LA COMMISSIONE APPROVA IL REGOLAMENTO APPALTI

Il mercato dualistico e l’arretramento su 5-6 priorità sono rischi seri. Ma l’idea di uniformare le regole UE è giusta, se punta su vera concorrenza

10 Set 2026 di Giorgio Santilli

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Il mercato dualistico e l’arretramento su 5-6 priorità sono rischi seri. Ma l’idea di uniformare le regole UE è giusta, se punta su vera concorrenza

STÉPHANE SÉJOURNÉ VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DESIGNATO DELLA COMMISSIONE EUROPEA PER LA PROSPERITÀ E LA STRATEGIA INDUSTRIALE

“Ora servirà un anno di dibattito con Consiglio e Parlamento”: il vicepresidente della commissione Ue con la delega al mercato unico e alle strategie industriali, il francese Stephane Séjourné,  lo ha detto esplictamente ieri, sapendo bene che il primo atto, l’approvazione della proposta di regolamento Ue sugli appalti da parte dell’esecutivo di Bruxelles, non ha nulla di definitivo e apre invece una lunga stagione di confronti e discussioni tecniche e politiche.

Stagione che un grande Paese come l’Italia, che vanta su molti aspetti fondamentali il migliore e più avanzato codice degli appalti in Europa, potrebbe giocare all’attacco e non in difesa, provando a convincere il resto d’Europa della bontà delle cose fatte in casa ed esportabili nel continente. Cercando alleanze, certo, con altri Paesi, in Parlamento, con la stessa commissione, ma forti del fatto che la partita che si gioca da qui in avanti è una partita di miglioramento della proposta della commissione e l’Italia può favorire l’avanzamento del quadro normativo continentale su questioni come le tutele del contratto di lavoro (il tanto sbandierato “primato sociale” dell’Europa), una revisione prezzi obbligatoria (che favorisca un funzionamento fisiologico del mercato, anche contro i dumping interni), la ricerca con gli uffici comunitari di una soluzione concorrenziale ma equilibrata per il Partenariato pubblico-privato (in una nuova epoca di risorse pubbliche limitate), una soglia più equilibrata che non penalizzi la diffusione della progettazione in BIM (in Italia l’obbligo scatta per opere sopra i due milioni contro i 25 milioni della miope proposta europea). Per non parlare delle banche dati digitale uniche su cui, sia pure fra molte difficoltà, siamo più avanti.

Su questi punti (e sugli altri di cui parla Mariangela Di Giandomenico in questo articolo), l’Italia non può arretrare. Per giocare questa partita del confronto nel merito delle norme europee e nazionali, l’Italia ha però bisogno di mettere sul tavolo e spuntare alcune premesse fondamentali, anche per trovare gli alleati giusti.

La prima premessa, decisiva per attenuare le rigidità del nuovo quadro normativo europeo e favorire un compromesso, è la disponibilità della commissione a inserire esplicitamente nel regolamento una norma di chiusura o una clausola di salvaguardia che consenta di approvare discipline nazionali “interpretative” e di dettaglio e di salvaguardare le norme nazionali vigenti, sempre che siano compatibili con i principi e gli obiettivi europei di semplificazione e migliorative nell’attuazione dei principi contenuti nel testo del regolamento. Forse una forzatura rispetto all’ordinamento europeo ma un buon compromesso, anche per la commissione, per far passare l’idea del regolamento, niente affatto scontata nel passaggio in Parlamento e soprattutto nel confronto con il Consiglio, dove 14 Paesi hanno già preso posizioni nettamente critiche.

La seconda questione, il secondo rischio da evitare è quello del mercato dualistico. La questione è stata esplicitamente posta dal presidente dell’Ance, Antonio Ciucci, in una intervista al Sole 24 Ore pubblicata ieri. “Una delle nostre paure – ha detto Ciucci – è avere una disciplina per il sopra soglia e una per il sotto soglia, alle quali si aggiungono le tante deroghe già esistenti. Il rischio è creare un vero caos normativo”. Il mercato dualistico, appunto. Un rischio vero.

Eppure nel caos normativo, in Italia, ci viviamo già da molto tempo. Come più volte ha detto e dimostrato proprio l’Ance, il mercato italiano dei lavori pubblici è caratterizzato da una segmentazione patologica ed estrema che favorisce ora quel potentato pubblico, ora i suoi bracci operativi semi-privati, tutti soggetti che ritengono di potersi fare le regole da sé. In house, concessionari, public utilities, subaffidamenti mascherati, affidamenti senza gara; tutti segmenti di mercato che – questo è il punto – sono proprio il frutto avvelenato delle attuali direttive europee troppo flessibili nell’applicazione. Il far west nazionale.

Difficilmente si potrà evitare in futuro una distinzione fra sopra e sotto soglia, ma alcuni principi uniformatori possono ridurre queste differenze e soprattutto ridurre le “riserve” che già oggi sono sottratte ai principi generali.

Se quello che vuole la commissione è più semplificazione e più concorrenza aperta, il regolamento può essere lo strumento giusto per ridurre le frammentazioni e i coni d’ombra.

E qui c’è la terza condizione preliminare su cui l’Italia dovrebbe fare un cambio di marcia: la concorrenza. Si tratta di affermarla esplicitamente come principio-guida, per poi trovare un punto di equilibrio fra la giusta semplificazione e principi fondamentali, non derogabili, capaci di costruire mercati aperti e trasparenti. La digitalizzazione può consentire grandi passi avanti sul piano di una trasparenza semplificata. Ma qui bisogna ridurre e regolare al meglio l’area delle procedure negoziate.

Un ultimo punto: quel 30% di criteri di aggiudicazione diversi dal prezzo. Meccanismo di gara il cui funzionamento è tutto da verificare, per capire se davvero possa tutelare e affermare (in gara) gli aspetti sociali, ambientali, l’innovazione. Certamente quella quota è molto bassa, nel codice appalti italiano arriva al 70%. Ma proprio su questo punto Séjourné ha fatto capire che la commissione è disposta a trattare, a dare flessibilità all’impianto, ad accrescere quella quota.

Aldilà della percentuale, però, il principio accettato (e addirittura imposto) a livello europeo può aprire una porta nuova a quella trasformazione in chiave “verde” e “sociale” del settore degli appalti, dei lavori pubblici, delle costruzioni che è una chiave per il futuro. Una porta verso la grande sfida che oggi la commissione – oltre il quadro normativo e oltre la proposta di regolamento – sembra intravvedere, delineare, lanciare per capire chi ci sta: fare del settore degli appalti il motore riconosciuto dell’economia europea e delle sue trasformazioni verde, tecnologica e digitale.

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