IL RAPPORTO DI CONFINDUSTRIA
Csc: dalla manifattura il 15% del Pil ma la competitività è frenata da bassa produttività e dai costi dell’energia
IN SINTESI
Ci sono molti punti di forza che fanno della manifattura italiana il pilastro dell’economia nazionale e un unicum nel contesto internazionale: è il sistema produttivo più diversificato d’Europa, vanta una propensione all’investimento sistematicamente superiore a quella delle altre grandi economie del continente, il rafforzamento patrimoniale delle imprese ha consentito all’Italia di allinearsi al livello di capitalizzazione delle imprese tedesche e francesi, migliorando potenzialmente capacità d’investimento, resilienza e competitività, la forte apertura ai mercati esteri rappresenta il suo tratto distintivo: quasi metà della produzione industriale è destinata all’export.
Ma ci sono anche punti di criticità: la debole crescita della produttività che accompagna la manifattura italiana da oltre 30 anni, dato ancora più evidente nel confronto con le altre manifatture europee e prevalentemente a causa di un contributo negativo della produttività totale dei fattori.
Grande freno alla competitività del settore è il costo dell’energia, indicato dal 92% delle associazioni imprenditoriali come il principale fattore critico. Incide poi la struttura dimensionale vista la quota molto elevata di micro e piccole imprese e, anche tra quelle grandi, una dimensione media più contenuta rispetto ai concorrenti europei. Nel biennio nera della produzione industriale, la manifattura ha partecipato al forte calo registrato nel 2023 (-2,0%) e nel 2024 (-4,0%), che ha riportato i livelli produttivi al di sotto di quelli pre-pandemia, vanificando il rimbalzo del 2021-2022. Il 2025 si è aperto con una dinamica sopra le attese: anche per effetto dell’anticipo delle esportazioni verso gli Stati Uniti in vista dell’entrata in vigore dei dazi, la produzione ha mostrato un recupero moderato nella prima metà dell’anno (+0,5% nel primo trimestre, +0,2% nel secondo), tornando però in calo nel terzo trimestre (-0,5%). E’ questo il quadro che traccia Confindustria che, dopo diversi anni, torna a pubblicare un rapporto dedicato alla manifattura italiana, elaborato dal suo Centro Studi dal titolo “Manifattura in trasformazione: rimarrà ancora competitiva?”. L’iniziativa risponde all’esigenza di disporre di un quadro organico e aggiornato sulle caratteristiche e sull’evoluzione del settore manifatturiero, che si conferma un pilastro dell’economia nazionale e una componente essenziale della competitività del Paese.
La radiografia della manifattura italiana: 8a nel mondo, 2a in Europa, quasi metà della produzione per l’export, pmi spina dorsale
Partiamo dai numeri del comparto. La manifattura italiana mantiene un ruolo rilevante nel contesto internazionale e per l’economia nazionale: è l’8ª al mondo e la 2ª in Europa per dimensioni (2,1% del valore aggiunto manifatturiero globale e 13% di quello europeo) e genera il 15% del PIL italiano – percentuale che raddoppia considerando l’indotto. Inoltre, realizza il 35% degli investimenti in macchinari e attrezzature e il 50% della spesa in R&S, e presenta mediamente livelli di produttività superiori rispetto agli altri settori, che le consentono di corrispondere salari più elevati rispetto a servizi (+20% nel 2024), costruzioni (+21,0%), settore pubblico (+8,3%) e totale economia (+14,5%). Presenta un grado di diversificazione molto elevato rispetto alle altre manifatture europee, elemento che contribuisce a rafforzarne la resilienza agli shock globali. La sua composizione settoriale è rimasta relativamente stabile nell’ultimo decennio, con una specializzazione concentrata in comparti a media e bassa intensità tecnologica, che rappresentano circa il 60% del valore aggiunto manifatturiero — una quota inferiore a quella della Spagna (64%) ma superiore a quella di Francia (51%) e Germania (39%). Meccanica strumentale (14% del valore aggiunto manifatturiero), prodotti in metallo (13%) e alimentare (9%) mantengono un’incidenza significativa sulla manifattura nazionale; tessile (25% del valore aggiunto settoriale europeo), abbigliamento (47%), pelletteria (50%) e mobili (20%) presentano invece un peso particolarmente elevato nel contesto europeo; metallurgia, chimica e gomma-plastica sono infine i comparti con le maggiori connessioni a monte e a valle lungo le filiere produttive.
