L'INTERVISTA

Mini-idroelettrico, Andreoli (Anie): “Il governo chiarisca la portata della sentenza Cgue. Gli operatori soffrono doppi-tripli canoni regionali e iter di 6 anni che erodono gli investimenti”

Intervista al vicepresidente della federazione Anie Rinnovabili con delega agli impianti di generazione a turbina, Flavio Andreoli Bonazzi

25 Set 2026 di Mauro Giansante

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Mini-idroelettrico, Andreoli (Anie): “Il governo chiarisca la portata della sentenza Cgue. Gli operatori soffrono doppi-tripli canoni regionali e iter di 6 anni che erodono gli investimenti”

Andreoli, quali sono gli effetti pratici della sentenza della corte di giustizia dell’Unione europea? Da un punto di vista legale cosa cambia per l’Italia e gli altri paesi Ue?

A livello pratico la sentenza consente nell’immediato la ripresa degli iter di rinnovo delle piccole concessioni idroelettriche bloccati dalle regioni. Sancisce inoltre il principio della non necessità di gara ad evidenza pubblica per il rinnovo delle concessioni, conferendo certamente maggiore stabilità e certezze al settore. I produttori potranno, in virtù della sentenza, effettuare investimenti per rinnovare e migliorare i propri impianti.

Mi sembra che il primo effetto sia quello di imporre l’applicazione della legge vigente in Italia sul rinnovo delle piccole derivazioni idroelettriche. Com’è noto, gli articoli 28 e 30 del T.U. Acque prevedono che le concessioni di piccola derivazione vengano rinnovate automaticamente alla loro scadenza.

Giudici e pubblica amministrazione non possono più sostenere, come hanno fatto in passato, che la legge interna va disapplicata perché è contraria alla direttiva Bolkestein. Ora qualcuno potrà sostenere che il rinnovo è contrario ad altre norme comunitarie, ma i principi fissati dalla sentenza lo rendono sicuramente più difficile.

Per l’Italia quindi la conseguenza è che si potrà nuovamente dare applicazione alla legge vigente che, su base nazionale, prevede il rinnovo delle concessioni idroelettriche se persistono i fini della derivazione e non ostino superiori ragioni di pubblico interesse. Se dovessero esserci norme regionali contrarie a questo principio occorrerebbe verificarne la legittimità in base alla competenza legislativa statale in materia di concorrenza.

La sentenza impatterà sulle grandi concessioni?

A mio avviso sì. Come accennato, il principio affermato ha portata generale e dunque neanche le concessioni di grande derivazione sono soggette alla disciplina della Bolkenstein.

Occorre, però, chiarire che la situazione delle grandi derivazioni, è diametralmente opposta a quella delle piccole: la legge italiana attuale prevede che al termine delle concessioni si proceda ad una riassegnazione tramite gara o tramite società mista pubblico privato con scelta del socio privato con gara oppure con partenariato pubblico privato. A differenza delle piccole concessioni, quindi, la scelta di fare delle gare per riassegnare le concessioni è stata fatta dal legislatore italiano e non dipende direttamente dall’applicazione della direttiva Bolkestein.

Tuttavia, alla luce di questa sentenza acquista vigore l’idea contraria all’opportunità di svolgere le gare e che propone delle altre strade che permettano comunque di prevedere una rendita da questi impianti verso la pubblica amministrazione, garantendo allo stesso tempo un ripristino della capacità dei bacini idroelettrici e il rifacimento delle opere idrauliche che ne hanno necessità. Insomma, se la direttiva Bolkestein non impone le gare per gli impianti di produzione di energia perché noi abbiamo deciso di farle?

Ci sono altre norme europee che l’impongono? Ma se così fosse, perché la Commissione europea ha chiuso la procedura d’infrazione nei confronti della Francia che ha deciso di trasformare le concessioni idroelettriche in autorizzazioni (senza scadenza) prevedendo un certo quantitativo di produzione virtuale da mettere sul mercato? Francamente mi sembrano domande più che lecite alle quali Governo e Parlamento, soprattutto alla luce della sentenza della Cgue, credo siano chiamati a dare risposta.

