IL MANIFESTO FIRMATO CON LEGAMBIENTE E CONSUMERS FORUM

Acqua e rifiuti, l’emergenza pfas si risolve con le tecnologie e strumenti finanziari ad hoc. Marinali (Utilitalia): “Chi inquina paghi”

10 Mar 2026 di Mauro Giansante

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Un manifesto per difendere imprese e cittadini, da un lato, e risolvere una sfida ambientale e sanitaria che coinvolge il settore idrico e dei rifiuti. Lo hanno firmato e presentato ieri da Utilitalia, Legambiente e Consumers Forum. L’obiettivo è arrivare all’eliminazione dei pfas, un gruppo di oltre diecimila sostanze chimiche sintetiche utilizzate per la produzione di materiali resistenti e durevoli che sono presenti in rivestimenti e prodotti di uso quotidiano. Eliminarle, però, non è un processo agevole perché godono di elevata stabilità chimica, il che le rende sostanze persistenti nell’ambiente e difficili da degradare, con conseguenze rilevanti per la salute e la gestione dei servizi pubblici. Motivo per cui, ricordano le tre associazioni, negli ultimi anni diverse istituzioni internazionali hanno definito linee guida sempre più stringenti per limitarne la diffusione, introducendo valori limite e misure di contenimento.

Il manifesto

Leggendo nel dettaglio la carta sottoscritta, il manifesto promuove un approccio basato su evidenze scientifiche e dati certi e sottolinea l’importanza della collaborazione tra imprese, istituzioni, associazioni e cittadini. Viene proposta l’eliminazione e la progressiva sostituzione dei pfas con alternative più sicure, accompagnate dalla definizione di un quadro normativo di medio-lungo periodo, capace di orientare l’innovazione industriale verso soluzioni sostenibili. E viene poi sottolineata l’applicazione del principio “chi inquina paga”, per evitare che i costi della gestione e del trattamento ricadano sulla collettività, insieme alla promozione della ricerca e dello sviluppo di alternative efficaci nel rispetto della salute umana e dell’ambiente. Inoltre, si punta sul versante tecnologico e finanziario per sostenere percorsi di transizione anche del sistema industriale e dei gestori dei servizi. Per Utilitalia, Legambiente e Consumers Forum serve armonizzare le normative a livello europeo basata sul principio di precauzione e sulle conoscenze aggiornate del quadro Rach (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche), che rimane uno degli strumenti più efficaci dell’Ue per la gestione del rischio chimico.

I pfas, infatti, si trovano nelle acque destinabili al consumo umano (falde, sorgenti, corpi idrici superficiali) e nelle acque reflue, nelle quali la loro concentrazione aumenta a causa del dilavamento e scarico in fognatura di prodotti normalmente impiegati nell’uso domestico e nella produzione di sostanze e servizi. Nel servizio idrico, le aziende devono rispettare vincoli molto sfidanti sul rispetto dei livelli di concentrazione: recependo in maniera stringente la normativa Ue, inoltre, vengono regolate trenta molecole anziché venti previste dalla direttiva europea 2020/2184, la prima a regolare la materia a livello continentale.

Come funziona il processo di abbattimento dei pfas: le tecnologie

Cosa fanno i gestori per abbattere queste sostanze? Di base, trattano l’acqua destinata al consumo umano perlopiù mediante filtri a carbone attivo (granular activated carbon, Gac), cioè una sostanza che per la sua grande capacità di assorbimento dei contaminanti presenti nelle acque potabili si presta a ridurne la concentrazione. In questo caso si tratta di un processo consolidato ed efficace, che è stato ampiamente sperimentato in Veneto fin dal 2013. Ci sono poi altre fasi di trattamento (filtri a fibre cave, osmosi inversa) che, in serie con i primi, possono ulteriormente affinare l’acqua distribuita.

Ancora. C’è la sfida relativa alla riduzione della concentrazione dei pfas nelle acque di scarico, per le quali non è ipotizzabile l’applicazione dei filtri Gac impiegati nelle acque potabili, a causa delle loro maggiori concentrazioni (tra l’altro variabili) tali da saturare i filtri in brevissimo tempo. Ma i pfas si possono concentrare anche nei fanghi di depurazione. Qui la termodistruzione sembra il trattamento più promettente, anche per gli impianti oltre che in laboratorio. E può essere associata al recupero dell’energia termica prodotta dalla combustione, trasformandola in una termovalorizzazione. Per quanto riguarda altri fronti, la termodistruzione ad alte temperature viene sperimentata attualmente nei percolati di discarica e per i rifiuti liquidi.

Insomma, le tecnologie attualmente più diffuse negli acquedotti consentono livelli di abbattimento molto elevati e permettono di garantire acqua sicura ai cittadini. Ma va tenuto a mente anche che non distruggono le molecole di pfas: le separano e le concentrano nei materiali filtranti o nei flussi residui, che devono poi essere gestiti e smaltiti in sicurezza. Ecco perché la frontiera della ricerca riguarda oggi lo sviluppo di processi capaci di degradare queste molecole estremamente persistenti: l’ossidazione elettrochimica, i processi di ossidazione avanzata o altre tecnologie emergenti. Prendendo l’esempio del già citato Veneto, qui dopo l’emergere della contaminazione da pfas si è sviluppato uno dei contesti di ricerca più avanzati su questo tema in Europa, grazie alla collaborazione tra gestori del servizio idrico, università – in particolare quella di Padova, Ca’ Foscari e il
Politecnico di Milano – e istituzioni scientifiche. Questo lavoro congiunto ha consentito di rafforzare la sicurezza dell’acqua potabile e di far avanzare la conoscenza scientifica sui contaminanti emergenti.

L’impegno delle tre organizzazioni

Spiega Barbara Marinali, vicepresidente vicario di Utilitalia: “I gestori del servizio idrico monitorano costantemente la presenza dei pfas nelle acque che distribuiscono e hanno avviato investimenti importanti per il loro abbattimento, avvalendosi delle migliori tecnologie disponibili a tutela della salute pubblica. Con questo manifesto, la Federazione intende sostenere l’impegno degli operatori del servizio idrico nella gestione di un problema la cui soluzione non può che essere la prevenzione”. E, aggiunge ribadendo l’applicazione del principio ‘chi inquina paga’: “I costi non possono ricadere esclusivamente sugli operatori dei servizi idrici, quindi sulle tariffe a carico dei cittadini”. Quella dei pfas è “una piaga”, afferma il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. “Questo manifesto è per noi un nuovo e importante punto di partenza. Adesso vogliamo trasformare l’esperienza maturata sul campo in un’azione condivisa e capace di incidere in modo strutturale, assumendoci una responsabilità chiara verso comunità, ambiente e generazioni future”. Concorde anche Furio Truzzi, numero uno di Consumers Forum: “Questa sfida richiede il contributo più ampio possibile”.

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