Maglia nera all’Italia per le bonifiche
IN SINTESI
Dal Sin di Venezia-Porto Marghera a quello di Taranto passando la raffineria di Gela, il polo siderurgico di Piombino, le aree Ilva ed Eternit dismesse a Bagnoli, le lagune di Venezia e Orbetello.
Un secolo di ritardi ogni dieci siti in Italia è da bonificare. È l’amara fotografia della situazione lungo lo stivale sulle bonifiche ambientali che emerge dal nuovo dossier diffuso da Acli, Agesci, Arci, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera. Secondo le stime delle associazioni, l’Italia avrebbe accumulato complessivamente 992 anni di ritardo nei processi di risanamento ambientale dei 42 siti di interesse nazionale (Sin), istituiti tra il 1998 e il 2020 ma ancora in larga parte contaminati.
Parliamo di 6,2 milioni di persone, di una superficie di circa 170mila ettari a terra e 78mila in mare (il sei per mille dell’intera superficie nazionale), in molti casi aree produttive o già produttive del Paese, che continuano a restituire all’ambiente livelli preoccupanti di inquinanti e sostanze tossiche, con impatti diretti sulla salute dei cittadini e sull’economia dei territori. Una vera e propria “maglia nera” per il Paese, assegnata simbolicamente nel corso di un flash mob che si è tenuto nella giornata dell’11 novembre in piazza Cavour, a Roma.
La denuncia delle associazioni
I promotori dell’iniziativa parlano senza mezzi termini di una “vergogna nazionale”, ricordando come lo Stato italiano sia stato già condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) lo scorso gennaio per l’inazione sul caso della Terra dei Fuochi e sull’interramento illecito di rifiuti tossici in Campania.
«Quella sentenza – sottolineano le associazioni – deve rappresentare un monito per il Governo: non è più ammissibile tollerare ritardi e inadempienze. Occorre garantire il diritto alla salute e un ambiente salubre a oltre 6,2 milioni di persone che vivono ancora nelle aree inquinate». L’appello è rivolto direttamente all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, chiamato ad accelerare le attività di bonifica e a definire una strategia nazionale che oggi semplicemente non esiste. Le richieste includono tempi certi per gli interventi, trasparenza sull’utilizzo dei fondi e un rafforzamento del coordinamento tra Ministero dell’Ambiente, Regioni e amministrazioni locali.
I numeri della giustizia ambientale
Il quadro delineato dai dati del Ministero della Giustizia evidenzia un lento ma crescente impegno della magistratura. Tra il 2022 e il 2024 sono stati avviati 131 procedimenti penali per il reato di omessa bonifica (art. 452 terdecies del Codice penale), con 320 indagati e 61 inchieste contro ignoti.
Aumentano anche i casi di disastro ambientale (art. 452 quater): 92 indagini in tre anni, 346 indagati e altre 63 inchieste a carico di ignoti.
Un’attività repressiva che, pur significativa, non basta a compensare la lentezza degli interventi di risanamento né a garantire il necessario cambio di passo. Le associazioni chiedono pertanto un rafforzamento degli organici della magistratura e delle forze investigative, oltre a un aggiornamento costante delle mappature dei Sin e dei siti contaminati.
In particolare, i ritardi medi di bonifica in queste aree superano i 23 anni e 9 mesi, una cifra che testimonia l’urgenza di una risposta politica e industriale strutturale.
In alcuni casi, come ad esempio a Venezia-Porto Marghera si arriva addirittura a 27 anni di attesa per la bonifica. Dal 1998 ad oggi, nel sito veneto, dopo due perimetrazioni e tre accordi di programma, su 1.618 ettari di Sin è stato bonificato il 21% (339 ettari) di superficie a terra e lo 0,1% di falda (1 ettaro). Un risanamento al rallentatore che riguarda anche le aree private, di cui è stato bonificato solo il 5%, tra l’altro esclusivamente per fini produttivi.