È caratterizzata da un’elevata apertura ai mercati internazionali e da una composizione dell’export ampiamente diversificata: nel 2023 le esportazioni hanno raggiunto il 48,2% della produzione manifatturiera e generato un surplus commerciale di circa 120 miliardi di euro, trainato soprattutto dalla meccanica strumentale. I principali settori esportatori sono meccanica (17,1% dell’export manifatturiero, media 2023-2024), tessile-abbigliamento-pelle (10,8%), alimentare e bevande (9,8%), farmaceutica (8,6%) e autoveicoli (7,3%). La farmaceutica si distingue per un incremento particolarmente significativo dell’apertura agli scambi commerciali.
È ancora orientata verso le piccole e micro imprese. Nel 2023 soltanto il 42% del valore aggiunto manifatturiero è stato generato dalle grandi imprese (250 o più addetti), a fronte del 74% in Francia e del 75% in Germania; simmetricamente, micro (fino a 9 addetti) e piccole (10-49 addetti) imprese mantengono un ruolo molto rilevante, con un contributo complessivo superiore al 30% del valore aggiunto, rispetto a circa il 10% in Germania e il 14% in Francia. Tale configurazione riflette sia l’elevata numerosità delle piccole e micro imprese sia la dimensione relativamente ridotta delle grandi imprese italiane. Tuttavia, è in corso una trasformazione qualitativa significativa: nell’ultimo decennio un intenso processo di selezione ha ridotto il numero di micro imprese di quasi il 12%, mentre si osserva una crescita rilevante della dimensione media tra le grandi imprese. Questa evoluzione è rilevante considerando la relazione tra dimensione d’impresa e produttività: nella manifattura italiana, a parità di tutte le altre condizioni, l’efficienza cresce in modo significativo con la dimensione d’impresa, e le imprese medie e grandi italiane mostrano livelli di produttività superiori a quelli delle omologhe tedesche, francesi e spagnole.
Ha consolidato negli anni un lungo processo di rafforzamento patrimoniale, con implicazioni potenzialmente positive su investimenti, resilienza e competitività. La quota di capitale proprio sul totale del passivo è aumentata dal 34,5% nel 2007 al 48,9% nel 2023, chiudendo il gap rispetto ai competitors europei. Il periodo successivo alla pandemia ha però accentuato l’eterogeneità tra le imprese, evidenziando la presenza di una quota non trascurabile di aziende ancora relativamente fragili. Il rafforzamento patrimoniale è stato determinato, almeno in parte, da una forte riduzione dell’indebitamento, diffusa in tutti i settori: lo stock di prestiti è sceso in aggregato dal 100% del valore aggiunto nel 2011 al 56% nel 2024 e, coerentemente, la quota dei prestiti bancari sul totale del passivo è scesa dal 19,5% nel 2007 al 12,3% nel 2023. La solidità finanziaria è rilevante per la produttività delle imprese manifatturiere italiane: a parità di altre condizioni, l’allentamento dei vincoli finanziari è associato ad un aumento della produttività compreso tra il 5% e il 10% in media, e l’effetto è più marcato nei settori dove il capitale intangibile ha un ruolo più rilevante.
