BLU
“Papà Papà, c’è il bagno a casa nuova?”
“Certo che c’è”, rispose il padre, “guarda, ho fatto una foto per fartelo vedere”. Federico aveva un interesse particolare per i bagni, per lui visitare il bagno di ogni luogo che attraversava era d’obbligo, doveva vedere e usare ogni bagno, quello del supermercato, della gelateria, della scuola, del bar in vacanza, di ogni casa in cui entrava, ci andava sempre da solo e ci passava 4 min.
Non uno di più né uno di meno. Rigorosamente da solo, appena tolto il pannolino a due anni e ½, si chiudeva a chiave in bagno, papà fuori dalla porta ad aspettarlo. Prima di entrare in bagno si assicurava: “Aspetta fuori” e serrava la porta. Il padre chiuso fuori dalla porta si sentiva inutile e a disagio con quella fissazione del figlio. Federico sapeva già leggere e scrivere, sapeva suonare ad orecchio ogni genere di strumento, ma non riusciva a guardare una persona dritta negli occhi, non riusciva a farsi toccare fino in fondo.
Quel giorno Federico e il suo papà erano in spiaggia, sotto l’ombrellone. “E quando ci andiamo a casa nuova?”, chiese Federico.
“Tra una settimana”,, rispose il padre.
“E poi?”, incalzò ancora Federico.
Il padre sorrise, ripensò a quante volte aveva risposto a quella stessa domanda, sapeva già che il suo “e poi?” si sarebbe ripetuto almeno altre dieci volte in quella conversazione. Il suo “e poi” era come i perché dei bimbi piccoli, quando cominciano a domandarsi sul mondo e allora i perché diventano incalzanti fino allo sfinimento del genitore. “E poi ci mettiamo tutte le cose mie e tue dentro alla casa nuova”, disse il padre mentre costruivano un razzo di sabbia.
“E poi?”
“E poi la facciamo bella come ci piace a noi”
“E poi?”
“E poi ci prepariamo una bella cena, anzi prendiamo la pizza da Nico pizza”.
“E poi?”
“E poi ci guardiamo un bel film insieme”
“E poi?”
“E poi andiamo a dormire, possiamo leggere un po’”
“E poi?”
“E poi la mattina vai a scuola”
Federico era un bimbo di sette anni, il suo “e poi” chiedeva al padre una stabilità, chiedeva al padre di passare ancora tempo insieme, di sapere esattamente cosa avrebbero fatto di lì a quando si sarebbero salutati. I suoi e poi scandivano ogni momento trascorso l’uno con l’altro.
Mentre costruivano il loro razzo di sabbia, il padre pensava a quanto era alieno a volte Federico, lo chiamava il bambino venuto dallo spazio, per quel suo sguardo sempre sfuggente, uno sguardo che ti penetra e allo stesso tempo scappa sulla luna. Uno sguardo di cui ogni tanto aveva paura, perché lì c’era il riflesso del suo senso di colpa di padre mancante, per l’inadeguatezza provata a capire Federico, fino in fondo. Giocavano tanto il padre e Federico, facevano la lotta, leggevano, costruivano razzi e modellini di ogni tipo, ma c’era un punto in cui il padre non arrivava. Un punto in cui il castello crollava. In cui si chiedeva: “Dov’è davvero Federico? In quale galassia spaziale è finito?” quando stava per entrare davvero in relazione con lui, Federico era da un’altra parte. Lì nello spazio, blu e infinito. Ogni volta che Federico andava in bagno da solo, il padre si sentiva chiuso fuori dalla porta, fuori dal suo mondo chiuso in una bolla dentro il bagno. Federico solo, a fare chissà cosa dentro e il padre fuori. Quella porta serrava i loro due mondi.
“Papà, com’è il bagno della casa nuova?”
“E’ bello, spazioso, ha una vasca grande”
“Andiamo papà? Voglio vedere il bagno nuovo”
“Federico, ora siamo al mare, e poi casa nuova ce la consegnano tra una settimana”.
“E poi?”
“E poi cosa, Federico”?
