DIARIO POLITICO
Il Ponte, il Doge e il Generale: il triangolo che logora Salvini
Tra Matteo Salvini e Ursula von der Leyen non ci sono rapporti pessimi: non ci sono proprio rapporti. Il leader della Lega ama ricordare di “non averla mai votata”, ma da un po’ ha smesso di lanciare le sue frecciate alla presidente della Commissione. Non per improvvisa diplomazia: ha bisogno di lei.
Perché oggi il futuro del Ponte sullo Stretto passa soprattutto da Palazzo Berlaymont. Il via libera europeo è infatti decisivo per permettere al Governo di rispondere, nella nuova delibera Cipess, ai pesanti rilievi della Corte dei conti e consentire così l’avvio dei lavori.
E se la scorsa settimana Salvini ha incassato l’entusiastico sostegno del commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas, quel sì senza il placet di Ursula pesa poco.
Per Salvini è una partita decisiva per la sua stessa sopravvivenza politica. La leadership del capo leghista è infatti sotto assedio. L’ipotesi di un Luca Zaia vice segretario federale è sempre più sostenuta dal partito del Nord. Il Doge, forte delle 200mila preferenze prese alle Regionali e tutt’altro che attratto dal “paracadute” da sindaco di Venezia che Salvini gli agita davanti, è in piena fase espansiva.
Lo aveva annunciato subito dopo il trionfo in Veneto: “Avrò più tempo per il mio partito”. E infatti si muove. Un passo concreto è già arrivato: la Lega di Brescia ha avviato una raccolta firme per chiedere a Salvini di affidare a Zaia il ruolo di referente del partito per le regioni del Nord. La motivazione è esplicita: “Con la Lega nazionale la questione Nord è stata diluita e serve un’inversione di tendenza”.
Fra i promotori c’è chi fa notare che, visto che c’è un referente per il Sud nella persona di Claudio Durigon, Zaia può farlo per il Nord. Una provocazione visto che il peso del Doge sarebbe assai più invadente e preoccupante per Salvini di quello attribuito al suo fedelissimo sottosegretario al lavoro pontino. E inevitabilmente rafforzerebbe l’idea di un ritorno alla Lega Nord da affiancare alla lega nazionalista di Salvini sul modello Cdu/Csu che piace infatti all’ex governatore del Veneto. Se così fosse, Salvini si ritroverebbe ancora più stritolato tra Zaia e Vannacci pronto a prendersi la Lega al Centro.
Il Ponte in tutto questo diventa un simbolo del “peso” politico del vicepremier leghista.
Ma sulla partita pesa un’altra variabile: Giorgia Meloni. La premier ha un rapporto eccellente con von der Leyen, che difficilmente resterebbe sorda a un suo intervento. Sempre che Meloni voglia muoversi. Sulla gestione pasticciata del dossier Ponte, il suo fastidio è noto. Ma sa anche che un eventuale stop trasformerebbe Salvini in una mina vagante. Qualche scintilla si vede già, soprattutto nei suoi nuovi mugugni sul sostegno all’Ucraina. E poi dentro Fratelli d’Italia molti temono più il moderato Zaia che Salvini sul piano elettorale. Alla fine la scelta potrebbe essere semplice: meglio aiutare un alleato indebolito che ritrovarsi un competitor rafforzato.