INTERVISTA A CITTà NEL FUTURO
Mario Cucinella: “Se facciamo importanti programmi di investimenti per costruire case e scuole e rigenerare le nostre città, non possiamo dare all’architettura un ruolo marginale. Fare le cose bene, non di fretta”
Mario Cucinella è intervenuto ieri a Città nel futuro 2030-50, intervistato sul palco dell’Auditorium del MAXXI dal direttore di DIAC, Giorgio Santilli. Riportiamo qui le parti più significative dell’intervista (il video integrale si può vedere nel canale Youtube di Diario DIAC).
Architetto Cucinella, il documento dell’ANCE rileva che il PNRR ha comportato “un cambiamento di paradigma sulla programmazione, sull’esecuzione e sulla rendicontazione” degli interventi. Credo sia un concetto corretto. Ma che ne è stato della progettazione? L’impressione è che il PNRR non ha comportato quello scatto che ci saremmo potuti aspettare. Penso, come paradigma, alle scuole. Qual è la tua impressione?
Condivido. C’erano le premesse perché partisse una nuova stagione dell’architettura in Italia. Come quando partì il programma scuole. Avevamo fatto le “linee guida di indirizzo sulla buona scuola”, un documento di indirizzi per la progettazione, per dare una mano alle strutture amministrative e indirizzarle verso la qualità progettuale mediante la definizione di alcuni elementi fondamentali del progetto. Il livello di apprendimento di un ragazzo in una scuola dipende non solo dalla pedagogia, ma anche dalla qualità dello spazio, dal design, dal colore, dalla luce naturale, da tutti gli elementi che costituiscono l’ambiente in cui si studia. Quegli indirizzi li mettemmo nei documenti di gara come elementi prescrittivi, ma poi, per ragioni a me sconosciute, si disse che agli architetti non si potevano dare prescrizioni e rimasero così solo indicazioni svuotate, senza che vi fosse collegato alcun punteggio in gara.
E oggi?
Oggi abbiamo investito con il Pnrr su una quantità di progetti scolastici che non ha precedenti, era un momento straordinario da cogliere: quelle scuole rimarranno lì per i prossimi vent’anni, forse più, fino a quando non ci sarà una nuova stagione di investimenti. Mi pare che abbiamo perso il treno sull’aspetto qualitativo. Avremmo dovuto fare come negli anni ’60 con il Piano Casa, in cui erano stati coinvolti giovani architetti – quindi speranze dell’Italia – che poi sono diventati maestri dell’architettura italiana. Come allora, questa era una grande occasione. Invece ha prevalso la fretta: se tu fai delle gare in cui dici che i progetti li devi fare in tre settimane e devi costruire in quattro mesi, poi ti prendi un cubetto grigio di cemento con le finestre.
Non riusciamo a mettere il progetto al centro del processo di realizzazione di un’opera.
Non si può pensare che l’architettura abbia un ruolo marginale in un processo di investimenti importanti, che la progettazione possa essere sempre ridotta a tempi irrealistici. Produrre un progetto in poche settimane significa produrre un brutto progetto, non esistono formule magiche. La fretta è il problema che abbiamo. Bisognava fare una verifica sulla qualità dei progetti, i PFTE, che venivano messi in gara di appalto per le imprese. Invece, cosa si è fatto? A un architetto gli si fa fare un PFTE, un progetto di fattibilità tecnico economica, che poi sparisce dalle mani dell’architetto e finisce nel mondo delle imprese, che fanno completare questo progetto a qualcun altro, e non si sa più chi lo fa, come si fa, chi lo controlla. Ma non è possibile!
Un Paese che ama l’architettura non dà agli architetti un ruolo marginale, alla progettazione un ruolo marginale. Dà ai progetti un ruolo principale. Con i progetti fatti bene, si fanno begli edifici. Coi progetti fatti male, si fanno brutti edifici. E se i progetti non vengono seguiti, non si riesce ad arrivare fino in fondo.