“E poi?”
“E poi ci consegnano casa e andiamo lì ,come ti ho detto”
“E poi il bagno è blu”?
“No, è bianco”
“No bianco papà, blu, tutti i bagni blu, blu, tutto blu”.
“Tutti non so, ma il nostro ora è bianco, ma poi lo faremo blu, te lo prometto”.
“E poi?”
“Allora ci appenderemo tutti quadri blu”
“E poi?”
“E poi mettiamo i pesciolini blu nella vasca”
“E poi?”
“E poi compriamo il sapone blu”
“E poi?”
“E poi gli asciugamani blu”
“E poi?”
“E poi potrai andare in bagno tutte le volte che vuoi”
“Bagno blu papà. E poi”?
“E poi?”
“E poi …ora andiamo al mare a farci il bagno, eh?”
Quel giorno di mare, dopo l’ultimo e poi, Federico e il padre si tuffarono in acqua.
Federico gridava: ”Papà ancora, altro tuffo, altro tuffo”. E il padre lo lanciava in aria per riprenderlo tra le onde. E poi? E poi ancora tuffi. Quella volta Federico dopo un tuffo sparì, non c’era più, il padre lo cercò per 4 lunghissimi minuti tra le onde, disperato.
Federico era sotto l’ombrellone e leggeva.
“Federico, ma dov’eri finito?”
E lui, senza distogliere lo sguardo dal suo fumetto: “Devo andare papà”
“Andare dove?”
“Andare, papà”
“Ma dove? Cazzo, Federico mi hai fatto prendere uno spavento”
“Blu papà, blu!”
Il padre ancora una volta non capiva, innamorato del suo bimbo alieno che non riusciva a capire, ancora una volta era frustrato.
“Federico, blu cosa?”
Federico voltò le spalle, il padre sentì un prurito nelle mani, doveva sfogare quella preoccupazione diventata rabbia e la mano placò il suo fuoco dritta sulla faccia di Federico. Gli diede uno schiaffo, se ne accorse solo dopo. E il calore si tramutò in freddo, per un momento chiuse gli occhi per nascondere quella mano dentro se stesso, poi sentì la mano di Federico sulla spalla grande. Federico avvertiva la debolezza del padre sempre e anche quella volta la avvertì. Poggiò anche la testa sulla spalla del padre che lo abbracciò. E poi scappò via, di nuovo, a costruire il suo razzo di sabbia. Il padre era confuso e stordito e ancora una volta non lo capiva, ma quella volta fece una domanda nuova al figlio, gli chiese l’unica cosa che pensò di poter chiedere al suo Federico:
“E poi?”
“Nel bagno blu papà”
“E poi?”
“Io blu nel bagno blu”
“E poi?”
“E poi arrivi tu, papà”
“E poi?”
“E poi basta, papà”.
Il padre lo abbracciò, forte forte il suo piccolo blu.
Lo portò in braccio fino al bagno dello stabilimento, lo accompagnò fino alla porta del bagno. La porta del bagno era blu, rise lui, Federico no, a Federico interessava solo entrare in quel bagno. E poi il padre disse: “Vai, vai nel blu”. E Federico, come sempre, disse: “Aspetta, papà” .
“Sì, io sarò qui ad aspettarti, Federico, sempre qui fuori”
“E poi?”, disse Federico
“E poi sarò ancora qui”, disse il padre, “sempre qui”.
Federico entrò, chiuse la porta, ma non a chiave stavolta, il padre avrebbe potuto entrare nel suo spazio blu, ma il padre non entrò. La porta serrava i loro corpi, uno da una parte e uno dall’altra del bagno, ma non serrava padre e figlio.
Anche l’attesa del padre era blu ora.
racconto letto da Sandro Calabrese, Antonella Civale e Matteo
Questa è una storia di abilità e disabilità quotidiana, ed è dedicata a tutte le famiglie che, davanti ad un limite, trovano la forza di trasformarlo in un varco, in un movimento di rigenerazione umana.
Ringraziamo il papà e il figlio a cui è ispirato il racconto.
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