Per capire meglio, quanto vale oggi la filiera del mini-idroelettrico? 

Secondo un’elaborazione Anie Rinnovabili su dati Terna, al 31 agosto l’idroelettrico nel suo complesso vanta 4.978 installazioni per una potenza di 21.344 megawatt. Il totale del mini-idro, cioè con potenza inferiore a 1 megawatt vede 3.616 installazioni da 926.7 megawatt complessivi. 

Il mini-idroelettrico, inoltre, pesa il 4% della potenza di tutto il comparto, che a sua volta vale il 24% di potenza tra tutte le fonti rinnovabili elettriche. Nel 2025, l’idroelettrico ha fornito un contributo alla produzione elettrica nazionale pari al 16% ed uno alla produzione elettrica rinnovabile nazionale pari al 34%. In totale, lo scorso anno, sono stati prodotti 42.988 gigawattora dall’acqua.

Guardando, poi, a chi compone la filiera possiamo dire che è ben strutturata. Dallo sviluppo e progettazione alla costruzione di tecnologie e di impianti sino alla fornitura di servizi di O&M. La filiera, inoltre, ha radici in Europa. E attiva altre importanti filiere, cemento e metallurgia in primis.

Quali sono le criticità che affliggono il settore, tanto tecniche quanto normative?

Le criticità che affliggono il settore sono principalmente di carattere burocratico ed amministrativo. Anzitutto, la lunghezza e complessità dell’iter autorizzativo che necessita separatamente della concessione per il prelievo delle acque pubbliche e delle autorizzazioni sia ambientali che di costruzione ed esercizio dell’impianto oltre che di realizzazione delle opere di connessione alla rete elettrica nazionale.

Inoltre, per accedere agli incentivi Fer è necessario superare un ulteriore ostacolo rappresentato dalla pratica, istruita dalla Snpa afferente al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, relativa alla certificazione delle qualità delle acque del corso d’acqua che alimenta. Tutto il processo ha una durata non inferiore ai 4 anni, con tempi medi di circa 6 anni.

Dal punto di vista amministrativo, il settore è gravato da una serie di tasse regionali spesso sproporzionate rispetto alla capacità di generare reddito dell’impianto. Ogni regione applica infatti un canone ed un sovra canone da calcolarsi sulla potenza concessa. Inoltre, per impianto con potenza concessa superiore ai 220 kW, se l’impianto ricade in una area nella quale si è costituito un ente Bacino Imbrifero Montano (Bim), numerosissimi in Italia, il produttore deve pagare anche il canone BIM stabilito con cadenza biennale a livello centrale dal suddetto Ministero. 

Vi sono poi gli oneri di compensazioni ambientali negoziate con i comuni in sede di iter autorizzativo dipendenti dalla taglia dell’impianto ed obbligatori per impianti superiori ad 1 MW. La somma di canone, sovra canone, canone BIM e compensazioni ambientali può arrivare ed erodere in modo sostanziale la redditività dell’investimento.

Come si può intervenire su tutto questo quadro?

Sarebbe assolutamente necessario che la determinazione dei canoni fosse decisa a livello centrale perché avere costi diversi per la produzione di energia a seconda della regione dove si trova l’impianto è assolutamente privo di ragionevolezza.

Un altro punto estremamente rilevante è l’applicazione delle attuali norme ambientali che non tengono in alcun conto l’effetto positivo che le centrali idroelettriche hanno sulle immissioni in atmosfera. La direttiva RED III ha previsto che la produzione di energia da fonte rinnovabile è di interesse pubblico prevalente rispetto alle norme della direttiva quadro acque e, quindi, consente di derogare a queste norme, ma non risulta che questo principio sia mai stato applicato una sola volta in Italia

Da ultimo, abbiamo un parco impianti che ha alle spalle una vita pluridecennale e pertanto occorre intervenire quanto prima per l’ammodernamento dello stesso che attiverà ingenti investimenti sul nostro territorio se il rinnovo delle grandi concessioni verrà presto sbloccato.

 

 

 

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