Il Governo ha lanciato un bel programma di grandi ospedali. Abbiamo vinto una gara per fare l’ospedale di Cremona, sono 480 milioni di investimento. Una gara per un PFTE. Io vivo nel terrore. Il mio progetto finisce in una gara per le imprese, dopodiché io non so più cosa succederà. Non va bene. L’impresa deve fare l’impresa e i progettisti fanno i progettisti. C’è un problema di definizione dei ruoli e della competenza per arrivare in fondo a progetti di qualità. Su questo va cambiato il codice degli appalti. Se fai solo dei PFTE per fare prima, alla fine di questi ospedali, c’è da aver paura. Non perché non mi fidi delle imprese, fanno il loro lavoro, ma perché l’architetto deve portare i suoi progetti fino in fondo.
Poi c’è l’impatto sulle nostre città.
Noi dovremmo fare in modo che questa stagione dell’architettura – che non è solo edifici scolastici e ospedali, ma anche il tema della casa che partirà tra poco – diventi un manifesto culturale per le nostre città. Non è solo un problema di denari, non è solo un problema dell’economia, non è solo un problema di occupazione, il punto è che cosa cade a terra. Non è che lasciamo solo gli stipendi, a terra noi lasciamo l’eredità per quella che sarà la cultura italiana dei prossimi anni.
Cosa manca in questa cultura?
Ci si riempie tutti la bocca sulla rigenerazione urbana, ma la rigenerazione urbana è anche inserire una scuola fatta bene in un quartiere perché questo genera relazioni sociali, è costruire un laboratorio o un presidio medico di grande qualità architettonica. Una delle verità che impariamo quando andiamo in giro fuori dall’Italia è che l’architettura bella è contagiosa. È contagiosa. Se tu fai una cosa bella, poi a fianco ne nasce un’altra bella. Bisogna veramente entrare in questa logica. Oltretutto, il tema della bellezza e della qualità dei progetti è una storia che capiscono tutti gli italiani, che ci invidiano tutti nel mondo. È possibile che la contemporaneità si sia dimenticata della bellezza in un investimento di 200 miliardi? Possibile che in 200 miliardi non ci fosse una spinta per aumentare il livello qualitativo della progettazione?
Anche gli amici costruttori dell’ANCE vanno sollecitati a cambiare, a fare innovazione. Tutto parte da progetti che hanno innovazione all’interno. E, siccome i costruttori rispondono sempre alla sollecitazione, bisogna innescare un meccanismo che faccia crescere il livello qualitativo della progettazione e non solo, delle competenze dell’ingegneria, dell’architettura, di tutti quei segmenti che fanno parte della filiera delle costruzioni.
Cosa si sarebbe dovuto fare nel Pnrr e cosa si può ancora fare in concreto? In parte hai risposto: criteri di qualità collegati a punteggi in gara e modelli di scuole o di ospedali affidati ad architetti importanti che poi però siano effettivamente seguiti. Che altro? Teniamo conto che sta arrivando un altro treno, il Piano casa, lo dicevi, e DIAC ha già denunciato una disattenzione all’aspetto della qualità progettuale.
Sì, bisognerebbe introdurre nel bando di gara un sistema di valutazione dei progetti in cui c’è una checklist di elementi qualitativi che portano a valutare un progetto migliore di un altro perché ha quelle caratteristiche. Non è complicato, abbiamo tutta la cultura per sapere quali sono quegli ingredienti. In questo modo diamo un valore culturale a un investimento economico, perché spendere i soldi per fare dell’economia va benissimo, ma quei processi ci servono anche per aumentare la qualità dei territori.
Il Piano casa?
