IERI LA FESTA DELLA FILLEA

Bologna, il progetto del tram diventa un modello: infrastrutture, lavoro stabile e sviluppo urbano. Di Franco: “Laboratorio sociale”

29 Lug 2026 di Maria Cristina Carlini

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Bologna, il progetto del tram diventa un modello: infrastrutture, lavoro stabile e sviluppo urbano. Di Franco: “Laboratorio sociale”

Non soltanto un’infrastruttura destinata a cambiare il volto della mobilità urbana, ma anche un modello organizzativo e occupazionale capace di indicare una possibile direzione per il futuro del settore delle costruzioni. Il ‘Progetto Tram’, una delle opere di punta del Pnrr nel settore della mobilità urbana, diventa così un vero e proprio laboratorio. E’ questo il principale messaggio emerso dalla seconda Festa della Fillea Cgil di Bologna, ospitata all’interno del cantiere della tranvia e che ha visto la partecipazione di oltre 300 lavoratrici e lavoratori. Un luogo simbolico, scelto non a caso, per discutere di infrastrutture, politiche industriali e qualità del lavoro. Alla tavola rotonda hanno preso parte il segretario generale della Fillea Cgil Antonio Di Franco, il sindaco di Bologna Matteo Lepore, il presidente e direttore di CMB Roberto Davoli, il direttore tecnico della tranvia Luciano D’Onofrio, il direttore del Cresme Lorenzo Bellicini, la presidente di TPER Giuseppina Gualtieri e il segretario generale della Fillea Bologna Luca Simonazzi.

È da qui che il segretario generale della Fillea Cgil, Antonio Di Franco, lancia un messaggio che guarda ben oltre Bologna. “La tranvia di Bologna è un laboratorio sociale più che uno dei tanti cantieri. Siamo qui con 300 lavoratori perché vogliamo dimostrare che è possibile spendere risorse pubbliche rispettando i tempi e garantendo continuità occupazionale”.  Il tema non è solo la realizzazione di un’infrastruttura destinata a cambiare la mobilità cittadina, ma il modo in cui quell’opera viene costruita. Per Di Franco, infatti, il valore dell’esperienza bolognese risiede soprattutto nella scelta compiuta da CMB di stabilizzare i lavoratori del consorzio, rompendo uno schema consolidato nel settore delle costruzioni.

“Normalmente si viene assunti per il tempo necessario a realizzare un’opera e, una volta concluso il cantiere, bisogna ricominciare tutto da capo”, osserva il segretario della Fillea. “Qui, invece, si è scelto di mantenere il patrimonio di competenze costruito durante il lavoro, evitando di disperdere professionalità e relazioni umane”. Una scelta che, secondo il sindacato, rappresenta un modello industriale prima ancora che contrattuale. In un settore storicamente caratterizzato da forte frammentazione e precarietà, la continuità occupazionale diventa infatti uno strumento per aumentare qualità, sicurezza e produttività.

Ma il dibattito si è rapidamente allargato al futuro delle politiche industriali italiane. Per Di Franco, il vero interrogativo riguarda ciò che accadrà una volta terminata la stagione straordinaria del Piano nazionale di ripresa e resilienza, (tema al centro dell’intervista a Giorgio Santilli). “La sfida dei prossimi dieci anni è trasformare le costruzioni in un settore industriale stabile”, afferma. “Abbiamo bisogno di una programmazione infrastrutturale certa, di investimenti continui e di una visione che consenta alle imprese di pianificare e ai lavoratori di costruire un percorso professionale. Oggi questa prospettiva non è ancora chiara”.  Il riferimento è al rischio che, esaurite le risorse del Pnrr, il comparto possa tornare alla logica delle opere episodiche, con inevitabili ripercussioni sull’occupazione. Da qui la richiesta al Governo di definire una strategia di lungo periodo, capace di accompagnare le grandi transizioni ambientali, energetiche e demografiche attraverso un piano stabile di investimenti pubblici.

Non è casuale che questa riflessione parta proprio dal cantiere della tranvia di Bologna. L’opera rappresenta uno dei maggiori investimenti italiani nel trasporto pubblico locale finanziati con il Next Generation EU. Un intervento da circa 800 milioni di euro che comprende la realizzazione delle prime due linee della futura rete tranviaria – la Rossa e la Verde – alle quali si aggiunge la fornitura di 60 nuovi convogli.

Il progetto non si limita però alla posa dei binari. I lavori stanno ridisegnando interi quartieri della città, con il rifacimento delle reti idriche, del gas, dell’energia e delle telecomunicazioni, la realizzazione di nuove piste ciclabili, la riqualificazione degli spazi pubblici e un profondo ripensamento della mobilità urbana. Un’opera complessa che, nonostante gli aumenti dei costi registrati negli ultimi anni, continua a rispettare il cronoprogramma che punta all’entrata in esercizio nel 2027. Ed è forse proprio questa la cifra dell’iniziativa organizzata dalla Fillea. Il cantiere del tram non viene raccontato soltanto come un’infrastruttura destinata a trasportare passeggeri, ma come un’esperienza che dimostra come una grande opera pubblica possa produrre anche un’altra infrastruttura, meno visibile ma altrettanto importante: quella delle competenze, della stabilità occupazionale e della coesione sociale.

È questo il traguardo che il sindacato rivendica. Perché, sostiene Di Franco, il successo di un investimento pubblico non si misura soltanto nei chilometri di binari posati o nei tempi di realizzazione, ma anche nella capacità di lasciare in eredità un sistema produttivo più forte e un lavoro meno precario. Se il tram cambierà il modo di muoversi dei bolognesi, il modello sperimentato in questo cantiere potrebbe indicare anche una strada diversa per il futuro dell’edilizia italiana.

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