Perché lo sviluppo del servizio idrico passa dalla separazione tra tariffe e stato sociale
Un raddoppio degli investimenti nel servizio idrico nei prossimi dieci anni è possibile solo a patto di una integrale applicazione del principio di Full Cost Recovery. L’utilizzo di contributi a fondo perduto da parte dello Stato può coadiuvare, ma il settore non può vivere di elargizioni una tantum legate al ciclo politico. La vera leva autonoma rimane quella della tariffa, che va liberata dal ruolo di “termometro” dello stato sociale.
Il “freno” alla crescita delle tariffe riproduce infatti le medesime dinamiche che hanno condotto negli anni ‘80 del secolo scorso a mancata professionalizzazione del settore, frammentazione delle gestioni, dipendenza cronica dalla fiscalità generale e dunque dal ciclo politico, e in ultima analisi a sotto-investimenti. (…)
Il modello di sviluppo deve invece puntare alla professionalizzazione degli operatori, di dimensioni coerenti con la natura industriale del servizio, a regole chiare sugli sviluppi tariffari e, appunto, a una integrale applicazione del Full Cost Recovery, che va semmai allargato a tutti gli utilizzatori, dunque anche al mondo agricolo. Occorre accettare che finalmente l’acqua abbia un costo per chi la consuma e la inquina, almeno pari a quanto serve per gestirla in modo efficiente e sostenibile.
Ecco perché le risorse pubbliche andrebbero utilizzate principalmente per garantire un sostegno alle famiglie vulnerabili e offrire garanzie finanziarie volte a migliorare la bancabilità delle gestioni.
L’infrastruttura idrica italiana sconta un deficit di investimenti storico. Certo nell’ultimo decennio, dopo l’avvio della regolazione tariffaria, gli investimenti sono raddoppiati. Ma intanto al recupero di tanti anni di sotto-investimenti si sono aggiunte le nuove esigenze: depuratori più performanti e in grado di rimuovere i micro-inquinanti e consentire il riuso delle acque depurate, impianti e tecnologie in grado di recuperare energia e produrla per mitigare gli elevati consumi nei sollevamenti e nella depurazione, nuove dighe e invasi per migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti, infrastrutture basate sulla natura e i correlati servizi ecosistemici, un ripensamento della gestione delle acque meteoriche nei centri urbani e, perché no, anche gli interventi per contenere il rischio di alluvioni.
Per fare queste cose, niente di più di quanto si sta facendo nelle migliori esperienze europee, il settore deve compiere un nuovo salto: raddoppiare il ritmo di esecuzione degli interventi, passando dai circa 5 miliardi di euro annui attuali ad un regime stabile di 8-10 miliardi di euro all’anno di investimenti.
Nell’attuale quadro delle regole ARERA, il finanziamento delle opere è affidato al Metodo Tariffario Idrico, l’algoritmo che riconosce i costi ammissibili, legando i piani di investimento agli adeguamenti della bolletta dell’acqua. Per fare tutto questo una famiglia media paga oggi una bolletta dell’acqua di 365 euro all’anno. Ora, il raddoppio degli investimenti e la copertura dei costi efficienti richiedono una crescita dei ricavi del servizio pari a circa il 55% in termini reali in 10 anni (circa il 4,3% medio annuo composto): la bolletta dell’acqua dovrebbe dunque salire a 570 euro per famiglia all’anno.
E’ questo un percorso insostenibile per la tariffa? A noi non sembra.
L’introduzione di una chiara disciplina che lega la crescita della bolletta dell’acqua al miglioramento del servizio, che è poi la quint’essenza del mandato della regolazione ARERA, appare offrire tutte le garanzie di “escutibilità” del percorso e sostenibilità sociale. Quella che abbiamo in più occasioni definito come “rivoluzione silenziosa delle regole” ha infatti già condotto gli investimenti dai circa 1 miliardo del 2012 ai circa 4-5 miliardi odierni. Certamente in questi anni le tariffe sono aumentate, pur assoggettate a limiti di crescita. Ma non si è certo gridato all’emergenza rincari, come invece avviene a cadenze regolari per il caso delle bollette dell’elettricità o del gas. Dunque, la regolazione ha già definito una progressione “sostenibile” tra tariffe e investimenti, incardinata sulla capacità delle gestioni di indebitarsi per finanziare questo percorso.
Ma allora perché nonostante questo ancora oggi permane un orientamento della politica e di parte dell’opinione pubblica nel domandare interventi con fondi pubblici per migliorare la qualità del servizio idrico? La risposta è che nell’immaginario collettivo l’acqua è rimasta ancora una faccenda del contribuente. Cosa che non è più vera da almeno quindici anni.
E’ vero però che la dipendenza del settore dalla finanza pubblica si è riaccesa negli ultimi anni. Insieme al PNRR che ha stanziato 5 miliardi per il settore, la prima finestra del PNIISI (Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico) ha indicato un fabbisogno di 12 miliardi di euro di investimenti da finanziare, stanziandone però solo 1 di risorse. Poi è stata la volta dello Strumento finanziario nazionale per gli investimenti infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (SFNIISSI) con una dotazione di 1 altro miliardo. Da qualche anno, la finanza pubblica, azionista di minoranza del settore idrico, pretende ancora di decidere le sorti del settore: con il ritorno dei contributi a fondo perduto e dei finanziamenti “a stralcio” non si sono certo cambiate le sorti settore, piuttosto si è riaffacciata l’idea che la fiscalità generale possa sostituirsi alla tariffa.
Ma per finanziare i 12 miliardi del PNIISI, lo Stato dovrebbe drenare miliardi di euro dalle proprie casse in pochi anni, sottraendoli a settori non tariffabili (previdenza, social housing, sanità, istruzione, difesa). Mentre se quegli stessi 12 miliardi venissero ascritti alla tariffa, verrebbero automaticamente diluiti in ammortamenti trentennali.
Chiaramente si porrebbe un tema di aumento delle bollette per le fasce più deboli, per le quali occorre un rinforzo agli attuali istituti, ovvero al bonus sociale idrico per le famiglie in disagio economico e anche con una perequazione interna alla tariffa: così, ad esempio, passare ad una tariffa unica nazionale aiuterebbe.
Quanto proposto, pur non negando l’utilità del sostegno pubblico al servizio idrico, vuole ribadire la primazia della tariffa per attrarre capitali, remunerare gli investimenti, modernizzare le reti e le gestioni.
Lo Stato, liberando risorse dalla realizzazione diretta di interventi infrastrutturali, potrebbe invece efficacemente impiegarle per raggiungere obiettivi di equità sociale e migliorare le condizioni di bancabilità delle gestioni, anche mediante la costituzione di fondi di garanzia, come ad esempio quello messo in piedi dall’Autorità e affossato tempo fa dal Governo (si vedano l’articolo di Antonio Massarutto e quello di Lorenzo Bardelli su DIAC). Con la stessa quantità di denaro pubblico con cui oggi si finanziano a singhiozzo le infrastrutture, si potrebbe edificare un chiaro piano di protezione sociale nei confronti delle famiglie vulnerabili, liberando la tariffa dell’acqua dal ruolo di “termometro” dello stato sociale.