Anche nella periferia orientale di Napoli 829 ettari di terreni posti in area ex-industriale e 448 ettari di mare contaminati attendono da 27 anni di essere bonificati. I numeri sullo stato di “non avanzamento” delle bonifiche parlano chiaro: in 27 anni degli oltre 800 ettari perimetrati il 4,7% del terreno e lo 0% delle falde sono stati bonificati, “così come non c’è nessun dato ad oggi sulla bonifica del mare che continua ad essere negato a Napoli Orientale così come a Bagnoli, e a pagarne lo scotto sono come sempre ambiente e salute dei cittadini”, sottolineano le associazioni.
Qualcosa, intanto, si muove a Taranto. Per la città dei due mari proprio ieri, 11 novembre, con la firma dell’Accordo per la Coesione, il Governo ha destinato una quota record dei fondi nazionali per la bonifica ambientale: oltre 97 milioni di euro, pari a più del 34% del totale stanziato a livello nazionale per la linea d’intervento “Bonifiche” del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021-2027.
Nel dettaglio, i 97.041.212 euro assegnati a Taranto saranno impiegati in due interventi considerati prioritari: 89,9 milioni andranno alla messa in sicurezza e bonifica dell’area PIP di Statte, che ricade all’interno del sito di interesse nazionale, e 7,1 milioni saranno utilizzati per la bonifica della falda nell’ex Yard Belleli, seconda fase di un piano già avviato.
A Piombino resta da bonificare un Sito d’interesse nazionale istituito nel 1998 e perimetrato nel 2000, per il quale i dati più aggiornati del ministero dell’Ambiente informano sullo stato dell’arte: su 931 ettari di Sin i terreni bonificati ammontano a 61 ettari mentre 395 ettari sono di aree dichiarate “non contaminate”, e sulla falda i dati sono ancora peggiori (rispettivamente 5 e 33 ettari).
Ancora, il Sin di Orbetello – Area ex Sitoco, con tutta la sua laguna, esiste dal 2002: su 204 ettari, c’è un progetto di bonifica approvato per 41 ettari. A Livorno, lo stesso rapporto è di 206 a 11 ettari, come terreni e come falda.

Sostanze tossiche e Reach: “L’Europa riveda le regole”
Oltre ai ritardi sulle bonifiche, le associazioni rilanciano anche il tema della gestione impropria di sostanze tossiche e pericolose, chiedendo all’Italia di farsi promotrice, in sede europea, di una revisione più restrittiva del regolamento Reach (2006).
Secondo le organizzazioni, l’attuale normativa non garantisce sufficiente trasparenza né efficacia nella limitazione e tracciabilità delle sostanze chimiche dannose, la cui diffusione – aumentata esponenzialmente dal secondo dopoguerra – continua a contaminare suoli e falde.
L’obiettivo è orientare l’industria verso una chimica verde, sostenibile e rispettosa della salute dei cittadini e dei lavoratori, in linea con le direttive europee sulla transizione ecologica.
Parallelamente alla denuncia pubblica, Acli, Agesci, Arci, Azione Cattolica, Legambiente e Libera hanno annunciato l’avvio della seconda edizione della campagna nazionale “Ecogiustizia Subito: In nome del popolo inquinato”, che percorrerà l’Italia in sei tappe simboliche.
Il viaggio inizierà il 26 novembre a Piombino (Toscana) e proseguirà in Basilicata (Tito, 21 gennaio), Sardegna (Sulcis-Iglesiente-Guspinese, 24 febbraio), Umbria (Terni Papignano, 12 marzo), Lazio (Fiume Sacco, 15 aprile) e Friuli-Venezia Giulia (Torviscosa, 14 maggio).
In ciascuna località verrà sottoscritto un “Patto di Comunità per l’Ecogiustizia”, un impegno condiviso tra istituzioni, cittadini e imprese per il riscatto dei territori inquinati.
A quasi trent’anni dalla nascita del primo elenco dei Sin, insomma, il Paese continua a pagare il prezzo della sua lentezza amministrativa e di un modello industriale che ha scaricato sull’ambiente i costi dello sviluppo.
Per questo oggi le associazioni chiedono un cambio di paradigma: non solo bonifiche rapide, ma una vera politica nazionale di ecogiustizia, capace di coniugare ambiente, salute e riconversione economica. La maglia nera consegnata all’Italia non è solo un simbolo: è il bilancio di dieci secoli di ritardi che continuano a pesare su territori e comunità in attesa di riscatto.