LA RELAZIONE DI BANKITALIA
Ritardo negli investimenti in R&S e governance frammentata: ecco cosa frena l’innovazione in Italia
Più innovazioner per aumentare la produttività e, quindi, la crescita dell’economia italiana. E’ una ricetta sistemica quella presentata dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle sue Considerazioni Finali il 29 maggio. Ma a mostrare quanto complesso sia il percorso per perseguire questi obiettivi è la stessa relazione dell’istituto centrale che mette sotto la lente nodi strutturali costituiti, in primis, dal quantum delle risorse e dalla frammentazione della governance. Ma ecco, più nel dettaglio, cosa emerge dall’analisi di Bankitalia. I dati riportati da Eurostat, Istat e Banca d’Italia mostrano che l’Italia continua a presentare un ritardo significativo rispetto ai principali partner europei sia negli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) sia nei risultati innovativi conseguiti. Secondo i dati dell’Eurostat, l’incidenza della spesa in R&S sul PIl nel 2024 (ultimo anno per il quale sono disponibili i dati) è rimasta pressoché stabile, all’1,4 per cento, tra le più basse dell’Unione europea (0,9 punti percentuali al di sotto della media). Il divario riflette soprattutto la debolezza della componente privata: la spesa in R&S delle imprese è poco più della metà della media europea. Secondo la Rilevazione statistica sulla ricerca e sviluppo nelle imprese dell’Istat, nel 2023 la spesa è stata sostenuta in prevalenza dalle imprese di grande dimensione (a cui è riconducibile il 73 per cento della spesa complessiva), mentre quella delle piccole aziende si è ridotta. Con riferimento agli assetti societari, emerge il ruolo preponderante dei gruppi multinazionali (a controllo nazionale o estero), a cui fa capo l’83 per cento della spesa totale. Le istituzioni pubbliche contribuiscono per meno del 5 per cento al finanziamento della spesa in R&S delle imprese.
Non c’è solo un problema di risorse. Tra il 2019 e il 2025 sono stati destinati mediamente 6,8 miliardi di euro all’anno a ricerca e innovazione ma l’intervento pubblico a sostegno dell’innovazione risulta frammentato tra misure nazionali e locali “L’efficacia della filiera dell’innovazione dipende non solo dall’entità delle risorse mobilitate, ma anche dalla capacità del sistema di indirizzarle in modo coordinato e coerente. L’analisi delle politiche pubbliche evidenzia significative frammentazioni e sovrapposizioni sia tra gli strumenti sia tra le responsabilità dei diversi livelli di governo”, sottolinea Bankitalia. Circa la metà di queste risorse è stata gestita dalle Amministrazioni centrali, poco meno di un terzo dagli atenei e circa un quinto dalle Amministrazioni locali. Gli interventi riguardano in larga parte progetti di ricerca e incentivi alle imprese (rispettivamente il 45 e il 36 per cento degli stanziamenti complessivi). Le università si concentrano quasi esclusivamente sui primi, mentre a livello locale prevalgono i secondi; le Amministrazioni centrali destinano i finanziamenti in misura analoga alle due categorie. Le regioni si collocano in due principali raggruppamenti in base alla rilevanza relativa dei progetti di ricerca e degli incentivi alle unità produttive, senza un chiaro gradiente Nord Sud. Nel periodo in esame i progetti di ricerca gestiti centralmente, per lo più da istituti di ricerca nazionali, sono stati caratterizzati da finanziamenti più elevati, pari in media a 600.000 euro per intervento, e hanno riguardato soprattutto i settori ingegneristico, agrario e delle scienze naturali. Quelli universitari, quattro volte più numerosi, hanno ricevuto in media 210.000 euro e sono stati concentrati nei comparti ingegneristico, sanitario e delle scienze sociali. A livello locale gli enti sanitari sono stati responsabili della maggior parte dei progetti, con finanziamenti di importo medio pari a 416.000 euro. Nel complesso hanno prevalso i progetti relativi alla ricerca applicata.
Gli interventi a sostegno delle imprese effettuati dalle Amministrazioni locali sono di entità media inferiore a quella delle corrispondenti misure nazionali (0,1 e 2,2 milioni di euro, rispettivamente). Emerge un ambito di sovrapposizione tra le misure: quasi il 10 per cento dei beneficiari è destinatario di finanziamenti sia statali sia locali e circa il 15 per cento è assegnatario di più contributi dallo stesso livello di governo. Le imprese aggiudicatarie sono principalmente società di capitali; quelle che ottengono incentivi locali sono in media più piccole, più giovani e poco meno redditizie di quelle che ricevono aiuti erogati centralmente.