Mantiene una propensione all’investimento superiore a quella delle principali economie europee. Tra il 2015 e il 2024, gli investimenti in capitale fisso si sono attestati in media intorno al 25% del valore aggiunto manifatturiero, un livello superiore a quello registrato in Francia (22%) e Germania (20%) e sostanzialmente in linea con la Spagna. Allo stesso tempo, però, la crescita del capitale fisico disponibile mostra una dinamica relativamente debole nel confronto internazionale, anche quando considerata in rapporto all’input di lavoro. Gli investimenti in beni materiali costituiscono storicamente la quota più rilevante degli investimenti manifatturieri: la propensione media all’investimento nell’ultimo decennio è stata del 18,1% del valore aggiunto, consolidando la distanza già esistente rispetto alla Francia (11% medio) e alla Germania (9,3%). Al contrario, per quanto in crescita nel tempo, la propensione agli investimenti in beni immateriali (15%, solo in parte inclusi negli investimenti in capitale fisso) rimane sensibilmente inferiore a quella osservata in Germania (18%) e Francia (23%), soprattutto per quanto riguarda gli investimenti in proprietà intellettuale.
Ha ridotto le proprie dipendenze critiche di circa un terzo negli ultimi otto anni, soprattutto a causa del calo delle importazioni di gas dalla Russia e a una crescente diversificazione delle forniture energetiche. Nel 2023 le dipendenze manifatturiere dall’estero riguardavano 364 prodotti, per un valore di circa 26 miliardi di euro (8,7% del valore aggiunto manifatturiero), con livelli di criticità molto differenziati tra settori e fornitori. La farmaceutica presenta un elevato livello di concentrazione delle importazioni, mentre i semilavorati elettronici e le apparecchiature elettriche mostrano una forte esposizione geopolitica, con quote di fornitura dalla Cina comprese tra l’80% e il 90%. Inoltre, le importazioni critiche della farmaceutica e dell’elettronica risultano quasi interamente strategiche e ad alto contenuto tecnologico.
Il termometro della competitività: da 30 anni bassa dinamica della produttività, Italia più colpita dallo shock energetico
La bassa dinamica della produttività rappresenta una delle principali criticità strutturali della manifattura italiana. Negli ultimi trent’anni, pur mostrando un andamento migliore rispetto ai servizi e all’economia nel suo complesso, la produttività del lavoro per ora lavorata ha registrato una crescita cumulata (+26%) significativamente inferiore rispetto a quella delle principali manifatture europee: un terzo circa rispetto a quella registrata in Francia e Germania, meno della metà rispetto a quella in Spagna. La porzione più rilevante di questo divario si è generata tra il 1995 e il 2014, prevalentemente a causa di un contributo negativo della produttività totale dei fattori.
Tra il 2015 e il 2019, la crescita della produttività manifatturiera italiana ha mostrato invece segnali di convergenza rispetto ai competitors europei, grazie anche al contributo più favorevole del capitale intangibile e ad un contributo finalmente positivo della produttività totale dei fattori. Le crisi successive, prima sanitaria e poi energetica, hanno reso meno chiara la lettura sia dei segnali di convergenza sia delle loro cause, e la dinamica della produttività in Italia è tornata a perdere terreno. In particolare, lo shock energetico ha colpito l’Italia più severamente rispetto ad altri paesi europei, determinando un incremento più marcato dell’incidenza dei costi energetici sul totale dei costi di produzione — un’incidenza che risultava già relativamente elevata prima della crisi. Soprattutto nei settori energy-intensive, l’aumento dei costi dell’energia rischia di ridurre gli incentivi a investire, sia attraverso un effetto di offerta (l’incremento dei costi marginali innalza la soglia di redditività degli investimenti) sia tramite un effetto di domanda (la contrazione della domanda indotta dall’inflazione tende a comprimere gli investimenti), con implicazioni potenzialmente più durature sulla dinamica della produttività. Infine, nel biennio 2023-2024, la manifattura italiana, a fronte di un marcato calo della produzione industriale, è stata caratterizzata da un fenomeno di labour hoarding particolarmente ampio, che ha “meccanicamente” determinato un calo della produttività del lavoro.
