PESA LA BUROCRAZIA SU TRANSIZIONE 5.0

Aree idonee, Regioni, imprese e associazioni: con il nuovo Dl progetti ancora più a rischio

03 Dic 2025 di Mauro Giansante

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Più si accumulano i correttivi e più aumentano i malcontenti dei diretti interessati. Cioè, imprese e enti locali. L’ultima manifestazione di scontentezza è arrivata ieri nella maxi tornata di audizioni sul Dl transizione 5.0 e aree idonee approvato in Consiglio dei Ministri la scorsa settimana. Una mossa, quella del governo, arrivata a sorpresa per nascondere i ritardi del decreto Energia dopo gli scontri tra Mase e Masaf. Ma il disappunto non è solo interministeriale, bensì ancora e sempre più tra governo e stakeholder che da mesi, anni ormai, supplicano chiarezza e semplificazione normativa.

Sulle aree idonee per gli impianti, “le disposizioni dell’articolo 2 del decreto-legge rischiano di svuotarne la funzione stessa di strumento di semplificazione, di bloccare o rallentare gran parte dei progetti, di alzare i costi complessivi dell’energia e di indebolire la coerenza della strategia nazionale su industria ed energia”, ha tuonato il vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche industriali e made in Italy Marco Nocivelli. Secondo il quale “l’intervento è peggiorativo, invece di ampliare le opportunità, fissa criteri ancora più restrittivi rispetto al passato. L’unico effetto di provvedimenti come questo è accrescere i prezzi dei pochi terreni considerabili come idonei alimentando la speculazione e bloccando gli investimenti, riducendo lo sviluppo del fotovoltaico”. Ecco perché, per Nocivelli, “risulta illogico non utilizzare pienamente le aree bonificate, escludere quelle senza vincoli o agricole vicino a zone industriali, limitare la solar belt solo a pochi impianti con Aia e ampliare eccessivamente le fasce di rispetto per vincoli paesaggistici e culturali sugli impianti eolici”. “Il costo dell’energia – ha detto ancora il vicepresidente di Confindustria – resta una delle principali criticità per l’industria italiana, il problema non è più rinviabile: nei primi dieci mesi del 2025 il prezzo medio nel nostro Paese è stato pari a 116 €/MWh; in Germania 89 €/MWh; in Spagna 65 €/MWh e in Francia 61 €/MWh”. Di qui la richiesta: “lavorare rapidamente per abilitare l’installazione degli impianti rinnovabili, risolvendo con urgenza i problemi che affliggono questo processo: costi, permitting, disponibilità di aree idonee, connessioni e saturazione della rete. Chiediamo al Parlamento di intervenire con decisione per allineare la normativa nazionale ai principi europei di massima diffusione delle rinnovabili e dissolvere il clima di forte incertezza che si è venuto a creare, che ha effetti negativi sull’intero comparto e sul percorso verso un sistema energetico più solido e indipendente”, ha concluso. “Questo causerebbe “un indebolimento degli obiettivi al 2030 e un impatto negativo sulla competitività delle procedure concorsuali previste dai recenti provvedimenti”, ha rimarcato anche Michelangelo Lafronza, segretario della Federazione Anie.

Anche Elettricità Futura non ci è andata piano, ribadendo la centralità delle rinnovabili per garantire la riduzione del prezzo dell’energia. Per Giuseppe Argirò, vicepresidente dell’associazione, “purtroppo, i provvedimenti che sono seguiti dal primo decreto ‘Aree idonee’ hanno creato una situazione che impatta in maniera molto significativa” e “queste norme rischiano di creare dei meccanismi che diventano talmente stringenti nelle singole regioni che noi rischiamo di avere territori che non saranno idonei per nessun tipo di insediamento produttivo”. L’esempio portato in dote è quello della Regione Umbria, che “è sostanzialmente inidonea con tutti i vincoli, e sappiamo che la Regione Sardegna di suo ha giù assunto un provvedimento, al di là del burden sharing si creano norme con dei meccanismi così stringenti nelle singole regioni che rischiamo di avere interi territori non idonei per nessun tipo di insediamento produttivo”. Dal decreto, ha chiarito, “registriamo una forte riduzione della buffer zones, che costituisce un ulteriore vincolo importante. Abbiamo il problema dell’ampliamento delle categorie delle aree tutelate relative alle fasce di rispetto, e non c’è un meccanismo transitorio per cui tutti i processi autorizzativi già avviati, che ne garantiscano la salvaguardia”.