Le linee di intervento gestite a livello decentrato destinano alle start‐up innovative una quota relativamente più alta delle risorse. La sovrapposizione tra i diversi strumenti nelle finalità perseguite suggerisce come il raccordo fra i livelli di governo sia parziale. Una start-up che riesce a superare la fase iniziale di sviluppo necessita generalmente di strumenti finanziari più consistenti per crescere, internazionalizzarsi e consolidarsi sul mercato. Senza un efficace raccordo tra livelli di governo, il rischio è quello di creare percorsi frammentati e discontinui.
La complessità del sistema emerge ancora più chiaramente osservando il quadro normativo. Alla fine del 2025 risultavano in vigore oltre cento leggi regionali dedicate alla ricerca e all’innovazione. Ogni regione dispone di propri strumenti di programmazione, propri organismi di coordinamento e proprie strutture operative. Negli ultimi anni, anche per effetto delle politiche europee, si è sviluppata una vera e propria galassia di soggetti dedicati all’innovazione. Secondo la ricognizione effettuata dalla Banca d’Italia, sono attualmente operativi: 44 soggetti intermedi regionali; 139 aggregazioni tra imprese, università e centri di ricerca; 38 parchi tecnologici; 37 incubatori partecipati da enti pubblici. Molte di queste strutture svolgono funzioni analoghe e operano sugli stessi territori. Le denominazioni cambiano – cluster, poli, distretti, reti, hub – ma spesso gli obiettivi risultano simili: favorire il trasferimento tecnologico, mettere in rete imprese e ricerca, attrarre investimenti.
La proliferazione degli organismi testimonia la crescente attenzione verso l’innovazione, ma solleva interrogativi sull’efficienza complessiva del sistema e sulla reale capacità di coordinamento tra soggetti diversi. Una parte importante delle politiche regionali ruota attorno alla Strategia di Specializzazione Intelligente, il modello introdotto dall’Unione Europea per orientare gli investimenti in ricerca e innovazione. L’idea alla base della strategia è semplice: ogni territorio dovrebbe concentrare le proprie risorse su un numero limitato di ambiti nei quali possiede vantaggi competitivi o potenzialità di sviluppo. Tuttavia, l’esperienza italiana mostra una tendenza opposta. Nel ciclo di programmazione 2021-2027 le regioni hanno individuato in media sei aree tecnologiche prioritarie e circa la metà di esse ha ampliato il numero di settori considerati strategici rispetto alla programmazione precedente. In altre parole, la specializzazione rischia talvolta di trasformarsi in una moltiplicazione delle priorità. Quando tutto diventa strategico, nulla è realmente prioritario. Con la legge delega del 2023 il Parlamento ha affidato al Governo il compito di riorganizzare il complesso universo degli aiuti alle imprese. Il primo risultato è arrivato nel 2025 con il nuovo Codice degli incentivi. L’obiettivo è ambizioso: ridurre la frammentazione, eliminare duplicazioni, semplificare le procedure e migliorare il coordinamento tra Stato e regioni.
Un’altra spia importante è quella dei brevetti per i quali, così come negli altri principali paesi europei, nel 2025 il numero di domande presentate è diminuito (-2,0 per cento), a fronte di tassi di crescita elevati per i richiedenti di Cina e Corea del Sud. L’Italia si è confermata al decimo posto nella graduatoria mondiale dell’Ufficio europeo dei brevetti (European patent office, EPO) con una quota del 2,4 per cento del totale delle domande, nettamente al di sotto di Germania (12,1) e Francia (5,4). L’analisi della specializzazione tecnologica dei brevetti EPO evidenzia un profilo concentrato nelle tecnologie tradizionali (movimentazione e logistica, ingegneria civile, macchine utensili) e un marcato svantaggio in quelle digitali e avanzate (comunicazioni digitali, telecomunicazioni, tecnologia informatica e semiconduttori). Questa tendenza si è rafforzata nell’ultimo triennio. Fra le tecnologie avanzate, fanno eccezione quelle chimiche di base e macromolecolari, quelle farmaceutiche e di analisi biologica e le tecnologie legate all’ambiente, per le quali – negli anni più recenti – è in atto un rafforzamento della posizione relativa. Al ritardo quantitativo e di specializzazione si affianca un divario qualitativo. L’impatto medio dei brevetti italiani, misurato dal numero di citazioni a cinque anni dal deposito, risulta inferiore a quello medio dei brevetti concessi dall’EPO, Con riferimento alle domande di brevetto presentate nel periodo 2014-19, la media delle citazioni a cinque anni si attesta intorno a 3, a fronte di una media globale di 8. Anche il valore economico medio dei brevetti italiani si colloca su livelli più bassi.