Il ruolo del pubblico nel Piano Casa è fondamentale. In tanti Paesi d’Europa il pubblico gioca un ruolo importante nella calmierazione del mercato, perché immette sul mercato case di qualità a un prezzo accessibile dove le persone sono contente di andare ad abitare. Noi quel segmento ce l’abbiamo avuto, perché abbiamo una storia della casa popolare che ci invidiano. C’era allora l’idea che la casa popolare fosse la casa sociale, il luogo dove stavano insieme le famiglie, dove c’era il cortile, dove c’erano tutti quegli elementi che rappresentavano quel momento e quella società. Oggi dobbiamo ripartire da lì per costruire le più belle case pubbliche, che non significa le più costose, perché si possono fare belle cose a costi ragionevoli. Per rimettere sul mercato case popolari fatte bene e calmierare questo conflitto che sta diventando sempre più ampio in tutte le città, perché la casa nelle grandi città non è più accessibile neanche per famiglie che hanno due stipendi. Allora, è il momento che il pubblico faccia il pubblico e svolga questo lavoro con attenzione ai temi ambientali.
Che vuol dire che il pubblico deve fare il pubblico?
Prendiamo il cambiamento climatico, sta nell’agenda di tutti i giorni. Ma poi come si traduce? Costruendo edifici fatti bene, facendo progetti di rigenerazione in cui i temi ambientali vengono davvero messi a terra. Il tema del riscaldamento delle città non è solo clima. Il clima è un fattore determinante, ma se pedonalizzi una città, togli gran parte del calore che producono le macchine, migliori la qualità del microclima urbano, hai bisogno di meno condizionamento. È tutto collegato. Le città sono ecosistemi: se tu tratti un pezzetto devi mettere insieme tutti i pezzetti.
Serve una programmazione sistematica, uno dei problemi emersi in “Città nel futuro”.
Sono processi lunghi, lo dico da tempo, le trasformazioni urbane sono ecosistemi lenti, che hanno bisogno di programmazione molto lunga. Non ce la fai in cinque anni a cambiare una città, l’abbiamo visto a Milano, ci sono voluti vent’anni per fare le trasformazioni che sono avvenute. Del PNRR, allora, prendiamo lo slancio di un investimento lento ma a lungo termine. Abbiamo problemi che non si risolvono in una stagione. La casa, gli alloggi per studenti. Non li fai in due o tre anni. Ci vogliono due anni solo per avere una concessione, ci vogliono 7-8 mesi per fare una gara evitando i contenziosi e sono già passati tre anni. La trasformazione degli edifici pubblici richiede tempo, la procedura è da velocizzare, sono d’accordo, ma non per fare male le cose, bensì per farle bene. Quel che è straordinario nel nostro Paese è che tutti sappiamo dov’è il problema, ma non riusciamo a risolverlo. Abbiamo tanti sistemi che ci complicano la vita, però vogliamo andare in fretta. Allora, o semplifichiamo veramente i processi controllandoli o noi il treno lo perdiamo.
Torniamo all’impatto del clima nelle città. Che fare?
“Le città sono isole di calore e quindi riforestiamo le città”: è un’idea meravigliosa, poi però bisogna farla cadere a terra. Riforestare una città non è una cosa che si fa in due minuti: possiamo fare i progetti, però ci vuole un accompagnamento culturale, bisogna spiegare alle persone perché dobbiamo fare questo tipo di azioni. Recentemente è morto in un incidente aereo un architetto paesaggista cinese, Kongjian Yu, che è stato quello che in Cina ha costruito le città spugna. Erano 20 anni che in Cina faceva città spugna! Noi iniziamo ora, balbettiamo il tema, però le nostre città non sono così semplici. Cosa facciamo nei centri storici, la spugna? È impossibile. Bisogna trovare un modello italiano per affrontare questi cambiamenti.
Ci vuole tempo e determinazione a cambiare, questo sta dicendo.
Ci vuole tempo e vi dico: “Amate l’architettura”. Lo dico per passione, questo mestiere non potrei farlo senza passione. E dico alla politica: amate l’architettura! L’architettura migliora la qualità della vita delle persone. Non è solo un progetto estetico, bello. L’architettura è una forma di cura delle persone, crea gli spazi giusti per vivere bene. Questo è il nostro obiettivo.