Per Anev, associazione dell’eolico,“servono poi regimi autorizzativi semplificati per le infrastrutture elettriche interrate”, ha spiegato Mauro Anticoli. “L’ultima proposta emendativa – ha concluso – riguarda invece l’estensione della definizione di stabilimento industriale agli impianti Fer nonché alle sottostazioni e cabine primarie”. Per Aero, associazione delle imprese offshore, dev’essere “esplicitato il divieto di moratorie o sospensioni dei procedimenti in corso, e per i regimi autorizzativi semplificati, offrendo soluzioni migliorative per rendere coerente ed efficace l’intero quadro normativo”.

Un altro richiamo arrivato ieri, da tutte le associazioni audite, è stato quello sul regime transitorio. “Noi siamo arrivati a 2 milioni di connessioni di impianti fotovoltaici alla rete. Se manca un regime transitorio si crea un problema a tutti gli operatori ma anche alle istituzioni”, ha avvertito per esempio Attilio Piattelli, presidente di Coordinamento Free. Insomma, come sintetizzato dalla Cna: “L’attuale configurazione non è peggiorativa solo rispetto al quadro nazionale ma anche al livello regionale”. Regioni quali la Sardegna, la Basilicata e la Sicilia sono state sentite ieri in Commissione Ambiente al Senato per chiedere rispettivamente poteri di pianificazione territoriale, l’inserimento di una disciplina del transitorio e maggiori tempistiche di legiferazione.

Parlando al forum di Italia Solare lunedì, il dg infrastrutture del Ministero dell’Ambiente, Alessandro Noce, aveva provato a spiegare che “in questa norma c’è una cosa importante: adesso le regioni, nei loro provvedimenti di legislazione regionale, possono solo ampliare quello che c’è in quella norma. Non possono restringere”. E che “le restrizioni da 500 a 350 metri di distanza dalle imprese nella Solar Belt rispondono alla necessità di trovare un punto di compromesso con regioni, come la Lombardia, con alta densità di attività produttive, che rischiavano di trovarsi con una distesa interminabile di pannelli”. A giudicare dal persistente malcontento di tutti gli interessati, però, la situazione è solo che peggiorata. Lunedì “sono stati assegnati 7.000 MW ad un prezzo medio di 56,8 MW/h, ma il governo non sembra puntare su decisione su questa tecnologia. Siamo vittime di una smania del pagamento delle rate del PNRR, poi le riforme sono fatte malissimo come il caso del Testo Unico”, ha ribadito anche in audizione Luciano Barra di Is.

Venendo a Transizione 5.0, la Cna ha chiesto di “specificare che la scadenza del 27 novembre riguarda esclusivamente la presentazione delle comunicazione preventive, ma anche stabilire un budget aggiuntivo qualora lo stanziamento per il 2025 risultasse insufficiente, affinché tutte le domande siano integralmente finanziate. Infine, va rafforzato il ruolo del Gse”. Il decreto legge “impone alle imprese con tempi estremamente ridotti di rettificare la comunicazione già presente per esercitare l’opzione tra credito d’imposta Transizione 4.0 e Transizione e 5.0 nell’ipotesi in cui abbiano effettuato una doppia prenotazione di risorse sugli stessi beni oggetto d’investimento”, ha aggiunto il vicepresidente di Confindustria Novicelli. Plaudendo, poi, alle 20.197 richieste arrivate al 27 novembre, per un importo pari a oltre 4,7 miliardi. Ma “molto ravvicinata” anche la scadenza, fissata al 6 dicembre, per “l’integrazione documentale eventualmente richiesta dal Gse”. E “resta aperto il tema delle risorse, per cui sarebbe necessario prevedere un meccanismo di integrazione delle risorse nel caso in cui il nuovo stanziamento di 250 milioni di euro per il 2025, previsto dal decreto legge, risultasse insufficiente per gestire la totalità delle pratiche 5.0 correttamente prenotate entro il 27 novembre scorso”.

“Il credito d’imposta – ha aggiunto il rappresentante di Confapi Massimo Marengo – si è dimostrato uno strumento molto efficace, ampiamente consolidato e immediatamente accessibile alla vasta platea delle piccole e medie imprese, perché agisce immediatamente sul lato dei costi, come ad esempio sulla parte contributiva. Le prospettive di reintrodurre, a partire dal 2026, i soli i meccanismi di super e iper ammortamento desta in noi forti perplessità”.

“Non possiamo non riconoscere come un atto necessario quello della riduzione delle risorse dai 6,23 miliardi iniziali ai 2,5 miliardi, perché era abbastanza evidente che il ritmo era molto blando. Poi è cambiato. Non abbiamo nulla da recriminare, se non un forte rammarico che si accompagna a un malumore generale da parte di imprenditori che hanno avuto a che fare con una misura complessa in termini di adempimenti, che è anche uno dei motivi perché la misura è partita così tardi”, ha aggiunto Francesco Zuech di Confimi industria. Malumore e rammarico, parole chiave che continuano ad essere pronunciate dal mondo dell’energia.

 

 

 

 

 

 

 

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