Nell’ultimo decennio, la crescita della produttività è stata trainata in larga parte da variazioni positive nella produttività dei settori manifatturieri (within sectors). Tale contributo riflette sia un aumento della produttività media delle imprese sia una più efficiente riallocazione delle risorse tra imprese all’interno dei singoli settori. Pur diffuso, il miglioramento è stato più marcato tra le imprese collocate nella parte alta della distribuzione della produttività, incrementando il divario tra le imprese alla frontiera e il resto del tessuto produttivo. Il contributo derivante dalla riallocazione delle risorse tra diversi comparti del manifatturiero (between sectors) appare invece limitato e suggerisce l’assenza di cambiamenti strutturali nella composizione settoriale rilevanti ai fini della dinamica della produttività manifatturiera aggregata. Al di là del segno e della rilevanza relativa, i contributi osservati restano complessivamente modesti in termini assoluti. Ne consegue che, per rafforzare in modo duraturo la dinamica della produttività, è necessario agire contestualmente su più leve: sostenere l’innovazione e l’efficienza delle imprese alla frontiera, promuovere la diffusione delle migliori pratiche gestionali e tecnologiche tra le realtà meno produttive, favorendone la crescita dimensionale, e agevolare una più efficace riallocazione delle risorse verso imprese e settori con maggiore potenziale.
Tra il 2015 e il 2024 le esportazioni manifatturiere italiane sono cresciute in media del 2,4% l’anno, un ritmo nettamente superiore a quello di Francia (+0,8%) e Germania (+1,1%) e in linea con la Spagna. Tale performance indica un rafforzamento della competitività “rivelata” dell’industria italiana, che ha guadagnato quote nei mercati internazionali rispetto ai principali paesi europei. Il miglioramento della competitività sui mercati esteri è riconducibile principalmente ai diffusi guadagni di qualità dei manufatti italiani, particolarmente evidenti nella farmaceutica, nei mezzi di trasporto e nell’alimentare e bevande. Una dinamica favorevole dei prezzi alla produzione, sostenuta dal contenimento del costo del lavoro per unità di prodotto, e un contributo positivo della produttività del lavoro in diversi comparti, hanno ulteriormente rafforzato questa traiettoria di forte crescita.
Il ritorno della politica industriale: l’intervento pubblico per rivitalizzare la crescita della produttività
Come si è visto, il titolo del rapporto pone soprattutto una domanda. Una risposta è contenuta in uno degli approfondimenti tematici sul tema del ritorno della politica industriale. L’intervento pubblico nell’economia è oggi nuovamente percepito come uno strumento necessario per rafforzare la resilienza dei sistemi produttivi, rivitalizzare la crescita della produttività, promuovere l’innovazione tecnologica e accelerare la transizione digitale e verde. I sussidi pubblici, diffusi tra i grandi gruppi manifatturieri ma generalmente di entità contenuta, mostrano forti eterogeneità tra paesi e settori – con la Cina caratterizzata dai livelli di supporto più elevati – ed evidenziano una relazione positiva tra intensità degli aiuti e quote sui mercati globali. L’efficacia degli interventi dipende in modo cruciale dalle modalità di implementazione: criteri di allocazione oggettivi risultano più efficienti rispetto alla discrezionalità politica. È inoltre determinante orientare il sostegno verso prodotti ad alta complessità tecnologica e coerenti con la struttura produttiva nazionale, massimizzando così la probabilità di sviluppare un vantaggio comparato sostenibile nel tempo e generare ricadute positive sulla crescita. “Il valore di competenze, flessibilità e inclusione”: passa anche di qui la capacità dell’industria italiana di crescere e competere sui mercati internazionali nei prossimi decenni. Per affrontare le sfide poste dal declino demografico e dalla trasformazione tecnologica, la strategia di politica economica dovrà muoversi lungo direttrici integrate, volte a: ampliare la base occupazionale, investendo in infrastrutture sociali come asili nido e servizi di cura per favorire l’occupazione femminile e giovanile; rafforzare la produttività, promuovendo la diffusione di buone pratiche manageriali, essenziali per l’adozione consapevole delle tecnologie digitali; migliorare l’efficienza istituzionale, assicurando un quadro regolatorio che incentivi la mobilità del lavoro e gli investimenti innovativi, riducendo l’incertezza per le imprese.