nato come un piccolo programma dal budget di 40 milioni, ma cresciuto grazie alla “rilevanza strategica di avere dei modelli di previsione sull’evoluzione del pianeta”.
C’è poi la nuova sfida della sicurezza e della difesa, nata da richieste di singoli Stati membri: “abbiamo cercato di aggregare queste richieste a supporto di sicurezza e difesa in un contesto di un programma europeo e ci siamo riusciti”. Dall’Unione Europea è arrivata anche una richiesta relativa alla gestione dei cavi sottomarini tagliati, o relativa alla potenziale aggressione alle frontiere in Polonia o in Finlandia: “queste richieste politiche e programmatiche sono state trasformate in una proposta di programma”, che al momento “abbiamo lasciato aperto per una seconda fase di sottoscrizione dopo la ministeriale. Quindi anche la difesa italiana o le difese europee interessate, tra febbraio e novembre del 2026 potranno contribuire fondi addizionali se lo considerano opportuno”.